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Extraordinary opening.

The Rainbow Portrait,

from Hatfield House.

 

 

Ci si ritrova per caso a guardare quel cartello, svogliato e rancoroso come un cane maltrattato che ringhia, la coda tra le gambe, il pelo sporco e le zanne cariate in vista. La vede mentre si scrolla la polvere di dosso; così diversa, lei, statuaria. Fa bella mostra di sé lì fuori dal museo, il suo fuoco campeggia sullo sfondo di carta lucida. Ha i capelli rossi, Elisabetta.

William la guarda estasiato.

Perle che le scendono dal capo e corpo diafano ma potente, che può schiacciarti in un attimo…

La desidera William. Vuole possederla. Quello scettro con cui amministra i destini, la vita nel suo pugno, quel globo che trattiene, tutto per sé, solo per sé e per pochi eletti, non schiere prostrate ai suoi piedi ma William vuol essere il solo a sentirne il fruscio delle vesti mentre passa per gli immensi saloni, solcando, imperiale, quei mari preziosi, spazzandoli impetuosa come vento di tempesta. Nessun rivale s’intravede all’orizzonte: lo schiaccerebbe se dovesse trovarselo intorno!

Svuota le tasche e, guardingo, entra al castello. È fresco qui dentro, dice, si sta bene.

Piccole sale che precludono la vista, corridoi come cunicoli del labirinto il cui segreto conduca direttamente a lei… a lei che è rintanata e nascosta! Girare, girare, inquieto e ansimante, e girare ancora, licaone dai sensi ben desti. Non la trova. S’incazza. I pugni chiusi di delusione, di rabbia forte; la barba lunga di giorni, sopra quel viso scavato, scattante e nervoso. Svoltare di nuovo ed eccola… eccola lì: fulmine che disintegra certezze!

Penetrare le cortine difensive del suo letto e penetrare tutta lei. In un sol colpo!

Maestà! Mia adorata regina!

Polverizzare in un secondo tutto quel popolo che ha intorno e bivaccare nel suo letto. Tra le sue carni. Divorare l’emblema del potere e farsene beffe, amandola. È un amore duro. Colpevole di lesa maestà. Un amore che mastica e trangugia.

William inghiotte la saliva che gli invade la bocca. Che si produce, avida, per denudare il pensiero.

Sbavare!

Dietro quell’idea. Sopra quel corpo.

Lo stacca. Dalla sua immagine dipinta. Un piccolo blackout fortuito e decisivo. Solo pochi secondi di buio per trasformarsi veloce in ratto scaltrito, le pupille cattive, iniettate di sangue, ingorde di lei. Rapirla con la lama del taglierino affilata e via di corsa traforando i corridoi con lei tra le braccia in un soffio di fiati accavallati e respingere gli amanti che si accalcano alle pendici del suo talamo- ormai conquistato- e poi spingerla via, poterla spogliare del suo ruolo e guardare di che pasta sia fatta, assaggiarne gli umori e vederne la donna. In controluce. Sparita ogni traccia d’essere comune perché innalzata al di sopra con false cerimonie, ormai forma svuotata d’un mondo finto e che non esiste. In cui lei non possa essere. Lei l’umana. Lei la donna.

Le si neghi il diritto di essere!

Di essere per sé…

 

William è stanco dopo la grande avventura del fulmine rosso- il furto d’istinto tutto possesso. Col blackout nessuno l’ha visto.

Nessuno… possibile?!

Accende il computer che si lamenta e lampeggia. La cerca. Anche lì.

… From Hatfield House…

Eccola lì! tutta vestita di pixel. Non più reale, eppure presente. Illuminata ora, di modernità.

Ma William si deconcentra facilmente. Esce e le lascia, entrambe, a riaversi, l’una scomposta e spiegazzata sul letto, l’altra col corpo incastrato nel pc. Ritorna alla sua vita, lui, ai suoi pensieri, alle sue ossessioni. Maniacali e violente. Se ne va con quel cielo grigio che non promette niente di buono. Se ne strafrega. Dritto a sfogare i suoi istinti.

