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Nella Genesi, la città di Sodoma viene distrutta dagli angeli inviati dal Signore e ospitati da Lot che li difende dalle violenze (non solo verbali) dei sodomiti che bussano alla sua porta per conoscerli. Lot rispetta i doveri dell’ospitalità e viene quindi graziato dagli angeli che gli ordinano di partire e non voltarsi indietro, ma la moglie di Lot disobbedisce e viene trasformata in una statua di sale. Il romanzo di Vidal, The City and the pillar, tradotto in italiano con La statua di sale per richiamare la citazione della Bibbia, ha un andamento circolare, aprendosi e chiudendosi sulla disperazione di Jim, spiaggiato in uno di quei bar dove gli uomini vanno a cercare altri uomini e in cui lui spera di raggiungere la dissoluzione alcolica. Il perché è narrato all’interno di questa struttura ad anello che parte dall’adolescenza di Jim, dal suo amore per Bob e passa alla descrizione degli anni trascorsi a pensarlo, desiderarlo, condannato a non amare mai nessuno dei corpi che incontra, per concludersi con lo stupro brutale dei suoi sogni, dal momento che, come gli dice Maria Verlaine, l’amore “è sempre una cosa tragica, per tutti, sempre”. Così, alla fine, uscito stonato da quel bar, si dirige verso il porto, verso il mare mostruoso a cui tutti i fiumi conducono (era stato sulle rive di un fiume che, quell’unica volta, da ragazzini, e forse per sbaglio, lui e Bob si erano toccati). Così l’esistenza di Jim, dopo la vendetta presa sul corpo di un Bob violentato e piangente, può continuare solo attraverso la fuga in un’acqua “fredda e scura” che si frange “contro l’isola di pietra”.

Qui sotto le prime pagine del romanzo: