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Domenica 5 ottobre 1980

I racconti del “Gazzettino”/ 42. Elio Chinol

La Asdrubale e Co.

Preside e professori delle Magistrali formavano una società abbastanza varia e persino un pò eccentrica. La Asdrubale e Co. la chiamavano i più insolenti, che erano anche i più svelti a capire chi non contava assolutamente nulla, perché tanto con loro la promozione era assicurata. A cominciare dal professore di educazione fisica, che era universalmente conosciuto in città come il Mamo, e il nome dice tutto. Non glielo avevamo mica dato noi, doveva averlo almeno fin dal tempo che era uscito dall’accademia della Farnesina. “Vedi come ti riducono alla Farnesina”, diceva qualcuno. “Balle” diceva un altro, “quello è scemo dalla nascita. Anzi sono stati bravi a prenderselo alla Farnesina. Mai visto uno scemo simile”. Comunque fosse per quello che doveva fare, povero Mamo, poteva andar bene anche lui. Anzi, se aveva poco cervello, era in compenso molto marziale. Alto, dritto come un pioppo, testa rapata e
immobili occhi azzurri, in divisa (portava sempre la divisa) stava piuttosto bene. E quanto a inspirare, espirare, tendere dritte le braccia avanti, aprirle, far flessioni e tutte le altre fesserie, era anche più bravo di noi. Insegnatoci un esercizio, ce lo comandava poi a colpi di fischietto. E il fischietto lo sapeva suonare benissimo. Che altro si poteva pretendere da lui, povero Mamo? Il professore di disegno era la dimostrazione palese che i tratti somatici di una faccia, astrattamente considerati, non sono indicativi di nulla. Ciò che conta è l’espressione. Perché in astratto egli rassomigliava molto da vicino a Hitler, fino al particolare di portare gli stessi ridicoli baffetti; ma gli rassomigliava come una maschera di cera a una persona viva. La sua faccia era tutt’altro che feroce, era anzi come assente, spenta e inebetita. Sembrava quasi di essere in Calmaggiore in un’ora di punta, durante le ore di disegno: tutti parlavano, ridevano, si spostavano da un banco all’altro, ma lui era come non vedesse e non sentisse. Insomma con lui si stava benissimo. Ma ad un certo punto Asdrubale deve averlo chiamato perché non sapeva tenere la disciplina, cercando di aizzarcelo contro così da avvelenarci anche quelle ore di svago che erano le lezioni di disegno. Certo è che, una mattina, a questo gentiluomo pacifista sembrò proprio che gli si fosse svoltato via il cervello. Entra in classe con qualche minuto di ritardo, sale sulla piattaforma della cattedra e di là si mette a insultarci e minacciarci da vero villanzone. Poi si irrigidisce sull’attenti con un gran colpo di tacchi, scatta in un bel saluto romano
gridando “Viva il re ! Viva il Duce!”­ che non si vedeva cosa centrassero­ infine, tutto sudato ed esausto, si lascia cadere proprio sul cappello che aveva appoggiato sulla sedia, e allora salta su un’altra volta come se gli avessero morso il sedere, vede il cappello schiacciato e per la rabbia ce lo sventaglia contro con tutte le sue forze. Naturalmente restammo sbalorditi. Ci fu un momento di silenzio che si sarebbe sentito volare una mosca, finché quel fascistone del Bianconi scattò irrigidendosi anche lui nel saluto romano e gridando a sua volta “ Viva il re! Viva il Duce!”. Allora fu una risata generale e si fece un chiasso da far tremare l’aula. Dopo quella volta il Grullone, come lo chiamavamo, non ci riprovò più e tornò ad essere quel gentiluomo che era.