Sull’acciottolato i passi risuonano sinistri. Poi cessano. Bussa. Inizia a piovere. Si rovescia la melma del mondo. Sopra la sua testa. Non ne ha paura William, gli basta andare avanti, finire la missione. Esce una donna. Un vestito sporco che la copre a malapena. Stinto. Liso. Uno scollo generoso che aumenta la sua voglia. Vattene Will, non ho tempo, ora. Lui la spinge contro il muro e strappa quel poco ch’è rimasto. Schizza. Subito. Un liquido che si confonde con la pioggia. Scivola. Anche lui. Si liquefa a terra con quel vapore di corpo che trasuda, nel freddo bagnato delle gocce che invadono la via. La donna rientra di fretta, coprendosi come può; un solo attimo di violenza le è bastato per portare avanti la giornata- la sua dose quotidiana d’orrore incrostato di miseria. Torna a cucinare. Uno spillone che cerca di rammendare un vestito, un vestito rotto come un’anima lacerata, i suoi lembi sdruciti a penzoloni, gambe troppo magre di ragazzi affamati, seduti sull’alto muro del rione. “No future no future / no future for you”! urlano i Sex Pistols da una modesta casetta i cui vetri tremano per lo sforzo di resistere al volume estremo dello stereo. William bussa a quella finestra. “Abbassa la musica, coglione!” e continua a tempestare i vetri di pugni finché questi, esausti, non cedono e crollano, fregandosene di inondare la strada, taglienti e incazzati. Esce un uomo dai tratti pesanti, due grandi mani come martelli propulsori che si avventano sulla testa di Will a ricordargli com’è il contatto tra uomini. “Che cazzo fai? Vuoi abbassare quella musica, stronzo?!?”. Ma l’uomo non parla neanche, lo prende per la giacca e lo fa atterrare direttamente sulle schegge di vetro. Schegge e mani confusi in un solo colore. Mani aperte sul rosso della vita. Non gliela darà vinta, Will. “What a fucking…!!”. L’uomo lo rialza e gli assesta un cazzotto sul naso. È una maschera, ora, zampilla. Il volto frantumato. E lui che, lo stesso, ride sguaiato, gli sputa di fianco della saliva sporca e se ne va sghignazzando ancora, come un tossico senza più ritegno: “No future for you!”. L’uomo rimane interdetto, disabituato a quella fissità maniaca degli occhi di Will, non alla violenza grigia del sobborgo dove neanche l’acqua che scorre e saltella tra le pietre della strada riesce a ripulire il destino delle termiti umane che vi abitano.

 

Will rientra nella stanza sbattendo la porta, fradicio di freddo. Va diretto al bagno a ripulirsi del lordume. C’è qualcuno che lo aspetta: quella ragazza dai capelli rossi e dai vestiti importanti. Quante arie! Ma ha mani delicate la sua donna. E seni bianchi. Un cuore indomito e maschio. Will la guarda uscire dal quadro illuminato del pc… e ora back to home, nella stanza incasinata di roba che si piega al volere della sua regina e che diventa scenario d’amore. Di passione e lotta forsennata. Schermo filmico e subliminale su cui si proiettano brevi ombre che camminano, poveri attori di cui non rimane più nulla se non lampi rumorosi pieni di furore… inutile. E sterile.

Sterile proprio come te, regina dal trono infecondo!

Tutti questi occhi che hai addosso, spalmati sulla tua veste. Quegli occhi… e quei pezzi d’orecchi… e le bocche! Toglietele gli occhi di dosso!! Pezzi d’umanità che lei deve sopportare, portare a spasso per le grandi sale fastose. E fredde. Accendete i camini perché si possa scaldare, perché al capezzolo che le esce imperioso dalla veste arancione –arancione come i capelli fini e ricciuti- perché a quel capezzolo non si accapponi la pelle!

Solo Will può riuscire a farla inturgidire. Lui desidera quell’amore. L’esclusività. Segreta ma decisa. Un patto stretto nell’intimità del rude convegno sessuale. Da cui parte tutto. Per Will. È da quel sapore dolciastro e doloroso del sangue, della ferita, che nasce il contatto, per lui- l’unica possibilità- ma la porta potrà aprirsi solo con la sua regina, non con altre, povere plebee intente a sbarcare il lunario e a difendersi dagli schiaffi della vita, dagli schiaffi di uomini incazzosi e frustrati.

No, Elisabetta è diversa perché ha il maschio dentro. Quella decisione che non ammette replica. Ha un soffio che porta lontano, che apre, una folata a spirale, un’eco lontana che suona da mondi perduti. E tutto si placa- estatico- ad ascoltare quel vento. E lui, Will, ci entra. Decide e ci entra.

Venite via! Correte con me! Vicina! Attaccata alle unghie di questo mio malessere! Ma usciamo di qui, ve ne prego!

Non sorride, lei. Mai. Lo fulmina, lampeggiando con quegli occhi terribili e sovrani!

Sì, Will. E non dice più nulla.

Correte, maestà, correte affinché non possano prenderci mai.

Attraversare sobborghi e strade fetide e puzzolenti, inciampando nelle pozzanghere di piscio acido, intingendovi le vesti che s’attorcigliano, bagnate, alle gambe. Che schifo! E riderne di gusto. Correre all’impazzata con lei arrotolata tra le braccia e tutta quella gentaglia che esce dalle misere casupole a guardarla, e vistala, a prostrarsi per terra. La sua corona che incute terrore. E chiede riverenza.

Regina dei mondi! Regina di tempi lontani.

Come sei giovane qui, amata virago, ancora giovane e bella del pizzo che t’accarezza i capelli, il collo; e il petto è tutto uno sbuffo di fumo leggero. Rossa d’animo implacabile che mi divora!

