71 anni fa, Elio Chinol, mio nonno, scriveva questo pezzo su Università del 1 agosto 1946, a proposito della crisi del romanzo. Dopo la crisi se ne è annunciata la morte.

E’ in crisi il romanzo?

Il nostro, si sa, è il tempo delle “crisi”. Ogni momento ce ne segnalano una: crisi della filosofia, crisi della poesia, crisi della pittura, crisi del teatro; tutto, ci dicono, è in crisi. Ora è la volta del romanzo: si discute del romanzo e anche sul romanzo si dice che è in crisi.
Ma in che senso, chiediamo, il romanzo è in crisi?
E’ in crisi perché non si sa più “narrare”, perché si scrivono tre o quattrocento pagine e in tre o quattrocento pagine “non accade nulla”, perché ha perduto la naturalezza delle vecchie narrazioni, perché invece di “personaggi intuiti direttamente dalla fantasia, incontriamo, nell’ipotesi migliore, dei personaggi pretesto che servono… (solo a ) introdurci in una Weltanschauung che fa della persona umana una mera illusione soggettiva, un cattivo sogno”, perché il nuovo mondo ch’esso ci offre è “il mondo della noia”, ecc.; così ci dicono.
E sono ragioni valide? O non sono ragioni che derivano dal pregiudizio di vecchi schemi, che ora si dimostrano affatto incapaci e insufficienti a comprendere le nuove esperienze narrative?
Mi pare che si possa risolvere le domande che abbiamo posto, ponendone una terza, e rispondendo a questa terza: potrebbe il romanzo contemporaneo non essere quello che è? Potrebbe tornare al limbo beato della vecchia narrativa- chiamiamola così, genericamente- naturalistica?
Niente può essere più assurdo, oggi, che riproporre ancora il problema dell’autonomia dell’arte, e parlare e giudicare con gli occhi volti indietro, fissi ai vecchi schemi. E’ in questo atteggiamento, credo, la radice di ogni pregiudizio e di ogni incomprensione. Tralascio qui, perché non mi sembra necessario, di discutere l’opportunità di una nuova estetica veramente critica- cioè non irrigidita in una formula, in una definizione dell’arte, che permetta di comprendere senz’altro tutte le molteplici manifestazioni dell’estetico, (si ricordi Banfi)- che venga a sostituire l’estetica crociana, carica di tutti i vizii dell’intellettualismo, dogmatica e chiusa. Qui io non voglio difendere né l’autonomia né l’eteronomia dell’arte, non voglio stabilire valori, distinguere bene da male, ma solo giustificare il modo d’essere del romanzo contemporaneo, solo spiegarmi, per quanto è possibile, questo suo modo d’essere. Niente infatti mi sembra più stupido e ottuso che ritirarsi di fronte a un “fatto” e disconoscerlo, gettando squalifiche e scomuniche senza cercare di capirlo. Perciò non mi chiedo se i narratori contemporanei siano artisti o non piuttosto psicologi, o moralisti, o metafisici, o filosofi, o qualcosa di mezzo tra gli artisti e i filosofi: mi chiedo solo se le loro opere potrebbero essere diverse da quel che sono, se le loro opere sono “false”, o se non esprimono invece il volto del nostro tempo.
Può darsi che i difensori dei quattro gradi della “Filosofia dello spirito” abbiano ragione, che le loro “distinzioni” contro le “confusioni” siano giuste, che il problema dell’artista debba essere un problema d’espressione e niente più, che l’arte debba essere solo arte e niente più. Sarà il nostro secolo un altro “secolo senza poesia”? Anche questo può darsi, e io, come ho detto, non voglio stabilire valori e non fare difese. Ma ai libri che ci sono io credo, cioè credo alla necessità del loro esserci, al loro non poter non esserci, e al loro non poter essere diversi da quel che sono.
