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La parola e la visione sono dunque atti che fanno sprofondare il passato, lo deturpano perché ne mettono a nudo “l’orrido vuoto”. Così tutto è silenzio, ogni moto che non sia di sopraffazione, messo a tacere, chiuso a chiave, come i recinti, i liquori, i ricordi, la porta del bagno che separa le due camere. La casa dei tronchi è “refrattaria alla parola umana”. Anche Rose deve adattarvisi e, come Blanche Dubois, piano piano sparire sedotta e inghiottita dall’alcool, dalla noia e dai vestiti indossati come “espedienti per nascondere la persona inutile e spaventata che stava diventando”, sempre più conscia che “non poteva essere niente, senza qualcuno che credesse in lei, niente di niente. Non poteva essere altro che quello che gli altri vedevano in lei”. Rose quindi si spegne, declina e Peter si avanza a colmare i suoi vuoti. Lo fa con una meticolosità da chirurgo, il mestiere del padre, suicidatosi attorcigliandosi una corda al collo perché consapevole di essere un ostacolo alla vita di Rose, alla genialità di Peter, a cui aveva fatto promettere di essere sempre gentile essendo, la gentilezza, l’eliminazione degli ostacoli che si pongono davanti alle persone amate e che hanno bisogno d’aiuto. Peter prende su di sé la vergogna della madre, l’atroce sospeso della fine del padre, se ne fa forte, li usa come progetto per trasformare una corda in un legame mortale, un serpente attorcigliato in un sacco che, apparentemente domo, strisci fuori di soppiatto per iniettare il veleno nella preda. Conquista i favori di Phil, se ne fa amico, proprio come un cacciatore che spii, non visto, i movimenti di un animale che è, a sua volta, un predatore e per questo si senta al sicuro, convinto di essere lui a condurre il gioco. Ma non può essere solo la volontà di strappare il figlio alla madre, di far piombare ancor più quest’ultima nel vortice dell’alcool, di cacciarla dal ranch, a spingere Phil perché c’è un arcano, in quel corpo femmineo e ancheggiante di Peter, che agisce lentamente su di lui; e allora la corda che fa ballonzolare sotto gli occhi del ragazzo, e che in quelli subito si riflette, lo avvinghia, lo stringe in una morsa. In una corda le strisce di cuoio si attorcigliano: è questo che desidera Phil? Basta un tocco, una mano che si poggia sul braccio, e non si sposta, a farlo annichilire: “”In quel momento Phil, in quel posto che aveva l’odore degli anni passati, sentì in gola quello che aveva sentito già una volta e che non si aspettava né intendeva sentire di nuovo, perché poi, quando lo si perde, il cuore ti si spezza”. Una  ferita su una mano, una pista che porta su “un ciglio di una gola inaridita”, una corda che si intreccia, un tocco sul braccio, il contagio dell’antrace. Così, Rose, benedetta dal favore della Vecchia Signora e protetta dal pensiero vigile di Peter, torna a splendere al braccio di George: “Lei era incantevole alla luce della luna, e fu bello vedere George fermarsi, prenderla tra le braccia e baciarla. Per cos’altro, altrimenti, se non per questa scena al chiaro di luna che segnava il vero inizio della vita di sua madre, per cos’altro, se non per questo, suo padre si era eliminato, si era sacrificato a giacere su quell’altra collina, a Beech, sotto una manciata di fiori di carta, fedele al suo personale libro dei sogni?” E, finalmente, padrona di sé e del luogo, un paesaggio che nel romanzo è un comprimario assoluto, liberata la sua anima dal potere del cane, quell’ombra che si stendeva sul fianco della collina, torna ad apporre, vicino al suo nome, una stella, come faceva, un tempo, la maestra accanto ai nomi dei bambini meritevoli.