Nella corsa folle i ruoli sono spariti. Gli abiti volati. Il fetore della città evaporato. Solo un bosco rimane tra loro e il mondo. Un bosco antico. Il bosco di Arden. Dove le identità mutano spesso e si confondono, ferme sulle soglie di luoghi liminali e pieni di suoni felpati e ricordanti. Eccoli lì- loro- nude entità d’amanti in una foresta incantata.

In questo bosco dov’è possibile amarti, le dice, e ripulirsi. Amare te come un’immagine che io canti…

Will non è pazzo. Will cammina accanto alle ombre. E si confronta fino in fondo con le sue immagini internetiche. Trascorre accanto alla modernità- facendola sua- un mondo tutto reale che valica i confini del cyberspazio per diventare concreto, tangibile nel vissuto. Gioca a fare il serio, Will. E arriva, infine, al cuore della faccenda…

Rubare la realtà per amarla altrove!

Ecco come gli è possibile vivere un’esistenza che lo esclude da sempre. L’eterno reietto, scansato da tutti. Quello che comunque vada, è meglio non rivolgergli la parola, perché non si sa mai… Quello solo. O ghettizzato. Quello che, appunto per questo, vuole rispetto. Un sorriso. Ne ha voglia. Bisogno. Ma niente… “Come on, honey, non lo guardare…” e trascina via la sua donna, lui- il maschio protettivo- quello che il rispetto della società ce l’ha eccome! la porta via, lei, attaccata al braccio- unico baluardo di contro al pericolo del contagio, della contaminazione sottile che passa attraverso lo sguardo, una parola, un saluto umano. Voi, dico voi con quell’espressione irrigidita di schifo, voi con la puzza sotto il naso, voi che siete impauriti. Impauriti di che, poi?! Mi chiedo. Che mica vi mangio, cazzo! E neanche i miei occhi vi fulminano!

Potesse farlo, Will, sarebbero tutti morti! Brutti stronzi, pensa.

E invece Elisabetta è lì, con il suo sguardo severo ma giusto. La vergine regina che gli si offre. Discinta ora nelle vesti che ha perduto. Nuda di fronte a lui. Un maschio senza più orpelli. Solo la voglia di dolcezza, il desiderio di scaldare quel corpo sacrificale, quel corpo custode di una sovranità dura, quel corpo stanco- provato- il bisogno di darle conforto nel compito arduo. E resiste.

Sta.

Sta lì con lei. Fedele suddito di sua maestà, sua maestà la paura. La vede attraverso la sua figura imponente e simbolica- è una prova iniziatica questa, da attraversare con cuore saldo mentre la foresta scatena sinistri ululati che si rincorrono tra le ombre fonde della notte. E in questo loro vagare senza più limiti, tra la vegetazione invadente che s’inerpica tra le gambe, Will and Elizabeth sbucano in una radura. Piccola alcova fumante di bruma. E lì, c’è una donna di colore, che canta.

Summertime….

And the livin’is easy.

Fish are jumpin’ and the cotton is high.

Oh, your daddy’s rich and your ma is good-lookin’.

So hush, little baby; don’t you cry…

Un mondo di speranza, un piccolo lampo che esplode fiori carnosi – fiori che scoppiano in tinozze di verità bollenti- fiori famelici. Famelici di vita, di perdono, di riabilitazione. E giù a mangiare dal piatto con le mani, Will, e poi a leccarsele quelle mani- mani sporche e unghie nere- e a leccare anche il piatto con la saliva che cola e la fame che aumenta: contaminarsi! Davvero…

Tutto un regno laggiù. Un regno diverso da abitare. Dove il certo si cambia d’abito, si adatta, si trasforma in mostro agognato. Vero nella sua distorsione.

Have sex.

Assetati, loro due. Ma non solo di quello, stavolta. Bere dalla coppa del dolore per ricongiungersi a esso, toccarlo e

scioglierlo.

Anche solo per oggi. Ma oggi è abbastanza per liberarsi dei detriti incrostati sul volto, lo sporco che si confonde con l’immagine riflessa- quella che esce dal buio e dev’essere deposta- guardarla mentre avvizzisce e riprende a decantare la polvere dei secoli. Will lo vede in lei- una vecchia stenta e smagrita, decaduta e ormai morta- le stringe la mano con dolce pazienza, la bacia e, spogliato ormai di una corazza infamante che l’ha reso opaco, negli anni, la prende in braccio e la sistema al riparo dalle presenze infide della notte mentre il respiro si fa duro e l’atmosfera sempre più rarefatta.

Elizabeth!

Il puzzo di lei- di lei in quel cadavere inerme- gli scoppia nel naso, nella testa, gli cola dagli occhi e allora spegne il pc, Will, prende la tela e torna al museo. Lascia Elisabetta e lì ci adagia anche il suo cuore. Un cuore fatto d’erbe e rametti intrecciati. Un piccolo nido d’uccelli. A ricordo.

Di ciò che fu.

A ricordo di ciò che è.

A ricordo di sé.

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 Rossella Pretto

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