Squarci d’azzurro

Un vago senso di spaesamento. Quella nebbia accennata che sfuma i contorni. Che annacqua le cose. Le rende pregne d’altrove. Una fuga agognata ma senza speranza perché il caldo ti incolla. I pensieri si stancano. Come cavalli sfiniti dal lungo tirare.

Sofia guardava davanti a sé. Pensando. Ma l’afa e l’ignavia di quel paesaggio sempre uguale le toglieva la voglia. La volontà di uscire. E passava le ore guardando dalla finestra: pianura a perdita d’occhio. Nessun movimento. La terra era stanca e si distendeva in perpetuo riposo. No, non era soltanto terra. Principalmente erano case quelle che Sofia guardava. Ma con un occhio che andava oltre. Le polverizzava con il suo pensiero appuntito. Costante. Tenace. Le spazzava via dal suo orizzonte e ne costruiva castelli. Che cosa le passasse per la mente in quei momenti, è difficile a dirsi. Farsi un giro sarebbe stato l’ideale. Ma per Sofia l’ideale era ancora lontano. Tardava su quella sedia. Si cullava a più non posso in questo suo mondo infiltrante. Davanti a lei una veranda vetrata. Piante imploranti. Gonfie di quell’acqua che stava nell’aria. Esplose. Le tende abbassate fino a metà. Di quel marrone un po’ vecchio. Sbiadito. Dappoco. La madre bussò alla porta. Lei si girò con lentezza. Come di tartaruga avvizzita.

Quanti pochi anni adagiati su quella sedia! Che urlavano la sua bellezza nascosta e negata.

La tartaruga dagli occhi profondi guardò la madre. Senza parlare. Un sentore di impotenza si disegnò nell’aria. Incomunicabilità, qualcuno la chiama… Spezzare quei muri vischiosi. Ma come? Lunghi percorsi si vestivano di presente. Si facevano schiere. Affilate. Carovane sperse nei secoli. La madre le chiese di andare a mangiare. “Vieni?”. “Esci” le rispose Sofia. E poi più nulla. Solo occhi. Pozzi richiusi. Schiaffi quei lunghi silenzi. Colpe da espiare nei camminamenti. La madre le fece un sorriso. “Forza, Sofia, ti stiamo aspettando”. E ancora larghezza di labbra a celare tristezza. Denti sfoggiati. A trasmettere amore. Comprensione. Ma sempre imploranti. Mai al sicuro. Nessun riposo. “C’è il pollo, ti piace. E anche le patatine fritte. Quelle che faccio io. Le vuoi? Vieni, dai”. Eh, certo, quel mucchietto d’ossa amava mangiare le patatine fritte. Una volta. Quelle tagliate grosse. Che non mangi nei fastfood o nei ristoranti. Quelle fatte in casa. Che profumano di tradizione e di accordo. Di pasti legati alla terra. Di famiglie numerose. No. Cocci infranti di persone sperse. Doloranti. La madre uscì. “Vieni che si raffredda”. Sofia girò leggermente la testa. Considerava qualcosa. Soppesava con minuzia un pensiero. Quale? Un movimento all’esterno le tolse l’agio di andarci a fondo. Una figura minuta aveva il coraggio di avventurarsi fuori di casa a quell’ora. In quel caldo opprimente. Chi era? Sofia strinse gli occhi. Uno un po’ più dell’altro. Per il sole accecante che rendeva tutto appiattito al di fuori. Una ragazza, sembrava. Mai vista. In un quartiere in cui gli abitanti erano macchine. In cui i marciapiedi non avevano più ragione d’essere. C’erano. Scheletri di un mondo diverso. Periferico. Poco accogliente. Una ragazza vestita d’azzurro. Una macchia di colore acceso. Il desiderio. Fantasma che solo pochi sanno vedere. Sembrava tranquilla. Passeggiava leggera nella calura opprimente. Si guardava intorno. Un lieve sorriso.

Cupezza che si scioglieva. Curiosità.

