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quando-cadono-le-stelle-gianpaolo-serinoGian Paolo Serino prende grandi star dal fascino e dall’appeal indiscusso, scrittori o artisti che conosciamo per l’aura che li ammanta, e li conduce al punto di rottura, li piazza al centro della crisi che spezza il loro mito e ne mostra il corto circuito, rivelando la sofferenza intima che li mette in ginocchio, il segreto perturbante a cui hanno attinto, e gelosamente nascosto, per trasformare la vita in arte, il dolore in creazione e restituire uno sguardo pensoso ma potente sull’essere umano: un uomo o una donna fragili, venati di sfumature dolenti, ma da cui hanno saputo estrarre la luce (una fiamma folgorante) per uscire dal grinfie di una vita esigente in cui hanno dovuto coniugare fama, successo ed eccessi. Sono confessioni, a volte spietate, che strappano dal loro volto le incrostazioni più civette della notorietà e del racconto che vi si è fatto sopra. Ogni grande artista ha un brivido interno a cui tenta di sottrarsi, ma da cui non può fuggire, un brivido che non parla solo del fuoco che divampa, ma di un gelo che rattrappisce ogni forma di esistenza accettabile e che ci squaderna grazie alla trasparenza di un’anima che non sa negarsi, che si concede come il lampo abbacinante della sua vulnerabilità. E’ quello che succede nella atroce confessione di Ernest Hemingway prima di spararsi un colpo in bocca, dopo i numerosissimi elettroshock subiti, le crisi maniaco-depressive, i ricoveri, la vita insaziabile: è ciò che gli succede immaginando di parlare alla madre, ripercorrendo l’infanzia e il penoso segreto con cui non può più convivere.

gian-paolo-serinoSerino ha una scrittura cinematograficache giustappone le scene come in un montaggio alternato, con la macchina da presa che indaga l’interiorità dei personaggi, fruga nelle loro vergogne, li segue facendosi intollerabilmente intima, con uno sguardo a volte in soggettiva, a volte esterno, quello dell’autore che mette in evidenza le crepe, i cedimenti, il rimosso. Cosa vuol dire essere una celebrità esposta all’occhio indagante della gente, farsi corrodere dal personaggio che si interpreta? Se lo chiede Cary Grant che non riconosce più la sua immagine allo specchio, Tu non sei Cary Grant, dice, perché rifiuta ciò che gli è stato cucito addosso, come se l’immagine dell’attore famoso che lo specchio gli rimanda fosse un nemico. You talkin’ to me?, chiedeva Robert De Niro in Taxi Driver. E’ un uomo ferito e manesco, Cary Grant, devastato dal senso di colpa per essersi imposto di non perdonare lo schiaffo datogli dalla madre, da ragazzino, senza sapere che di lì a poco l’avrebbe persa, che sarebbe morta, anche se quella donna non era veramente morta, lo scopre all’apice del successo, quando il padre gli scrive per raccontargli tutta la verità.

Vi è Picasso alle prese con una donna delle pulizie che tenta di sottoporgli la figlia undicenne per averne in cambio un ritratto da poter rivendere e mettere così fine alla loro esistenza di stenti: un Picasso che, in riva al mare di Juan-les-Pins, ricorda la petulanza viscida degli impiegatucoli nazisti che non sapevano capire la sua arte e che gli chiedevano di denunciare i suoi amici ebrei; vi è Kafka che parla con il suo scarafaggio e che si innamora di una ragazza pestata a sangue dal padre; e poi Edgar Allan Poe nella trappola mortale dell’alcool, traumatizzato dalla morte della moglie che rappresentava l’unico antidoto all’ombra nera che avanzava nel cielo della sua esistenza.

And so, all the night-tide, I lie down by the side
   Of my darling—my darling—my life and my bride,
   In her sepulchre there by the sea—
   In her tomb by the sounding sea.

cantava Poe in Annabel Lee. Un’ossessione, un bisogno di annientamento, da cui sarebbe uscito solo. Come nei suoi incubi. Solo, come nei suoi racconti. Solo, come tra i suoi demoni di vetro infranti nel sogno di una bottiglia che lo rincuorasse e che lo portò alla morte. Una morte anonima, come il peggiore degli ubriaconi. Come in una delle sue storie; vi è Rosemary Kennedy, la sorella del presidente degli Stati Uniti assassinato nel 1963, fatta lobotomizzare dal padre perché il suo temperamento strambo e irrequieto non creasse ombre alla carriera politica dei fratelli, una ragazza che desiderava solo essere amata dal padre per ciò che era, ma che avrebbe accettato anche di farsi voler bene rinunciando a se stessa; vi è J.D.Salinger innamorato della giovanissima figlia di Eugene O’Neill che lo pianta in asso per il cinquantaquattrenne Charlie Chaplin e che gli fa provare un dolore sordo che gli rintrona la testa, ma da cui si riprende grazie alla visione del futuro di grande scrittore in cui si sente proiettato; e poi ancora: Stephen King e Maurizio Cattelan.

Sono ritratti intensi che picchiano come un pugno allo stomaco che fa uscire le lacrime, anche se si tenta di ricacciarle giù per la rabbia destata da quei destini splendidi ma infami.

Gian Paolo Serino è un duro che sa raccontare il cuore di tenebra delle “stelle”.

Gian Paolo Serino, Quando cadono le stelle, Baldini&Castoldi, 2016.