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La pelle casca mentre la voce s’impenna: lo scandalo dello scrivere.

Il surrogato dell’erezione che tarda sta nello sguardo che si eccita del suo stesso essere escluso. “Io mi ero spinto oltre, accettando il mio decadimento fisico, immaginando di divorare a poco a poco un corpo che avrei potuto possedere soltanto con la violenza. Lo scandalo della bellezza fisica era diventato per me insopportabile, era la negazione della mia stessa vita, mentre il desiderio si andava spegnendo a poco a poco. Non mi rimaneva che la contemplazione, con le parole che si andavano consumando, scolorandosi“. Francesco si guarda allo specchio- non ve ne sarebbe bisogno per dire l’oscenità di diventare carcassa- e vede la carne che cede, i lombi svuotati, il pene in sciopero. E’ l’altra urgenza che trema mentre rincorre il fiorire di una sensualità femminile nevrotica, problematica, in continua richiesta, una giovinezza sacra e violata, come quella di Dana, esile figura di donna proveniente dai Carpazi, dai seni a coppa e dal pube biondo, il cui corpo, come il Minotauro, lui vorrebbe mordere, divorare, fagocitare fino a intrufolarsi su per gli occhi, occhi non suoi grazie a cui vedere il mondo, parlare una lingua altra, la voce della sua ispirazione. “L’amore, mi dicevo, in fondo è un divorarsi a vicenda“. E’ così che si ama: affondando i denti. Il desiderio urla e geme mentre la vita va spegnendosi. “Ingoiavo saliva, ingoiavo saliva e mi pareva che con quel liquido ingoiassi anche parte della sua pelle. Non c’era più ormai la letteratura a fare da velo, dovevo ingoiarla tutta, diventare lei per scrivere il mio capolavoro. Rabbrividii e tornai a contemplarla“. E’ questo l’orrore della scrittura? L’ingoiare vita per fermarla con uno spillone sulla pagina, la penna del cannibale… un cannibale stanco che ha nello sguardo l’unica arma a disposizione per sfamarsi prima di cedere e sparire in quel regno di mezzo che non è vita ma non è neanche morire. “La testa tra le mani, i gomiti appoggiati sul tavolo dello studio, mi chiedevo che cosa prova uno scrittore, faccia a faccia con la fine della propria scrittura. Ero giunto in fondo a me stesso, e la scrittura di cui avevo vissuto si stava spegnendo a poco a poco, abbandonandomi nella vecchiaia più nera“. Sarà perché spesso la realtà uccide (così l’irruzione di una pistola nel libro) e non si può essere assassinati prima di essersi appropriati di quella voce che vive e di cui non si può chiedere il conto, perché l’esperienza è azzerata, la letteratura fa morire e richiede un sacrificio, una lotta con il caprone che, dopo l’amore, defeca e ride. Francesco è uno scrittore mediocre, tre matrimoni falliti alle spalle e un continuo bisogno di perdersi in corpi giovani, in amori di ragazze, forse un po’ ossessive. E’ per questo che si allontana da Roma e si rifugia a Vienna, in pellegrinaggio freudiano. Qui incontra Dana, una vita in fuga, straniera anche a se stessa, e la paga per ascoltarne l’esistenza da disperata (i contadini poveri si assomigliano dappertutto, dalla Marsica ai Carpazi): il filo che lega le storie aggancia l’immagine dell’eterno Edipo, una condizione, un sogno (“Più che un nido sembrava una tomba scoperchiata“): il tentativo di vedere chiaro, oltre lo slabbro della carne, di farsi spazio scampando alla puzza di un feto abbandonato nel ventre della madre, un feto che non ha saputo liberarsi dal cordone che l’ha asfissiato. “Il sesso è la mia tragedia! Bambole e schiavi!“. C’è sempre bisogno di un capolavoro, che sia un altare, come aveva fatto Camon, o uno splendido, splendido romanzo, come ha scritto Renzo Paris.

Renzo Paris, Bambole e schiavi, Elliot, 2018, 185 pp.