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La lunga indagine, che si fa racconto e quindi romanzo, sulla malattia che l’uomo è chiamato a incarnare, parlando -e, in questo caso, scrivendo-, è anche una lunga indagine sulla sua scissione, sull’impossibilità di tenuta, di coesione, sull’incapacità di sapersi vivente e parlante allo stesso tempo, sull’incapacità di trovarsi unito, perfetto, privo di fessure. E’ una testimonianza sul fatto che “la lingua è il virus della malattia chiamata uomo” e l’analisi la fa esplodere perché, in analisi, ciò che emerge è “la situazione in cui l’uomo parla” e non trova la possibilità, sentendone la nostalgia, della “parola totale”. Nel caso di Ferdinando Camon, la parola totale è il dialetto, la lingua della madre- non è la mancanza della madre ma della sua lingua-, la lingua perduta che nessuno più capisce, neanche lui.

In altri termini, usando il ragionamento che Agamben svolge in Il linguaggio e la morte, è il linguaggio che permette di indicare e, per così dire, prendere coscienza del manifestarsi dell’essere ma sempre in negativo, come mancanza e dialettica.

“Solo perché il linguaggio permette, attraverso gli shifters,”- (in questo caso parla dei pronomi)- “di far riferimento alla propria istanza, qualcosa come l’essere e il mondo si aprono al pensiero. L’aprirsi della dimensione ontologica (l’essere e il mondo) corrisponde al puro aver-luogo del linguaggio come evento originario, mentre la dimensione ontica (gli essenti, le cose) corrisponde a ciò che, in questa apertura, è detto e significato. La trascendenza dell’essere rispetto all’essente, del mondo rispetto alla cosa, è, innanzitutto, trascendenza dell’evento di linguaggio rispetto alla parola”.

L’analisi permette di far risalire alla luce questo vuoto che attraversa l’uomo, che lo separa da sé e dai suoi simili, che lo fa essere un parlante: la voce, la parola, anziché articolarlo, lo disarticola, lo riduce in pezzi, in sogni sparsi e accavallati.

Non c’è nessun’altro che l’uomo e il suo analista, nella varie forme che assume, una specie di mago che, giunti al termine dell’analisi, dopo sette anni, l’uomo non riconosce più: semplicemente lo guarda per la prima volta e ammette di non conoscerlo.

Non è in questione il voler-dire, il significare, che sempre sfugge e si annulla perché la capacità di indicarlo apre la dimensione del tempo, quindi del passato e della morte, del non essere, ma la possibilità del linguaggio, nel suo farsi, nel suo aver-luogo, nel suo essere trascendenza, di lasciare traccia della malattia chiamata uomo.