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Questo weekend niente chiesa, nessuna riflessione che abbia richiesto l’ingresso in una dimensione cristiana ma, nel mio caso, non è niente di preoccupante visto che sono buddista e che l’incontro con una religiosità “diversa” costituisce solo l’arricchimento di un percorso di integrazione e risoluzione del conflitto che ha come mezzo privilegiato il dialogo e la scoperta dell’altro. Un altro che è molto familiare a chi, come me, non è cresciuto in Giappone. Questo weekend ho quindi voluto fare una pausa alla ricerca di chiese che mi capitino a tiro nei momenti di crisi e lasciare che il film visto al cineforum di mercoledì dispiegasse i suoi effetti.

TT_100x140-credits-v2-lowUn film che se non ne conosci la storia- sua e del suo regista che l’ha girato- magari credi che sia di una solenne noia, pensi che non c’è sceneggiatura e che l’immagine è sporca, poco costruita e che, che, che…

La storia di Jafar Panahi non è quella di un qualsiasi regista italiano, od occidentale, che deve vedersela solo con la piccola (o grande) corruzione del mondo dello spettacolo che se non hai santi in Paradiso, il film te lo scordi. Jafar Panahi non può lasciare il suo paese, l’Iran, e ha il divieto di fare film, quindi di esprimersi, per 20 anni! E lui i film li fa lo stesso. Si arrabatta e li fa.

Darren Aronofsky, Presidente della giuria del Festival di Berlino 2015 che ha assegnato a Panahi l’Orso d’Oro, ha dichiarato: «Le restrizioni sono spesso fonte d’ispirazione per un autore poiché gli permettono di superare se stesso. Ma a volte le restrizioni possono essere talmente soffocanti da distruggere un progetto e spesso annientano l’anima dell’artista. Invece di lasciarsi distruggere la mente e lo spirito e di lasciarsi andare, invece di lasciarsi pervadere dalla collera e dalla frustrazione, Jafar Panahi ha scritto una lettera d’amore al cinema. Il suo film è colmo d’amore per la sua arte, la sua comunità, il suo paese e il suo pubblico…».

Questo è un film che riflette su se stesso, che si prende in giro, che gioca a lanciare messaggi affidati al paradossale, che si dichiara fin da subito una finzione. Ma che razza di tassista sei tu che non conosci neanche le strade? chiede lo strano personaggio che si rivelerà essere poi un ladro raffinato di portafogli. Quello al volante del taxi è Panahi stesso e sì, non è un tassista. Panahi, come tassista, non conosce le strade e, come regista, non può immaginare dove lo porterà il racconto che ha iniziato a girare perché l’importante è andare, andare, andare senza farsi imbrigliare. Certo, la costruzione io la vedo, è normale. Non c’è una telecamera accesa e fine. C’è un intento, c’è un montaggio- seppur minimo- c’è un messaggio forte e c’è l’intenzione di proteggere chi collabora con lui.

«Il Ministero della Cultura e dell’Orientamento Islamico convalida i titoli di testa e di coda dei film «divulgabili». Con mio grande rammarico, questo film non ha titoli. Esprimo la mia gratitudine a tutti coloro che mi hanno sostenuto. Senza la loro preziosa collaborazione, questo film non sarebbe mai venuto al mondo».

Ma, ovviamente, non si può dichiarare altro. E noi faremo finta di credere che tutto è puro caso e che non c’è sceneggiatura perché questo per Panahi non è un gioco e non lo è neanche per i tanti artisti iraniani che devono tenere la bocca chiusa per non rischiare la vita.

Sono un cineasta. Non posso fare altro che realizzare dei film. Il cinema è il
mio modo di esprimermi ed è ciò che dà un senso alla mia vita. Niente può
impedirmi di fare film e quando mi ritrovo con le spalle al muro, malgrado
tutte le costrizioni, l’esigenza di creare si manifesta in modo ancora più
pressante. Il cinema in quanto arte è la cosa che più mi interessa. Per questo
motivo devo continuare a filmare, a prescindere dalla circostanze: per
rispettare quello in cui credo e per sentirmi vivo.

Taxi-00340Questo film dichiara e racconta le contraddizioni dell’Iran moderno ma cerca soprattutto di riflettere su se stesso, sulla dose di falsità che si richiede all’arte cinematografica per risultare accettabile- o distribuibile, come spiega la nipotina di Panahi che deve realizzare un cortomettraggio per la scuola e che ha tutta una serie di regole da rispettare, tipo ”Niente cravatta al personaggio buono, barba lunga al personaggio buono, un nome del Corano al personaggio buono”e che poi cerca, a sua volta, di manipolare la situazione che sta filmando quando chiede a un ragazzino di restituire i soldi che ha rubato per diventare il protagonista, l’eroe del suo film! La vera riflessione del film sta, appunto, sulla perplessità che ingenera quando si capisce quanto il reale sia mutevole a seconda dei punti di vista e che vale la pena raccontarli tutti e penetrare a fondo nella complessità di una realtà che non è né gestibile né commentabile con i canoni che siamo abituati a usare per tranquilizzarci. Ad esempio, dopo il colloquio con un ex vicino di casa che gli racconta la sua disavventura con una coppia di ladri che lui ha riconosciuto, la domanda diventa: che faccia ha un ladro, a chi assomiglia? E la risposta è: a te, a me, a una persona che passa per la strada. Come succede poi nel film in cui si svela che il ladro di cui parla il vicino di casa è il ragazzo che porta le bibite in macchina mentre i due stanno parlando. Prender atto della complessità della realtà e degli eventi non significa smettere di viverli pienamente, con le emozioni che suscitano, la rabbia e il senso di rivolta che istigano. Vuol dire che se in Iran sono tutti controllati, come spiega l’avvocatessa- amica di Panahi, l’unica cosa che rimane da fare è continuare a parlare, a scoprire, a vivere per fare della propria vita una testimonianza.

Trailer del film