Il professore di musica aveva la fissazione dei solfeggi collettivi, che erano un buon pretesto per far casino ma che non si vedeva a che altro servissero. Lui diceva che conoscere le note e la loro durata era essenziale sia per suonare un qualsiasi strumento sia per cantare. Diceva anche che lui poteva trascrivere in note e quini solfeggiare qualsiasi suono, dal canto dell’usignolo al barrito dell’elefante. Bella roba. Ma lui intanto era un vicentino mangiagatti e soprattutto mangiadoppie, perché non c’era una sola doppia che gli riuscisse di pronunciare. Certo neanche noi ce la facevamo molto bene con le doppie, però ogni tanto qualcuna ne azzeccavamo.
Lui mai. Al punto che una volta si fece ridicolizzare dal Francescon, che non era neanche uno dei più pronti, ma che però aveva di tanto in tanto le sue alzate d’ingegno. Lui stava minacciando, come faceva spesso perché era piuttosto collerico, tutta la classe:
“Siete dele bestiace selvage. Vedrete che vi farò perdere l’ano”.
“L’ano no, professore, non è possibile”, intervenne il Francescon.
“Sì che vi farò perdere l’ano”.
“Ma professore, non è possibile!” insistette il Francescon fra le risate generali.
Questa volta però lui capì l’antifona e si arrabbiò che sembrava gli dovessero scoppiare le vene del collo. Fece sospendere il Francescon per un mese e minacciò di far sospendere addirittura l’intera classe.
Di lingue straniere, nei quattro anni delle inferiori, ne facevamo due: l’italiano e il tedesco, cioè le lingue dell’Asse, così che ci si capisse bene almeno fra alleati. Ma nei tre anni delle superiori facevamo solo l’italiano. Del tedesco ormai non ci restava neanche più il ricordo. Quello che invece ricordavamo ancora bene era il crucco che ce lo insegnava, un altoatesino che chiamavamo il conte decaduto. I primi temi con i compiti di tedesco, erano stati guai seri perché il Conte aveva un modo di correggerli che era il più disumano che si potesse immaginare. Distingueva gli errori in veniali,
gravi e gravissimi, togliendo mezzo punto per i primi, uno per i secondi e due per i terzi. Questa era la prima porcheria perché due punti per uno sbaglio non li toglieva mai nessuno. Inoltre il Conte sosteneva che una stessa parola poteva essere sbagliata anche sotto tre aspetti diversi: ortograficamente (mezzo punto), grammaticamente (un punto) e sintatticamente (due punti), sicché lui si sentiva in diritto di segnarla tre volte e di togliere tre punti e mezzo. Questa era la seconda porcheria. La terza era che, secondo lui i voti non andavano mica da dieci a zero, ma potevano andare anche all’infinito sotto zero, secondo il numero degli errori che uno aveva fatto. Ora, con I criteri che lui aveva nel togliere i voti e con l’ostinazione e la pignoleria che ci metteva, si capisce che si finiva quasi tutti sotto zero. E poi lui ci scherzava sopra pretendendo anche di fare lo spiritoso.“Brr…che gelo!” Diceva quando ci riportava i compiti corretti. “Voi dovreste vivere tutti al polo nord, non vi vanno le temperature sopra zero. Mi sono preso il raffreddore a correggere i vostri compiti”. Una volta il Bassetto, che per la verità era un po’ stupido, finì settantacinque sotto zero, o giù di lì; e si trattava di non più di quaranta righe di traduzione. “Tu Bassetto sei morto!” gli disse tutto serio il Conte ritornandogli il compito.“Come morto professore?” chiese il Bassetto.

