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Leggevo, ieri, un interessante articolo su Robinson, inserto culturale di Repubblica, a proposito dell’urgenza di raccontarsi, tendenza dell’epoca moderna che sempre più indaga l’interiorità in termini di identità, con uno sguardo che si è ormai volto quasi interamente all’interno e misura il divenire del mondo in base alla percezione personale, alla propria capacità di comprenderlo e ordinarlo, catalogarlo, in qualche modo; bisogno sicuramente fondamentale ma che, riflettevo in questi giorni, tralascia, o dimentica, di ancorarsi a quella voce ulteriore che è come un’eco della verità più profonda che indica il trapassare delle cose, il loro essere altrove. Se la tendenza è quella al radicamento in una concretezza esperita tramite il riconoscimento di un’individualità, come fare per conservare memoria di quello stato di oscura mutevolezza che è l’essenza della condizione umana e, nello specifico, la mia? Se io tento di afferrarmi attraverso l’identificazione di tratti che mi facciano coincidere con un’immagine fissa, tradirò irrimediabilmente ciò che sono, non riuscirò mai a comprendermi, a prendermi tutta insieme, nella mia interezza, cosa che, tendenzialmente, sfugge, mi sfugge perché, cioè, quell’identità è composta, per la maggior parte, di ciò che non è, di ciò che è stata e non è più, di ciò che non è stata ma era in potenza, di ciò che probabilmente sarà, di ciò che non sarà ma vorrei che fosse, e, soprattutto, di ciò che la sorpassa, una specie di deposito di materiale volatile a cui si può attingere solo tramite un segno, un simbolo, forse un mito, o un racconto che non voglia chiudere ma aprire, che voglia cogliere il sapore di ciò che apparentemente non mi appartiene ma che mi risuona. Ecco, allora la pertinenza di Rilke, del canto. Ecco la pertinenza della poesia, da me molto trascurata ma mantenuta attraverso il richiamo del suono, del ritmo. Conservare memoria è lasciare una traccia di ciò che era e che io vagamente ricordo, secondo filtri che uso in questo momento e non usavo, forse, nel passato. Cosa conservo, allora? Quei filtri o i momenti che non sono più? Conservo una visione fatta di più elementi. Il passato è irrimediabilmente morto, rimane il canto, che sta a metà tra i vivi e i morti.

Lapidi non gli ergete…

Lapidi non gli ergete, a celebrarlo!

Ma nel maggio, per Lui, sbocci la rosa.

Orfeo non è, se non quel suo perenne

trasmutarsi nel tutto. E vano è dargli

nomi diversi. Ove si accenna un canto,

Orfeo rivive. Giunge e si dilegua.

Ed è prodigio, quando a volte resta

un’ora breve oltre il morir di un fiore.

Come ci avvertirà del suo sparire,

se lo sparire suo tanto lo angoscia?

Poi che il canto rimane oltre di Lui,

dove non siamo, Egli è di già presente.

La grata della cetra non lo ingabbia.

Ubbidisce l’Iddio, quando trascende.

(Rainer Maria Rilke, da I sonetti a Orfeo, trad. Vincenzo Errante)