Sfiorendo

La vedo, un giorno, fare capolino nella vetrina di un negozio.

Bella nella sua fissità.

Immagine di donna che oltrepassa il tempo.

Non resisto. Seguo l’impulso di fermarmi e tornare un pochino indietro: giusto qualche passo per dare una sbirciatina dentro. Le lancio sguardi impertinenti ma così, girando gli occhi all’intorno quasi senza farmene accorgere. Come se non fosse lei l’oggetto del mio desiderio.

  • Desiderio immediato puro e fulmineo.

Che non lascia dubbi-.

Interrogo ogni piega del contorno per trarne informazioni nette. Precise. Quel viso così perfetto, il suo incarnato… roseo, con un lieve rossore sulle guance. Quegli occhi blu e quel bocciolo di bocca dipinta, scarlatta… Un’acconciatura importante. E i suoi vestiti! Broccato su cui sembra essersi posata la polvere dei secoli. Ha gli occhi fissi. Che cosa sta guardando? Che cosa vede? Non capisco. È sfuggente. Forse mi ha visto e si chiede chi sia, perché la osservi con tanto stupore, quasi fosse di plastica…

che orrore!

Che affronto per una donna d’altri tempi! Abbasso subito gli occhi e mi affretto a riprendere il passo per andarmene altrove. Vergognosa d’essere stata penetrata da uno sguardo tanto ostinato, che ha visto- indagandomi- la mia storia, la mia miseria. Donna come lei. Imprigionata in un ruolo costruitomi su misura. Come il tassello d’un mosaico bizantino.

Eccomi. Quell’oro che pesa, quel luccichio d’eternità castrante!

Vivo, dunque, nella sua pena- sorella d’immobilità. Non riesco a non pensarla mentre cammino a grandi passi estenuati le mie vie, le strade che mi vedono inquieta nei miei giorni d’autunno. Sfiorente. Sempre più simile a lei. Come si chiama? Un nome per ogni persona che l’ha avuta. Lei zitta, a lasciare che qualcun altro decida il suo nome, indifferente a quell’involucro esterno che stabilisce identità, inchioda nella pietra. E quant’è mutevole invece! Donne su donne dentro di lei.

Sorella, io ti chiamerò Clarissa-.

Salgo a casa ma il pensiero è sempre lì. Conficcato nei suoi occhi. Nessuno mi vede- e chi potrebbe- mentre scivolo in camera e mi siedo sul letto immaginando le sue pose, provando io stessa le sue durezze, le spigolature rigide e mi addormento, infine, in sogni di cristalliere che riflettono sorrisi a pezzi e pezzi d’occhi che si rincorrono, miopi, tra i vetri di questa mia scatola trasparente. Invitante come una trappola per topi. Solo molto più bella. E invidiata. Giacomo mi sveglia e io rifiato sapendomi tra le lenzuola profumate d’ambra, lambita dalla luce che filtra, timida, dalle persiane.

“Buongiorno, signora. Sono le 9. Ha appuntamento col dottor Buzzati”.

Pronta per essere di nuovo perfetta. Mi vesto con gli echi di quei vetri in frantumi. Perfetta… niente sbavature, ricorda… Prigioniera di chi ho faticato ad essere.

La colazione mi aspetta invitante, piccoli inchini al mio passaggio tra caffettiera e spremute, e la giornata passa leggera sugli eventi, svolazza senza, però, che io possa dimenticare.

Poter scaricare su di lei l’afasia, l’incapacità di reggere oltre,

spogliandomi ogni sera della pena

e facendone gioielli per adornare il suo collo…

lei così carica di fascino eppure così inquietante.

Trasferire la faccia su di lei… no, solo Oscar Wilde…

dare a lei la nefandezza per uscirne pulita!

Capisce quel che voglio, a me è bastato uno sguardo per sentirne l’anima. Quella che sta giù. Nel profondo. Quella sua parte che comprende e si fa carico del fardello altrui. E riesce a portarlo. A sopportarlo. La sua bravura…

Essere d’altri tempi…

Appartenere al passato ed essere qui. Averlo vissuto su di me e

imbrigliare

la mia anima in involucri di bellezza

perché possa continuare a vivere. Ma come?

Oltre di me. Osservando gli altri.

Essere occhi.

Fissi sul mondo. Su quello che cambia. Che svapora.

Il mutare dei tempi.

Oltrepassarli, indenne da morti e spaventi…

Buzzati non si fa attendere. Con i suoi fogli pesanti che mi incollano alle firme apposte in calce. Quei fogli che producono denaro. Che rivestono il mio nome d’una ambizione ch’è ormai passata. Troppo flebile ora.

… Come lei. Decaduta….

Intorno alle 5 esco dallo studio e scendo. Vado da Cesare che sa sempre tutto. Tutto di tutti. Magari la conosce. Voglio uscire dalla sua rete… anche se non ha fatto niente per farmici impigliare. Ha solo ricambiato per un secondo- forse- il mio sguardo.

Vuoto….