Era dall’altra parte della strada. Lo stradone rumoroso. Si fermò. E guardò proprio nella sua direzione. Inquietudine. No, non la vedeva. Non poteva. Dietro le finestre. Dopo la veranda. In quel rettangolo libero dalle tende da sole. Però era lei che guardava. Un lungo scambio di parole silenziose. Un contatto profondo. Che non dimentichi. Una vita comunicata senza saperlo. Che si racconta nel suo stare pacifico. Nel suo bisogno di dirsi e dipanarsi. Una comunicazione di sogno. Solo un attimo e la ragazza corse via. Presa da un istinto veloce. Un guizzo. E attraversò la strada per infilarsi nella vietta laterale che costeggiava la casa di Sofia. Era sparita. Respiro.

“Da qualche parte sotto la pioggia ci sarà sempre un animale abbandonato che impedisce a me di essere felice”. Le era capitato di leggere questa frase di Jean Anouilh. Era questo che pensava di sé?

Chi lo sa.

Sicuramente qualcuno credeva che fosse perfetta per lei. No, non accennava a piovere di fuori. Sarebbe stata una manna dal cielo. No. Tutto era immerso in un manto di caldo. Senza uscita. Vizioso e crudele. Si alzò con calma e andò in cucina a mangiare. “Le patatine fritte!!”, urlò. Con aria sprezzante tra il giocoso e lo scherno. Spiazzante. Tutti si guardarono. Per un attimo il respiro fu cosa estranea.

Immobilità.

Ecco la pianura che si faceva sentire. Che dettava gli schemi. Le regole per restare nel gioco. Ma quale gioco?! Era tutto così dannatamente serio, invece.. nessuno spazio per il riso. Quello sincero. Quello che sgorga spontaneo. Come ruscello che corre pazzo giù per i monti. In angoli di ombra e di quiete. Di pacificazione. No. Lì non ce n’era. Intrappolati in un dolore che era ancestrale. Pena per quelle povere anime ferite. Ognuna a suo modo. Ognuna desolata. Ognuna sconfitta dalla vita. La tensione corse sul filo del rasoio. Come congelarla? La madre si fece investire dalla tempesta. Consapevole. Avvilita. Un istante di fermo. Black out. Poi basta. Bisognava riprendersi. Come sempre. Recitare un copione. Il padre rise. Quel riso sforzato e quasi privo di denti. In cui tutto si ritrae.

Cattiverie negli occhi. Di tutti. Poveri pazzi.

Sofia si sedette finalmente a tavola. Cominciò a spiluccare il pollo. Era buono. Saporito. Ma ne bastava un pezzettino, ormai, per saziarla. E le patatine erano untuose. Olio abbondante. Che colava. Veramente squisite per tutti. Ma non per lei. Che ormai non aveva più neanche la voglia di gustare. Il piacere le era estraneo. Il cibo le era nemico. Lo prendeva a male parole. D’accordo. Era venuta a tavola. Era abbastanza. Di scatto si alzò e si sedette davanti alla televisione. Senza accenderla. A guardarla. A guardare l’oggetto. Il suo involucro. Non ciò che c’era al suo interno. Immagini. Vite. Contenuti. No. A lei bastava guardare quel corpo scuro. Grigio topo. Senza complicazioni. Il resto lo avrebbe messo lei.

