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Ci sono giorni che mi verrebbe voglia di sprangare il mondo e di andarmene il più lontano possibile. Ci sono giorni in cui vorrei solo dimenticare il marcio che viene a galla. Ci sono giorni in cui lo stomaco non si acquieta, i pensieri frullano, e la mente riversa fuori il peggio di sé. E l’angoscia mi segue e mi batte sulla spalla: non puoi dimenticarti di me, mi dice. E’ suadente e io le credo. In quei giorni succede una cosa imprevista, tanto grande da impedirmi di trattenere le lacrime. Vorrei fermarmi per la strada- e sono al chiuso, nel mio studio- e urlare di gioia il mio ringraziamento a questo universo tranquillo al solo pensiero che posso ancora leggere I Guermantes. C’è una via di scampo, un conforto, esiste ancora la bellezza, è possibile- sì, lo è- quel mondo fatto di cose belle, distinte, di valore. Il fascino, la malìa di un ambiente raffinato in cui è possibile perdersi, nel lusso del pensiero, delle sensazioni, della lentezza che assapora ogni attimo. E lo riporta a sé. E lo vive.

Strada di Parigi con carrozze, 1875, Giuseppe De Nittis

Strada di Parigi con carrozze, 1875, Giuseppe De Nittis

Il fatto sta che io compresi l’impossibilità di sapere in modo diretto e sicuro se Françoise mi amava o detestava. E così fu lei a darmi per prima l’idea che una persona non è, come avevo creduto, immobile e chiara davanti a noi, con le sue qualità, i suoi difetti, i suoi progetti e le sue intenzioni a nostro riguardo (come un giardino che noi scorgiamo, con tutte le sue aiuole, attraverso a una cancellata), ma che è un’ombra in cui non possiamo mai penetrare, per la quale non esiste in noi conoscenza diretta, sulla quale ci facciamo un certo numero di opinioni basandoci su parole o magari su atti, che gli uni e gli altri ci danno solo delle nozioni insufficienti e per giunta contraddittorie: un’ombra in cui noi possiamo di volta in volta immaginarci, con la stessa verisimiglianza, che brillano l’odio e l’amore.

Lo strazio è sempre lì che ti guarda, che mi guarda, l’impossibilità di sapere di quella persona, di tutte le persone, e di bloccarle nel granito di quel desiderio, il mio. Eppure ho la possibilità di sognare e di studiare. E che meraviglia scoprire che l’ideale si incarna e ti vede. Ti saluta. Chissà che emozione riflettersi in quegli occhi. In quel volto di uccello!

giovanni-boldini-contessa-zichy

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Contemplavo quella apoteosi momentanea con un turbamento che trovava sollievo tuttavia nel sentimento di essere ignorato dagli Immortali. La duchessa m’aveva ben visto una volta con suo marito, ma certo non poteva ricordarsene; ed io non ammettevo che per il posto che occupava nella barcaccia ella dovesse esaminare le madrepore anonime e collettive del pubblico dell’orchestra, perché io sentivo felicemente l’esser mio disciolto fra esse, quando, nel momento in cui, in virtù delle leggi della rifrazione, venne indubbiamente a riflettersi nello specchio impassibile di quei due occhi azzurri la forma confusa del protozoo privo di esistenza individuale che ero io, vidi un bagliore illuminarli: la duchessa, di dea divenuta donna, e apparendomi d’un tratto cento volte più bella, levò verso di me la mano guantata di bianco che teneva appoggiata al parapetto della loggia, la agitò in segno di amicizia, i miei sguardi si sentirono incrociati dall’incandescenza involontaria e dai fuochi degli occhi della principessa, la quale li aveva fatti entrare inconsciamente in conflagrazione semplicemente muovendoli per cercare di vedere la persona cui rivolgeva il saluto sua cugina, e questa, che mi aveva riconosciuto, riversò su di me la pioggia scintillante e celeste del suo sorriso.

Quel mondo vive. Io lo rendo possibile prendendomi cura di ciò che è stato per me, per i miei antenati. Prendersi cura di una possibilità del vivere, quella più raffinata, quella che illumina i particolari, che aspetta il tempo giusto per una riuscita di classe. Esiste ancora l’eleganza, esiste il decoro. Esiste quel quid che rende la nostra esistenza un viaggio per cui valga la pena. E non parlo di forme. Parlo di sostanza. Del nucleo originale. Che ci appartiene. Che mi appartiene. Io lo scelgo. E continuo a spurgare acqua nera perché so che arriverà il tempo, so che quel tempo è già qui. E mi ricordo di quando da bambina leggevo  The_Secret_Garden_book_cover_-_Project_Gutenberg_eText_17396 Il giardino segreto, di Frances Hodgson Burnett, di quel fiato sospeso, di quella capacità insopprimibile di stupore quando vedevo la mia fantasia materializzarsi e ricordo anche le palpitazioni che mi dava Il generale del re, di Daphne du Maurier, f84264f69d7fb3a21c39b2b092eedcd3quel libro che mi consigliava la mia nonna proprio in questa casa in cui mi sono ritrovata. Sola ma rinnovata. Anche se al centro del tifone.

E non me ne andrò più!

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