Ecco cos’era…! quel vuoto… Senza più aspettativa. Certa solo del tempo che le passerà sopra, cancellando cose e persone, sbiadendole il broccato: è un attimo ed eccola là, già fuori moda, poverella…

Vado a colpo sicuro: Cesare è lì, nella piazzetta di San Simeone, che si fa la chiacchierata pomeridiana. E con lui tutti gli altri che, da una cert’ora in poi, si sfogano a parlare, a urlare, a scherzare, chi seduto sulla barra di ferro della fontana, chi in piedi davanti agli altri, con quelle bocche di pietra che sputano acqua a getto continuo. Piccoli trasportatori, antiquari, sfaccendati e artisti di vario genere che, sul far della sera, si ritrovano in quel tratto di strada che finalmente diventa davvero pubblica e si scambiano parole con pezzi di vita, uno sguardo, una risata. O una pacca sulla spalla. Sono rumorosi e se ne fregano delle buone maniere, del bon ton. Veri. Uomini tra uomini.

“Da dove viene?”, chiedo a Cesare dopo averlo tirato da una parte e spiegatagli la faccenda. “Ne sai qualcosa?”. Ci diamo del tu. Da tempo immemorabile. Mi guarda con quello sguardo vispo, concreto. “La tua “Clarissa” è stata pe’ tanti anni a casa Strozzi. Ha fatt’a storia da’a famija. E mo’… chissà, forse è che nun s’a fila più nisciuno. Sarà perché è vecchia”, mi dice sicuro nella sua baldanza romana. “Ma come vecchia? Ma se è straordinariamente bella. È straordinaria, dai, Cesare, non puoi dire di no!”. “Vabbè ma che t’a a prenni sur personale? Ah, stai a giocà, eh?.. ho capito! Ma sì, va’, ch’è un gran bel pezzo de fija, che je vòi dì?!” Cesare mi strizza l’occhio e se la ride, complice e sornione e il movimento gli fa sobbalzare un ciuffo di capelli bianchi. È così, lui, genuino.. Un informatore sicuro. E che si fa i fatti propri… cioè, non proprio ma è discreto e tra noi c’è sintonia. E una grande stima. Probabilmente mi ricorda un po’ mio padre. Nella sua sicurezza. Non nei modi. Ma m’intenerisce pensare a lui mentre parlo con questo pezzo d’uomo. Questo romanaccio verace.

Grazie a Cesare, ora so qualcosa in più della mia Clarissa. Quella che non smette di darmi il tormento. Che ha messo le briglie ai miei pensieri, disciplinandoli tutti attorno a lei: ascoltano le sue storie, seduti in cerchio, vicino al fuoco, rabbrividendo di paura e di godimento. Provo, dunque, a tornare verso quella vetrina che mi ha rivelato il suo volto. E la sua comunanza. Ma a pochi passi ci ripenso e, invece di andare per Arco della Pace e vedermela di nuovo davanti, con quegli occhi stralunati, passo oltre, giro sotto il vicolo di san Trifone e arrivo fino al lungotevere sperando che il fiume mi porti un po’ di scompiglio nelle idee e che il vento soffi forte. Tanto forte da cancellare tutto.

-Viva ossessione, tu femmina sorella-.

Fa una strana impressione passare per questi vicoli stretti. Bui. Il cielo coperto da archi grigi- frutto dell’umano ingegno- impregnati dal passaggio di anime medievali, strette nei loro collari, nelle loro cattoliche gogne quotidiane. Eppure mi serve per distrarmi, per sentire il contatto con la pungente realtà, con ciò che ho intorno, che mi sovrasta. Sul Tevere la vista è aperta. Arrivo a guardare San Pietro. Sua Maestà. E la sua grandezza mi toglie peso, affina la mia anima e ne fa uccello. Capace di leggerezza. Quell’uccello che riposa, ora, in un letto di piume accoglienti.

Dorme.

Il non poter sopportare questo tempo insidioso,

acquattato e ghignante.

Quel suo toglierti vita.

Il mio sfiorire. Perdere strati.

Abbandonare giovinezza agli angoli delle strade…

e non ritrovarmi mai abbastanza.

In questo svanire di me nel deposito

di Kronos rapitore…

Apro gli occhi e lei è di nuovo lì. Non nel letto. Non di già…

Mi sono decisa e sono tornata. Il coraggio che mi ha spinto, guidandomi- le pupille di drago- fino alla vetrina di questo eclissato negozio. Il più demodé. E lì, seduta su un’altra sedia, c’è lei. Sempre bella. Con quel vestito verde e quella domanda negli occhi… Un bisogno d’appartenenza che giustifica i suoi giorni. Donna oggetto. Sempre di qualcun altro.

Sorella!

Spalanco la porta con una furia che non mi conoscevo. È la mia ultima chance: se perdo l’audacia, lei svanirà.

Clarissa!

L’antiquario mi guarda stupito. Si blocca. Flemmatico come le falde del suo cappello ingombrante.

“Voglio comprare quella bambola. Pago qualsiasi cifra!”.

“È molto antica”, mi dice.

“Lo so. Lo so. Qualsiasi cifra, le ho detto!!”.

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Rossella Pretto

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