Erbarme dich

C’era in lui quella feroce lucentezza del metallo temprato, una chiarità negli occhi fondi come abissi che ne tradivano il sembiante di pastore semita, il bastone che ne accompagnava i passi e gli agnelli che si inchinavano alla sua forza quieta.

Così lo vide l’uomo camminargli incontro, disceso solo, per lui venuto e annunciato, nei secoli dei secoli, mentre correva sulle bocche che ne sussurravano adoranti, tra la gente, nelle urla dei folli, soprattutto nei giochi impuri dei fanciulli o in predizioni che erano solo vane speranze in un avvenire da portento ma che non era dato sapere e quasi credere se non come a una buona novella che non riguarda, né l’oggi né il qui, ma viaggia in un mormorio onirico e costante.

Si fermava l’uomo attendendo di essere trapassato da quella luce che è mondo. Si fermava attendendo che lo stupore lo lasciasse.

Tutto intorno erano sassi e, laggiù, case stente, cespugli riarsi e deserti.

Un vento si alzò e i loro occhi si videro, insieme.

Vi fu vertigine.

Un gorgo di silenzio.

Si arrestò allora un bue, arrestò i passi lenti per contenere negli occhi stanchi, marroni di una dolcezza sfinita, la traccia di ciò che stava avvenendo: un saluto modesto, un abbassare del capo riverente, l’uno all’altro, solo questo si dissero, i due, perché tutto il resto era nello spazio tra le loro bocche mute di parole ma trasecolanti: l’uomo che guarda l’uomo, l’uomo che guarda il Figlio di Dio, e il Figlio di Dio che guarda il figlio di Dio.

Un capogiro prese il Figlio, non l’uomo, ché l’uomo è già carne, condannato a esserlo e patirlo come destino irrinunciabile. Era il Figlio di Dio che ora traballava, un cedere dell’anima di fronte al miracolo di insufflare la vita in un pezzo di creta, creta lui stesso che aspirava al regno dei cieli e ne testimoniava in un povero grumo di terra. Con un conato vide ciò che era venuto a fare, cosa era chiamato ad essere: un uomo, con pelle che si poteva toccare, accarezzare e bastonare. Non volle cedere sotto il giogo schiacciante di ciò che lo rendeva ulteriore a qualsiasi tentativo di essere trattenuto dalla carne, confinato e maledetto nel suo trascendersi. Maledetto perché solo poteva farlo, maledetto perché era Dio, venuto a patire per quella bestia che lo avverava negli occhi, anche per quella bestia che filmava la scena e la rendeva tangibile.

Si sedettero, l’uno di fronte all’altro e l’uomo parlò mentre la campagna intorno era immobile e si alzava un grido nel silenzio: Erbarme dich, mein Gott. Il creato si inchinava in un lamento acuto di pietà alla grazia potente che si mostrava, con scandalo, nuda, si mostrava come non era permesso fare, mai nelle immagini, nel secretum vuoto di un tempio che dal nulla esplodeva nell’uomo nato dal ventre vergine di una donna non toccata da mano impura, lei stessa immacolata concezione.

E l’uomo disse: Como posso credere, mio Dio?

Eppure lo posso!

Ma il Figlio di Dio taceva sdegnoso, incapace della fede in quel suo divenire e sedimentare nella morte, quel correre furioso delle cellule verso la fine, a quel destino di croce, i chiodi che gli incidevano i polsi e il dolore che già rincarava.

Non so, diceva, sono disceso e ora… il buio. Solo questo grido: Erbarme dich! Padre, perché?

E l’uomo allora lo sfiorò e la scossa di ciò che era in lui tumulto fece piegare gli ulivi assetati. Solo quell’incurvarsi di legni accadeva mentre l’uomo stesso, Erbarme dich, diceva. E pietà provava inginocchiandosi: Dio, Dio era lì, venuto per lui, Dio di carne, Dio uomo. Pietà, pietà, mein Gott.

Una carezza fece a quel volto adirato e sconvolto, voleva toccarlo, amarlo, accoglierlo, prendendolo tutto in sé e fu così che il Figlio di Dio gli disse: Mangerai di me e compirai la tua vendetta su ciò che ti sorpassa. Perché l’amore sarà anche sconcio peccato, e dunque non una sola volta mangerai di me per ricordarmi, ma più e più volte, sconfessando il mio dono e credendo, nell’intimo, d’amarmi. Perciò io tornerò a te solo dopo che avrai placato questa tua collera superba e annullato la distanza che mi separa dal tuo adorarmi.

E sempre sentiva quel senso di nausea che gli attorcigliava le viscere, quel galoppo verso il martirio, la vista che vorticava e il tempo… il tempo che si confondeva coincidendo. Ora era ciò che era sempre stato- divino-, ora era carne mortale e ora moriva con la corona di spine mentre trascinava la croce e cacciava i mercanti dal tempio, nascendo avvoltolato in sangue e placenta. Ora, ora era tutto e ora stava finendo, ora era solo il senso che poteva trarne l’uomo, il pensiero di se stesso, ora era l’immagine nell’occhio di un bue ed era disceso dai cieli per farsi sbranare con un morso d’amore da un essere umano che non voleva ascoltarlo; perché vi era in lui solo un desiderio informe e la tenerezza d’un passero di fronte all’alba che nasce dopo l’oscuro terrore notturno e stupore sentiva per sé e le proprie fragili ossa, non capendo che quella soavità d’affetti, quel mistero di musica sacra che lo schiudeva, erano invece fame, insaziabile e sacrilega, e che le parole altissime venute dall’alto dei cieli ad avverare la legge del Padre erano un futuro troppo presente in cui misericordia sarebbe stata per sempre voracità insuperabile.

Ci fu un tempo in cui un bue vide Dio offrire la propria carne alla brama di un uomo, lo vide condannarsi al sacrificio rituale della memoria, un gesto tanto umile e potente da non poter essere scordato neanche da chi, nei macelli, ancora oggi, ha solo croci al posto degli occhi e nelle orecchie quel grido che le bocche rimandano in coro: Erbarme dich, mein Gott.

Menzione speciale al premio Montano 2017.

Christa Ludwig: “Erbarme dich, mein gott”, from Matthäus-Passion, J.S. Bach.

Grazie a Valerio Achille Semenzin!