Bisogna liberarsi dagli schemi intellettualistici, dal dogmatismo, dai tagli troppo recisi fra “poesia e non poesia”. Tante volte si è detto: “peggio per la grammatica”; oggi bisognerà dire: “peggio per l’estetica” (almeno per quella idealistica e crociana).
Il romanzo non è più quello che era, ha assunto altre forme da quelle che aveva: questo, mi pare, è tutto ciò che possiamo dire.
E’ inutile gridare ad ogni momento che è in crisi e fare discorsi bui e previsioni catastrofiche- in fondo, sempre un poco compiaciuti.
Crisi della filosofia? Crisi della poesia? Crisi della pittura? Crisi del teatro? Crisi del romanzo? E perché non piuttosto filosofia della crisi, poesia della crisi, pittura della crisi, teatro della crisi, romanzo della crisi? Proprio questo, io dico: la crisi è una sola, è nell’uomo.
Rotti i vecchi schemi della cultura intellettualistica, l’irrazionalismo moderno- capace di distruggere, ma incapace di ricostruire- ha gettato l’uomo di fronte al mistero. E questa è la crisi: la lotta dell’uomo col mistero, la domanda sospesa sul destino dell’uomo. Potrebbero l’arte e la letteratura restare estranee a questa crisi, non assumerla in sé, non cercare di risolverla? Non potrebbero. L’esigenza dei migliori artisti, oggi, è un’esigenza di verità, d’assoluto. Perduta la fede nella logica, l’uomo ne ha cercato il surrogato nell’arte, dal mediato si è volto all’immediato. Di qui, appunto, il concetto decadentistico dell’arte come strumento di conoscenza dell’assoluto, come via alla verità. L’estetica e la logica finiscono di porsi come due regni ben individuati e distinti: non più solo arte e non più solo filosofia, ma arte e filosofia insieme, sentimento e ragione, bellezza e verità.
Ma questa stessa esigenza di verità è sentita oggi anche dai narratori che già sono fuori, o vogliono uscir fuori, dal decadentismo: da tanti scrittori- diciamo così, senza pretesa di definirli- sociali: americani, russi, inglesi, francesi e italiani. Anch’essi, con la loro arte, vogliono rispondere alla domanda sospesa sul destino dell’uomo, vogliono strappare l’uomo al mistero, al Nulla o alla Trascendenza che si aprono sul mistero, per ricondurlo alla terra. Anche il loro problema, dunque, non è soltanto estetico.
Il romanzo contemporaneo risente di questa singolare contaminazione. Ho detto il romanzo contemporaneo senza fare distinzioni, e non intendo farne se non dentro un certo limite, perché tutta la narrativa che conta risente di questa esigenza di verità. Romanzo realistico o naturalistico, romanzo psicologico, romanzo lirico e metafisico- mi pare che, sostanzialmente e dentro il limite di valore approssimativo di uno schema, possiamo distinguere nella narrativa contemporanea (mondiale) queste tre correnti- si muovono tutti in una stessa direzione, all’affermazione o alla ricerca di una verità. Ogni romanzo o è affermazione di una verità già posseduta, espressione concreta e precisa di una Weltanschauung già pienamente conquistata, o è ricerca di una verità, esercizio per lo scoprimento di una verità che non c’è ancora, e si vuol tentare- sia attraverso i labirinti complicati dell’introspezione e dell’analisi psicologica, sia nell’avventuroso esercizio di una scrittura oracolare e metafisica.
Pare che oggi si possa dire, come ha detto Henry Miller, che “il fine ultimo dell’artista è quello di giungere più vicino al cuore della verità”. Proprio questo; oggi non siamo più così ricchi, non abbiamo più tempo, per poter considerare la letteratura come un ozio: la crisi dell’uomo spinge a tentare la via della verità.
Questo è il destino dell’arte contemporanea. Il compito suo è di restare fedele a questo destino, di restare fedele al proprio tempo.” (Elio Chinol)