Ma quell’odore di cibo le andava al cervello. Le impediva di concentrarsi su ciò che continuava a sfuggirle. Sempre. In fuga perenne. La sensazione di aver pensato fino ad un attimo prima a una cosa davvero importante. Interessante. Vitale. Che non tornerà. Sofia non accennava ad alzarsi. Ragionava tra sé. Mentre, di là, si sentiva il rumore dei piatti. Di posate sbattute. Sgarbate. Nella cucina spoglia. Tutta scompagnata. Con la cappa di metallo bianco scrostato. Aggrappata a quelle piccole mattonelle sbeccate. Sempre bianche. Ma non immacolate. In cui si spalmavano le loro miserie. Come uscite, già appiccicose, dai vapori del cibo. La madre si alzò per rassettare. Lavare le stoviglie. Eliminare le tracce del loro passaggio dissonante. Accese la radio. Guccini. Ad aggiungere nuova a vecchia amarezza. “..mentre i sogni miei segreti li rombavano via i TIR…”. Sofia ascoltava. “Non la vedi, non la tocchi oggi la malinconia? Non lasciamo che trabocchi: vieni, andiamo, andiamo via”. Chi l’avrebbe portata via? Per ora se ne restava sul divano beige. Un po’ scomodo. Anche quello ormai fuori moda. A guardare. Con quei suoi occhi affamati. Non poteva essere tutto morto. Là, in fondo. Giù giù. C’era ancora qualcosa che si dibatteva per tornare a galla. Che si contorceva. Che ruggiva. E graffiava. Insofferente di quella gabbia molle. Elastica. Soffocante. Come il caldo che non accennava a diminuire. E fuori quel ronzio di nulla. Senza cicale. Un’estate privata anche del conforto di quel suono. Solo brontolio alienante di macchine in inutile corsa. Dritta. Continua. Verso destinazioni poco importanti. Strade senza curve. Senza bivi. Nel deserto indifferente di anime secche.

La madre andò in camera per un breve riposo. Doveva accompagnarla alla seduta di ginnastica. Ma lei non ne aveva voglia. Naturalmente. Perché non la lasciavano in pace? Ogni tanto qualcuno le faceva visita ma la faceva solo arrabbiare. Non aveva consistenza. Lei ci parlava. Piano piano. Rapidi sussurri pieni di parole confuse. Poi si infuriava e gli urlava di andarsene. Di lasciarla stare. Sputava improperi. E la cosa, più o meno, finiva lì. La madre, preoccupata, cercava di calmarla. Di farla ragionare. Di riportarla alla realtà. Ma lei non voleva ascoltare. Compresa com’era in quella sua lotta caparbia. Estenuante. Che la isolava. In un mondo sempre più estraneo. Solitario. Distante. E la lasciava spiaggiata. In terre remote.

Stavolta non fece storie. Si mise la tuta. Si provò una giacca. Ché forse si vedeva persino grassa… ecco perché cercava di nascondersi nelle pieghe dei vestiti. Nell’abbondanza del contorno. Nell’illusione di un esterno dominante. Prese la borsa. Chiamò la madre. “Andiamo?”. La madre stupita,“Sì, arrivo”, le disse. Sofia uscì dalla porta. Sul pianerottolo esterno. Guardò giù dalla rampa di scale. Giù sull’asfalto rovente. Tra le aiuole di rose accaldate. Sfiorite. Intrappolate in realtà di cemento invasivo. Di lato la stradina sterrata che portava giù al fosso. Un rigagnolo che piangeva qualche lacrima d’acqua. A volte. D’inverno, non ora. Limitare di campagna che sfiorava le case grigie. Come il caldo. L’afa che tinteggiava di sé la vita delle persone. Rinchiuse in quelle scatolette asfissianti. Quelle chiamate case. Generalmente a due piani. Al massimo. Non vere e proprie gioie per gli occhi. Tutte uguali. Fatte con lo stampino. Nessuna fantasia all’opera. Ricoveri di gente perbene. Un po’ spenta, magari. Ma perbene. Nessun grillo per la testa. Spenti persino nei loro giovanili entusiasmi. Durati sempre troppo poco. Miraggi a cui nessuno credeva più. Fantasie di bambini. Ecco il racconto che si disperdeva nell’aria. Che si sussurrava uscendo da li. C’era costante un pensiero che le ronzava in testa. Voleva focalizzarlo. C’era qualcosa laggiù. Ma cosa? Non ricordava già più. Si voltò. Stavolta quasi di scatto verso il fondo della stradina. Uno schizzo d’azzurro. Improvviso. Un sorriso. Biancore. “Ciao”. E corse via. Si infilò nella casa accanto.

