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Se l’uomo è canaglia

e la donna canaglia

dirigi il piede sovrano sui monti

ma non fuggire il miasma del loro rancore,

della stupidità, la grettezza.

Fatti pure impregnare di un canto irredimibile, penetra la scelta, scegli la scelta e,

sola,

fai passo delle tua eterna lontananza,

dell’irrinunciabile voragine.

Spalancati al richiamo della notte

con la bifida verga del rabdomante che stani

impurità,

non acqua,

lo sconcio ghigno dell’imperfezione.

Lascia i sorrisi sprecati, lascia la fede e la stretta di mano,

pensa il rancore, la stupidità e la grettezza

fino ad slacciarne l’abisso,

fino a slabbrarlo

nell’incontenibile abbraccio col tuo delirio

di appartenenza,

col tuo delirio di

onnipotenza.

E anche laddove la bellezza non ti raggiunga

canta l’orrendo, l’orrido vuoto, la miseria del ributtante contatto,

ascolta il guaito impotente del cane alla catena,

il dignitoso silenzio del gatto che muore, lo sterminio degli uccelli

nel loro convulso sbattere d’ali.

Pensa e giudica perché in questo sei uomo

e sei donna,

non canaglia.

Chiuditi, implodi, sterminati

ma che il tuo canto sia sirena, sia scafo che stracci la nebbia

lasciandone gli orli increspati come tentacoli cotti.

Dov’è finita l’incandescenza del tocco?

Dilapidata nel verde acido di un paradiso

bugiardo

sputtanato dal barbaro tuono del tuo

incedere furente.