“Capirai”, sghignazzò il Conte, “sei a settantacinque gradi sotto zero. Neanche l’orso polare può vivere a settantacinque gradi sotto zero!” .

“Ma io studio professore”, disse il Bassetto, “è che poi faccio confusione”.

Era la solita difesa.

“Sì, cosa studi? Da palombaro?” chiese implacabile il Conte.

“Come da palombaro”?

“Capirai, con quel gusto che provi per le immersioni! Tu, se non tocchi il fondo, non sei contento!”.

Alle superiori comunque il tedesco non era ormai più che un vago ricordo e quanto all’altra lingua straniera che ancora si faceva, in tanti anni qualcosa avevamo imparato. Il Leopardi però, come chiamavamo il professore d’italiano, aveva la fobia degli idiotismi e continuava a ripeterci che anche noi, come il Gran Lombardo, dovevamo badare a sciacquare i panni in Arno. Come se fosse stato così semplice. Appena fuori di scuola noi tornavamo fatalmente a sciacquarli nel Sile, cioè a pensare e parlare nella nostra vera lingua, la nostra lingua madre: il dialetto trevigiano. Comunque, lavorando a mosaico, una reminiscenza di questo e una reminiscenza di quello, da Dante a Mussolini, con D’Annunzio come factotum e agente segreto, i meno fessi un compito riuscivano sempre a metterlo insieme. Niente di straordinario, ma al Leopardi andava bene così e il Leopardi era il padrone… I fini dei docenti sono spesso in conflitto con quelli dei discenti; le loro vie, incomprensibili ai discenti; i risultati del loro insegnamento, imprevedibili a tutti. Lì alle Magistrali, come diceva Asdrubale nel linguaggio ufficiale dei tempi, intendevano forgiare i maestri della nuova Italia. Tuttavia era per lo meno dubbio che stessero battendo le vie migliori per raggiungere quel fine ed era assolutamente certo che quasi nessuno aveva la benché minima vocazione o intenzione di fare il maestro. Si studiava “da maestro” come si sarebbe potuto studiare da ragioniere o da geometra o da qualsiasi altra cosa. Non l’avevamo mica scelto noi di di andare alle Magistrali, ci avevano mandato. E in fondo non l’avevano scelto neanche quelli che ci avevano mandato. Il fatto di studiare alle Magistrali anziché all’Istituto Tecnico o al Liceo era un puro atto economico e sociale. Rispetto al Liceo, lì si finiva con un diploma che avrebbe consentito di guadagnarsi subito da vivere anziché “con gnente in man”: cioè con un semplice viatico per accedere all’università. E rispetto all’Istituto Tecnico, si finiva in sette anni anziché in otto. Queste erano le ragioni della scelta: le nostre vocazioni e intenzioni non centravano per niente. In genere le differenze fra quando si cominciavano le Magistrali e quando si stava per finirle era questa: che a undici anni uno non sapeva di non volere fare il maestro, a diciotto lo sapeva fin troppo bene. Alcuni, pochi, pensavano di andare a Ca’ Foscari o di fare da privatisti gli esami di Liceo per accedere all’università; altri, di trovarsi un posticino di qualche genere: nella pubblica amministrazione o nelle ferrovie dello Stato o presso qualche ditta; altri ancora di entrare alla Farnesina; ma certo i più, o comunque un buon numero, sognavano la carriera delle armi, in particolare nell’aviazione. Non vorrei far torto a quest’ultimi, perciò devo aggiungere che non erano mica militaristi, come qualcuno potrebbe credere. Erano anzi, forse i più pacifisti. Infatti il loro sogno non era di espugnare fortezze o di bombardare città; era piuttosto quello, come si diceva, di passare la vita a sbattere la sciabola nei caffè. A differenza della vocazione a fare il maestro, che non si manifestava mai perché se anche uno l’avesse avuta lì, alle Magistrali, gliel’avrebbero fatta perdere, la vocazione per la carriera delle armi si manifestava invece assai spesso molto precocemente. Così che, fin dall’inizio degli studi, i tipetti più svegli e più in gamba avevano già individuato chiaramente i due obiettivi, uno minimo e l’altro massimo, che si potevano proporre barcamenandosi in mezzo alle insensate attività della Asdrubale e Co. Il minimo era la licenza di quarta inferiore, che permetteva di diventar subito sergente; e una volta raggiunto quello, si poteva persino tentare il massimo: cioè il diploma di terza superiore, che apriva le porte alla carriera di ufficiale. Il piano degli studi era dunque strategicamente chiarito: restava solo da vedere chi poteva far tanto e resistere abbastanza a lungo da raggiungere l’optimum. Aveva voglia la Asdrubale e Co. di produr maestri! Produceva di tutto meno quelli. Ma è appunto presso di noi che un bello spirito, in seguito molto frainteso e calunniato, ha scoperto che il fine giustifica i mezzi. Un’idea che deve essergli venuta dalla constatazione che qui i mezzi non coincidono quasi mai con il fine; così che, se si vuol arrivare a fare una certa cosa, ci si può arrivare solo facendone mille altre che con quella non c’entrano per nulla. Per esempio: se vuoi diventare Ministro dell’Industria o delle Finanze o anche dell’Agricoltura, che son tutti posti piuttosto ambiti, devi coltivare l’eloquenza e le belle lettere; e se vuoi diventar Generale, devi invece studiare da maestro.

Elio Chinol

Elio Chinol è nato a Valdobbiadene il 7 ottobre 1922. Ha frequentato la facoltà di lettere e filosofia all’università di Padova, laureandosi nel 1945. Dopo aver insegnato per qualche anno in Inghilterra, ottenne nel 1955 la cattedra di lingua e letteratura inglese all’università di Napoli. Ora insegna a Roma. E’ autore di notevoli saggi sulla materia di sua specifica competenza: P.B. Shelley (1951), Il pensiero di S.T. Coleridge (1953), Il dramma divino e umano nel Paradiso perduto (1958), e di molte traduzioni; ma ha pubblicato anche numerosi racconti in quotidiani e riviste, confermando la continuità di una vocazione narrativa che dura dagli anni della giovinezza. E questa vocazione ha coronato con il romanzo La vita perduta (1972).