Stupore. Graziosa. Gentile. Finalmente…

Sofia si contorceva curiosa. Dal desiderio. Ma non poteva far altro. Rimanere lì. Sulla scala. Spiazzata. Randagia in fatto d’azione. Neanche un piccolo minuscolo veloce ciao. Rincorso nel giardinetto di fianco. La madre le apparse alla spalle. “Chi è?” le chiese d’un fiato Sofia. “Chi?”. “Niente. Andiamo”. E scesero a prendere l’auto. Dietro la casa. Parcheggiata in garage. Lamiera che si alzava. Rumore di metallo. Odore di chiuso. Muffa arrostita. Leggera. Stantia. E via. Salire in macchina. Abbassare i finestrini. Veloce.

Sbuffo di caldo che aumenta.

Sofia riscese subito. “Non ci voglio andare. Sto a casa”. La madre scattò. “Ci risiamo. Dai Sofia, ormai sali. Sono pronta. Andiamo. Dai”. No. Sofia non ne voleva sapere. Era tornata di volo davanti alla casa. E guardava ostinata la stradina di lato. Alla destra. Aldilà della rete. “Che cosa guardi?” le chiese la madre. Arresa. Già. Era stanca anche lei. Oggi non c’era la voglia di lottare pregare sorridere. “Chi è?” chiese Sofia. “Chi è chi?” rispose la madre. “La ragazza che è entrata dai Martini”. “Non ho visto nessuna ragazza. Non lo so. Perché?”. Nessuna risposta. Solo testardaggine d’occhi indiscreti. Niente. Nessuno passava. O si affacciava. “Vieni dentro se hai deciso di non andare” le disse la madre. Sofia sentì il caldo investirla. Lì in mezzo all’asfalto. Con la sua giacchetta ingombrante. Fuori luogo in quel contesto di fuoco. Una lingua infiammata la rincorse su per le scale. Ma lei richiuse, pronta, la porta. Salva. Appena in tempo. Nonostante tutto. Di nuovo al sicuro. E non successe nulla. Tutto scivolava via nell’indifferenza più assoluta. Trascinandosi dietro la vita come una vecchia ciabatta strusciata per terra. Con incuria. Lo psicologo chiamò a casa. Per avere conferma della seduta fissata. Sofia ci andava raramente. Ma senza dir nulla. Passava la sua ora di vuoto. Impenetrabile. “Sì, certo”, disse la madre. Sofia sbuffò via la sua contrarietà. E riprese a passeggiare su e giù per la casa. L’unica cosa che la calmasse. Che le facesse sfogare la noia. La stanchezza della routine senza fine. Senza balzi. Dipinta solo della sua stranezza. Via ogni appetito. Ogni colore più che ordinario. D’un tratto in questa atmosfera uniforme tutto prese un piglio diverso. Il telefono suonò nuovamente e subito suonò dispettoso anche il campanello. La madre rispose e chiese a Sofia di andare a vedere chi fosse. Lei non voleva. La urtava farsi guardare. Uscire allo scoperto. Corse in camera. Si infilò la giacca più pesante che aveva. E si piazzò davanti alla porta d’ingresso. Senza far nulla. La madre le disse di guardare chi era. Ma lei niente. Roccia. Trasudante sudore salato. In quel caldo assurdo. Con la giacchetta imbottita. Le sue paure attorte sul collo. Come sciarpa d’estate. Con la sua solita espressione di tartaruga, mise il collo un po’ fuori dal guscio. Rugoso per lo sforzo. Occhi socchiusi. Pupille scure a dilatare inquietudini. Spiò. Era il guizzo del cielo! Quello squarcio d’azzurro. Invitante. Al cancello. Si sporse un po’ di più. E quella macchia di speranza si agitò con grandi gesti della mano.. “Ciao!!”. Che fare? Troppo tardi per richiudere tutto. Far finta di nulla. Sperare che quel buco si riassorbisse da solo. Sofia uscì, coraggiosa, e la guardò da lontano. Giù per le scale. Per il viottolo di cemento assetato. Fino al cancello. Verde e basso cespuglio spinoso. Il suo sguardo si precipitò fin lì. E aprì le inferiate che ingabbiavano il cuore.

