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Roma- è stata casa, per me, è stata anche sogno di qualcos’altro che ha ceduto il posto a questa nuova giovinezza di propositi- un caldo che è estivo, e il solito caos, quello che mi aveva allontanato alla ricerca di pensiero che potesse crescere e farsi. Ma ora sono qui, di nuovo qui. Emozionata. Grata di questa opportunità, questa prima opportunità di affacciarmi alla scrittura: come artefice- di qualcosa che ancora provo a dire, forse confusamente- e come interprete. Parole e voce. Ciò che volevo. Ciò che mi contraddistingue. Ciò che, paradossalmente, ho paura di essere ancora. Concorso 8×8, Oblique, casa madrina della serata, Fazi Editore.

foto 1(8)Scendo dal treno e sono fuori, sono a via Cavour, sono nei vicoli di Monti e poi sono di nuovo a via Nazionale e al quartiere Vittorio- voglio riprendere forza da questa terra lastricata- e costeggio le mura della stazione per arrivare a quelle altre mura, quelle di Porta Labicana e poi a quelle del locale di San Lorenzo che ci ospita, Le Mura. Appunto.

Io corro, ma è Roma, e il tempo scorre in maniera diversa, più lenta, più fluida. Dentro è un palco- il nero di quegli spazi che mi dà il batticuore. E poi un tavolo e quattro sedie, la giuria:

 

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Leonardo Luccone, ex direttore editoriale di 66thand2nd, tra i fondatori di Oblique e della bella rivista Watt, e già responsabile della collana Greenwich di Nutrimenti;

 

benini_DentroAnnalena Benini, giornalista che scrive per Il Foglio, scrive di costume, di persone, di libri e di quello che succede; giornalista che ha vinto, tra l’altro, “Il Giovane Piovene”destinato a un giornalista emergente che per originalità, acutezza ed internazionalismo si ispiri alla lezione del nostro- vicentino- Guido Piovene;

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Laura Senserini, caporedattore di Fazi- una casa editrice è come un albero, dice- si occupa di tutte le collane, sia di saggistica che di narrativa;

 

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e Alice Di Stefano, redattore di Fazi, che si occupa della narrativa italiana, figlia di Cesarina Vighy- che ricorda, commossa, a inizio serata- e scrittrice- Publisher, biografia romanzata di Elido Fazi, suo marito.(QUI il sito del libro)

 

Una giuria straordinaria, per me che ancora stento a credere di essere qui: sono arrivati più di 800 racconti, quest’anno, dice Luccone, perciò i racconti selezionati hanno già vinto, sono tutti vincitori. Lo sento. Ci credo. E provo stupore, una meraviglia che mi avvicina a un tempo passato, quando avevo una sguardo più libero, lo sguardo che crede e che ringrazia. Uno sguardo che è consapevole, ma fino a un certo punto, una consapevolezza che è altra, che supera e rimescola.

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La serata inizia, si procede per estrazione- un neo, per me, solo per me che coltivo tensione. Presentazione, lettura, votazione  e osservazioni della giuria, commenti del pubblico. Inizia a leggere la prima scrittrice, poi il secondo, poi…. Il mio turno non arriva. Pazienza, diceva una guida di oggi. Nel frattempo guardo e ascolto, sento voci che raccontano, sento parole che guidano e giudicano.

foto 2(10)11.30, circa: salgo io. Su quel palchetto nero. Ricordo altri momenti. Ma ora è diverso. Ora anche le parole sono mie, non solo il corpo. Non solo le emozioni che dò in prestito- quando sono generosa. L’esposizione è totale- e io che svoltavo l’angolo per non salire più, sono qui di nuovo, più di prima. Vecchia bastarda. Lo leggo. E’ il racconto che non racconta. La giuria dice no, dov’è la trama? Persa nei tagli che ho imposto al testo per farlo entrare nella misura degli 8.000 caratteri, persa perché non vi ho prestato attenzione, persa, comunque, perché già la diluisco quando è intera. E ora perdo io, perché ne esco penalizzata. Non so, non capisco, sono confusa, ripete Laura Senserini. Un metodo, anche un metodo devo imparare- e quante cose ancora, in questa giovinezza di nuovi propositi, di nuovi sguardi, di rinnovate esposizioni. Sento, però, che la mia voce è diversa. Lo è. Una voce ancora poco educata, disciplinata, pensata, rivoltata come una zolla che debba accogliere il seme. Eppure ho vinto, sono qui. Sarah Kane, mi indica Luccone che poi entra nei miei termini, dice di spogliarli, di renderli quotidiani. No, non mi appartiene, ora no. Alice Di Stefano mi viene in soccorso, mi sorride con i suoi occhi gentili. Ma capisco di quel lavoro di lima che ancora devo fare, ancora e ancora. Questo sì. Immagini più definite, ancora di più. Taglienti, incise. Ancora e ancora. Questo voglio, sì. Raccontaci la trama, chiede Annalena Benini. Accennare qualcosa, certo, ma poi dico solo dello stupore di attraversare ciò che non credevo mi appartenesse, la scrittura, il privilegio, l’abbandono grato, la tanta strada da percorrere. Le parole. Da trovare. Mentre tremo- l’unica attrice della serata che trema come una foglia, che dilapida ciò che è stata, ciò che non potrà dimenticare. Ma è altro ciò che voglio. Non importa. Riparto. Da zero. Con una presenza fisica che non c’è più. Che si cancella perché vuole nascondersi tra quelle parole che parlano chiaro. O lo faranno. Quando saranno pronte a denunciarsi. Che già lo fanno nella misura che possono. E dico, allora- lo faccio adesso, non prima- delle strade che sto seguendo, degli input, delle suggestioni. Degli insegnamenti. Mi ricordo dell’Olimpico, il mio grande teatro: le tre strade di Tebe che confluiscono sul palcoscenico, lì dove si svolge la tragedia, dove tutto si dichiara- si dichiara ciò che è possibile dichiarare, il resto avviene fuori. Queste mie tre strade di oggi corrispondono a tre nomi: Franco Cordelli, Giuseppe Munforte e Emanuele Tonon. Ognuno di loro mi spinge a considerazioni importanti, aggiunge tasselli a ciò che manca. Cordelli mi indica un procedimento che è accumulazione, un’immagine sull’altra, una divagazione che significa più di una descrizione, un ricercare verità- verità?- atraverso la perdita del centro. Munforte parla con una voce che è trasparente, che è nelle cose ma non si incarna mai, che buca gli eventi, ne è testimone, dolente, ma si eleva, al di sopra, al di là. Di fianco. Tonon mi sconvolge come una bestemmia, mi arriva allo stomaco come la preghiera furiosa di Angelica Liddell. E’ corpo e spirito, è spirito che sente il disagio del corpo, è corpo che vive e sanguina e commette peccato. Ecco, dico di queste tre strade. Dico e ascolto. Ascolto.E penso a quanto la figura del male possa appartenere a un corpo che se ne distanzia. Penso a quanto la vecchia bastarda aderisca al volto mancante della voce narrante che giudica, a quanto, infine, si somiglino, a quanto sia necessaria la carità. “Ma quel nostro interesse per gli altri così privo di tenerezza non coglie che pochi aspetti esteriori della loro persona”, dice Natalia Ginzburg. E allora guardare le coincidenze, quel tratto che accomuna, è esercizio di umanità. E di scrittura.

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