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In occasione della presentazione di domani sera alla libreria Canova di Treviso (giovedì 8 febbraio alle 21), pubblico un brano del romanzo “La vita perduta” di Elio Chinol che, come ho detto più volte, è mio nonno (e dirlo, a volte, non guasta perché ti permette di farti trovare dalle persone che si interessano a lui e alla sua opera, come è capitato a me che, grazie a queste pagine, ho conosciuto lo scrittore Alessandro Toso che aveva organizzato la serata e mi ha coinvolto). Elio Chinol scrive questo vivace e, a tratti, lirico bozzetto di vita veneta sul finire degli anni ’60 e lo pubblica nel ’72. Partecipa al premio Campiello, ma la sua corsa si ferma alle soglie della cinquina finalista, in cui Arbasino, con “La ragazza di Lodi”, era riuscito a spuntarla. Lui ci rimane molto male e lascia passare alcuni anni prima di riprendere la penna in mano per scrivere “La pantofola di Nerone”. Intanto continua la sua vita di anglista e professore universitario, scrive su “L’Espresso”, e traduce “Macbeth” su richiesta della Compagnia dei Quattro (Enriquez alla regia, Glauco Mauri e Valeria Moriconi primi attori, e Emanuele Luzzati alla scenografia).

Questo brano racconta del primo innamoramento, racconta della Beba che, presto, dovrà partire per la villeggiatura estiva.

I grilli cantavano interminabilmente nella notte. Attorno al filo della loro voce si stendeva il silenzio dei prati, che il lontano, intermittente abbaiare di un cane rendeva ancora più profondo. Tutto sembrava assorto e immobile. Ma la luna che cresceva all’orizzonte scandiva per me lo scorrere del tempo. Esile le prime sere, una falce di luna, poi una mezza luna, una luna piena, una luna calante, che spuntava sempre più tardi. E ogni sera appariva sempre più bassa all’orizzonte, più gialla e spenta, più pesante, levandosi e illuminandosi a poco a poco. Questa era la mia misura del tempo. Sapevo che presto non avrei più visto sorgere la luna e la Beba sarebbe partita.

Chissà se anche lei ci pensava. Lei comunque aveva quel suo distacco ironico che le consentiva sempre di scherzare.

“Non te ne andare, Beba”, le dissi proprio irragionevolmente una sera, quando si era ormai alla fine di giugno, “non sopporto l’idea che tu te ne vada per tanti mesi.”

“Ma non sono mica poi tanti!” disse lei ridendo.

“E poi chissà come tornerai”, io dissi. “Tornerai diversa?”

Lei rise ancora. Poi assunse un’aria scherzosamente pensosa:

Questo boccio d’amore maturerà

Nel soffio dell’estate e forse,

Quando ci rivedremo,

Sarà uno splendido fiore.

“Vedi?” aggiunse ridendo ancora. “Proprio come nella nostra scena del balcone. Finirò per sentirmi davvero Giulietta.”

“Tu scherzi sempre”, io dissi un po’ irritato, “ho l’impressione di non riuscire mai ad afferrarti. In qualche modo, sento che mi sfuggi.”

“Ma io non voglio affatto che mi afferri”, lei disse sempre ridendo, “non sopporto di essere afferrata.”

“Ecco che scherzi ancora”, io dissi.

“No, adesso proprio non scherzo”, lei disse insieme sorridente e pensosa.

“Ma tu mi vuoi bene?” dissi ancora più irritato.

“Qualche volta sì.”

“Come qualche volta sì?”

“Qualche volta no”, disse ancora la Beba ridendo.

“Ma allora sei proprio matta”, io dissi.

“Mah, non lo so”, lei disse. “Sono così in tutte le cose: qualche volta sì e qualche volta no.”

Tribuna 6-2-18 Elio Chinol