Ma niente, era solo illusione.

La ragazza si sbracciò nuovamente. “Scusa! Un’informazione.. Mi apri?” No. Non c’era speranza. Impossibile. “Scendi tu, sennò! Un secondo”. Erano le tre. Le tre di quel giorno accaldato e furioso. Col rumore del nulla che aleggiava lì intorno. Che assordava ogni scambio di voci. Che impediva di infrangere silenzi musoni. Ma niente. Non si arrendeva. “Per favore. Solo una cosa”. Sofia le aprì. Titubante. Sospettosa. Ferita. Già scoperta. La macchietta corse a ripararsi all’ombra delle scale. “Ciao! Scusa il disturbo..” Salì la rampa. Guizzante. Imprevista. Le porse la mano. Rassicurante. “Ciao, sono Marta, piacere”. Quei suoi occhi così azzurri. Specchio d’abiti. Limpidi. Aperti. Vivaci. Vivi. Quell’espressione libera… Riposante. Istinto che viene da dentro. Normale. Non imposto.

Tuo. Sì, tuo!

Marta. Insegnante di yoga. Di Firenze. Arrivata lì. Chiamata e scelta da un centro di discipline orientali nelle pianure venete. All’avanguardia. Nuovissimo. Era entusiasta. Raggiante. Glielo disse così. Tutto d’un fiato. Senza lasciarle il tempo di opporsi. Il suo diritto di non sapere. Di escludersi. Di richiudere portoni d’accesso. Fu semplice. Immediato. Era penetrata – così- nel castello. Nel labirinto intricato di orrori. Senza sforzo. Solo con un abbaglio d’occhi gentili. Disse di aver preso una stanza in affitto dai Rossi. Amici della madre. In fondo alla strada. Amici della madre. Che aveva origini venete. Amici della madre. Ma che se ne era andata già da ragazza. Ad inseguire il profumo di un uomo toscano. Amici della madre. Amici della madre. Amici della madre… Si era incastrata. Cigolava qualcosa in quel suo pozzo profondo. Risaliva un secchio. Carico. Pesante. E la catena era vecchia. Ruggine incrostata. Perdeva pezzi. Si sfogliava. La famiglia Rossi aveva una stanza in più e visto che non se la passava benissimo aveva deciso di darla a lei. Per un prezzo modico. “Una stanzetta”, disse Marta. Ma le andava bene. Per ora. Amici della madre. Loro però non conoscevano il centro. Amici della madre. Lei era un sacco curiosa di avere informazioni dagli abitanti del posto. Cosa ne pensavano? Che si diceva in giro? Quindi i Rossi l’avevano indirizzata dai Martini. Amici della madre. Che ne erano ugualmente all’oscuro. Così Marta girava di casa in casa parlando di centri illuminati. Di meditazione. Di yoga. Mentre la gente la guardava con tanto d’occhi. E chi aveva il tempo per pensare a certe cose! Amici della madre. E lei invece era lì col suo sorriso contagioso. Privo di reticenze. Fuori contesto. Raccontò queste cose a Sofia. Che non apriva bocca. Che la guardava. Gli occhi sbarrati. Persa nel suo loop. Amici della madre. Amici della madre. Amici della madre. Affaticata. Inebetita. “Scusa. Ti ho sommerso di parole. Ma tu lo conosci il centro yoga?” le chiese. Sofia la guardava in trasparenza. Marta si sentì attraversare.

