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Siamo capaci di tenere aperte le porte?, tuona Franco Rotelli. La gente sta male nella vita.

Hieronymus Bosch, La cura della follia, 1480, Madrid, Museo del Prado

Hieronymus Bosch, La cura della follia, 1480, Madrid, Museo del Prado

Era da tempo che non mettevo piede a Venezia, se escludo la permanenza di un paio di giorni al Lido, qualche anno fa, per il Festival del cinema. Venezia, questa città con tutta una sua storia; Venezia, questa città con tutta una mia storia. Sentimentale. Venezia col suo stare in bilico, la sua orizzontalità, il romantico, il pittoresco, il doge e i pescatori, San Marco e il ghetto. Era da tempo che volevo rivederla, incontrarla nuovamente, sentire ancora dentro quella sua atmosfera lagunare. Come un giorno che non finisce. Lontane le notti in cui il suo ascendente mi permetteva poesia, dionisiaca, uscita da sé; lontani i giorni in cui le porte erano spalancate ma sotto pesante minaccia di chiusura. Chiuso per paura, è stato il cartello appeso sulla soglia per molti anni. E’ così che questo nuovo incontro genera spirali folli di ricordi che si fanno vivi: ora.

Carmen Aldunate

Carmen Aldunate

E’ lei, lo so, questa signora che mi siede davanti, al teatrino Groggia- un’immagine netta, un ricordo folgorante-, è quella suora dall’aria fiamminga, quel suo volto chiuso, stretto, quasi da topo, che ho rincorso, una volta, inebetita, tra i marmi di San Pietro, a Roma, con quegli occhi azzurri che aveva, ravvicinati, la pelle quasi trasparente, le palpebre rosse dal troppo chiarore, quasi un angelo bruciato dalla vicinanza al sole, o meglio, un angelo caduto a servire il maligno, quella sua ossessione- che che mette i brividi- lucida e spietata, negli occhi; volevo guardarla, fotografarla, sapevo che era manifestazione di quel doppio che avevo bisogno di vedere e che vedevo ma che dovevo imbrigliare, tenere stretto, guardare, e poi guardare ancora; ma lei sfuggiva, veloce, e non mi lasciava il tempo di inquadrarla che era già voltata dall’altra parte, sparita, coperta. Impossibile da fotografare. E ora, quella suora, smessa la veste religiosa, mi riappare qui, seduta sulla sedia davanti. Al Festival dei Matti. E si gira. E la vedo, la riconosco. Ma oggi è un altra la sua storia. Ecco di cosa è capace, questa città. Di richiamare i fantasmi, di ritessere ossessioni, renderle manifeste, necessarie occasioni di straniamento e riflessione. Capace di rappresentare passato e presente in un unico volto dimenticato. E strano. Capace ancora di mettermi davanti fisionomie di ebrei come solo in Shakespeare ho letto. Qui, mentre passo per il ghetto, diretta- spaesandomi con gusto-, al teatrino in cui i tempi si congiungono, si toccano e accadono. Tutto è compresente, sullo stesso piano, qui a Venezia. Ecco perché è un buon posto dove raccontare la follia, ecco perché è un buon posto per sapere che ci è accanto e non ci lascia. Mai. Come sa Simona Vinci, lo sapeva fin da piccola, quando viveva- e ora è tornata- a Budrio, con i suoi due istituti psichiatrici che a una cert’ora riversavano per le strade i loro matti; e i bimbi li conoscevano, i bimbi sapevano come trattare con ognuno di loro e non ne avevano paura, perché li consideravano una possibilità dell’esistere normale. Presente, concreta. Reale. Non folle. Ricordo anch’io di un mio matto che incontravo all’uscita della scuola, alle elementari, che cantava Al-làlà- Ihuuuuuu. Una pertica d’uomo, gli occhiali come fondi di bottiglia e quel canto che gli usciva dalla gola. Ero divertita, lo erano tutti i bambini, da quell’ugola potente che se ne fregava di tutto, interessato solo a emettere, davanti a noi, quelle sue note altissime a squarciare il perbenismo di una città che ha sempre tenuto molto alle apparenze. Ma i matti hanno comunque sempre fatto parte della sua storia. Della mia, sicuramente. Ma i matti cosa sono? Chi sono? Dove sono? Io non lo so, cosa sono i matti, chi sono. Io non so dove si trova quel confine. Ne parlo, me ne riempio la bocca ma… davvero, non saprei dire.Cgkd7OaXEAAlkAH

 

La prima verità è il titolo del nuovo romanzo di Simona Vinci da cui lei legge, molto bene, con voce secca, impenetrabile, due dei suoi tre prologhi. E’ un libro complesso che le ha richiesto un lungo lavoro e in cui parla dell’isola di Leros, dello scandalo di un manicomio, del manicomio d’Europa, dove fu deportato anche il poeta Ghiannis Ritsos. Lasciateci i poeti, lasciateci chi scrive così:

Sera grigia

Mi duole in petto la bellezza: mi dolgono
le luci
nel pomeriggio arrugginito; mi duole
questo colore sulla nube – viola plumbeo
viola repellente; il mezzo anello della luna
che brilla appena – mi duole. Passò un
battello.
Una barca; i remi; gli innamorati; il tempo.
I ragazzi di ieri sono invecchiati. Non
tornerai indietro.
Serata grigia, luna sottile, – mi fa male
il tempo.

Altri parlano, arriva Franco Rotelli, c’è Giovanna Del Giudice, e Alice Banfi, un faro. Ha subito diversi ricoveri, è stata legata più volte. Lo racconta- una delle poche coraggiose, una che a vederla così, ti chiedi: “Cos’avrei fatto io se qualcuno mi avesse presa e legata, maltrattata, privata delle libertà fondamentali?”. E lei è qui che lo racconta. Testimonia, con una semplicità disarmante, con un linguaggio fresco, libero, l’orrore che ha subito. Dice che spesso la contenzione iniziava nel momento in cui il paziente rifiutava di prendere la terapia, di ingerire pasticche. E allora ti puniamo perché sei un bambino cattivo e ti confiniamo nello stanzino buio a guardare in faccia i mostri. Sembra questo, visto dall’esterno. E non è mai facile, ma… Bisogna puntare all’integrità fisica e psichica, dice Giovanna Del Giudice. Tutto ciò che chiedevo era di riconoscermi ed essere riconosciuta, dice ancora Alice Banfi, di trovare all’interno del reparto una tana, non una prigione. Al fondo, sempre questo bisogno di protezione, questo senso pietoso di nudità da ricoprire, di una mano che accompagni i fantasmi per un attimo fuori dalla porta. Anche solo per pochi istanti. Giusto il tempo di riprendere fiato. E’ commuovente essere qui, stare tra queste ombre che siamo, ricordare.
Esci e ti aspetta Venezia in questa sua dimensione altra, nel suo essere rossa di mattoni e verde smeraldo di canali, con tutto il suo puzzo di laguna, splendida e cenciosa, e questo sole improvviso che la apre in un sogno, distesa com’è nel suo respiro, nella sua illusione d’alba: la luce chiara, l’acqua che risponde al brivido finalmente pacificante di una città piatta che risorge, e anche i fantasmi diventano compagni ideali da non lasciare. Questo guardarsi occhi negli occhi, questo ascolto rapito di storie, d’uomini e donne eccezionali, fratelli.
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