Sensazione che conosceva..

ma le passò in un soffio. “Amici di tua madre?” le disse Sofia. Marta le sorrise appena. Investita.“Tutto bene?” le chiese. Era così buona in quel suo modo di chiedere. Era un bacino di comprensione. In cui il dolore di Sofia poteva riversarsi. Scorrere senza riserve. Inaspettato. E così Marta ascoltò. Ascoltò le parole che Sofia non diceva. Ma che lei capiva. Con un senso finissimo. Antico. Allenato. Dalla vita. “Sembri triste” le disse. E quella tristezza si sparse nell’aria. Come biglie di vetro rovesciate per terra. Tintinnio. Che sfugge qua e là. Sofia la guardò fonda negli occhi. Pausa. “Dicono che sono malata”. Marta distolse lo sguardo. I due fari. Poi la scrutò di nuovo. Sorrise con lieve amarezza. Subito la dissimulò. “Combatti. Puoi farlo. Se vuoi. Fai un patto con me. Ti va?”. Era seria. Come mai in vita sua. Capiva. E non l’avrebbe lasciata dissolversi tra le sue mani. Non l’avrebbe più permesso. “Sì” rispose a sorpresa Sofia. A sorpresa, sì. Quella ragazza aveva polverizzato le sue difese. L’aveva accolta. Quelle magie della vita che devi cogliere al volo. Perché poi sarà troppo tardi per farlo. Perché un poi non c’è più. E quel momento è infinito. Dilatato. Narici avide di vita. Che s’allargano. Succhiano aria. Niente miracoli. Solo un incontro d’anime. Che si conoscono da sempre. Intimo. Succede! E la carta del destino era già in tavola. Sofia la coglieva. La giocava. La voleva. Rimase tutto così. Inteso. Si separarono. Sopra le scale, la madre era una statua di sale. Non capiva cosa stesse accadendo. Ma sapeva che era qualcosa di grande. La svolta aspettata da sempre. Non chiese. Lasciò che tutto fluisse. Rientrò silenziosa. Grata. Guardò Sofia che si faceva più bella. La guardò con le lacrime agli occhi. Sapeva che quell’uccellino era pronto a volare. Che la malattia aveva subito uno scacco. Che c’era uno spiraglio là in fondo. Per vedere la luce. Che poteva rivelare la sua bambina. Nella sua interezza. Non più mutilata di sé. Non più vegetale. Ma viva. Splendente. Un ritorno. Marta venne più e più volte. Con calma. Pazienza. Compassione. Pietà per quel male lancinante che interrompe il contatto. Con gli altri. Con te. Col piacere. Che ti assorda. Ti divora e ti svuota. E un giorno la accompagnò dove Sofia non aveva mai voluto andare. Una struttura parastatale per chi soffriva di disturbi psichici. Dove gli schizofrenici come Sofia iniziavano un percorso di riabilitazione. Di guarigione. Di presa di coscienza. D’amore verso di sé. In qualunque modo finisse. Con il ritorno alla normalità. O con la prosecuzione della malattia. Essere speciali. Comunque. Per la vita. Marta l’accompagnò e la guardò mentre entrava dal cancello. La accompagnò con il suo sguardo amorevole. Quello sguardo che rimase con lei tutto il giorno. E per i mesi a venire. E mai – per un solo istante- Sofia dubitò di essere sola. Oltre alle visite che riceveva una volta a casa- inesistenti e inconsistenti fantasmi della mente- ora c’era qualcuno di reale. A cui appoggiarsi. Che capiva. Che accompagnava per mano. Le si riempì il cuore. Pianse. Molto si sciolse. Tanto altro no. Ma non era ancora arrivato il momento. E la sua strada proseguiva in salita. Lontana la metà. Ma c’era. Adesso..

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 Rossella Pretto

2 risposte a “Squarci d’azzurro”

  1. Quando il dentello della ruota s’inceppa e cede il passo, l’unica compassione è l’incontro.

    Non voglio farmi sorprendere dall’incomprensione, dalla cattiveria, dall’ignoranza.

    #Buongiorno a tutti in questa giornata milanese in cui forse il tempo si rimette leggermente..

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