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La scelta è un atto maturo e consapevole, un atto di coraggio ma è anche una rinuncia prima del tempo, prima di aver saputo abbastanza. Una rinuncia alla complessità inconciliabile, mi dico.

E’ domenica, e, di nuovo, fuori ci sono un gran casino e un sacco di manifestazioni lungo le vie del centro. Esco di casa per una passeggiata e capisco immediatamente che si sta svolgendo un evento eccezionale, sento infatti un vociare piuttosto sostenuto, strano per un pomeriggio festivo. Subito dopo mi raggiunge un odorino che non lascia grandi dubbi e, svoltato l’angolo, eccoli: decine e decine di cavalli che fanno la ronda attorno alla piazza del Duomo. Se non fosse per gli abiti sembrerebbe di essere tornati indietro nel tempo, con gli uomini a cavallo che escono dai grandi portoni del centro storico. Rimango lì affascinata a guardare quegli animali bellissimi, alcuni davvero notevoli, ma anche un po’ infastidita dalla fatica che fanno a camminare sull’asfalto e sul selciato della strada e mi chiedo cosa ci facciano in città, scortati, tra l’altro, dal sostegno caloroso di suore e sindaco. Scopro allora che è un pellegrinaggio a cavallo, denominato “il sentiero dei Santi”, in memoria di San Giovanni Antonio Farina e di Santa Maria Bertilla Boscardin. Bene, loro continuano per la loro strada e io pure. Prossima tappa: arti e mestieri, in piazza dei Signori. Qualche artigiano che lavora ma niente di più. Corso Palladio è, come sempre, meta dello struscio vicentino. Andiamo oltre, alla ricerca di un localino dove poter prendere un buon tè in santa pace. Ma anche corso Fogazzaro è stracolmo di gente e piazza san Lorenzo è ancor peggio, bambini urlanti e artisti di strada che fanno desiderare una pace duratura,… perenne! E allora, come la domenica prima, l’unico scampo sembra essere la chiesa. San Lorenzo. Molto diversa da san Giovanni in Foro di Verona. San Lorenzo è un tempio francescano del XIII secolo, in stile gotico lombardo con qualche reminiscenza di romanico. La cosa interessante e che la chiesa fu costruita in vent’anni, con il sostegno delle autorità cittadine, all’epoca quelle padovane che erano favorevoli ai francescani e che misero a disposizione un terzo del ricavato dalla confisca dei beni agli eretici. Poveri eretici! Entro e vedo:

foto 1(6)La sua architettura sobria, spoglia, disadorna, gli alti pilastri che sostengono i costoloni delle crociere, lo slancio delle volte… amo le ogive forse perché mi assomigliano- lo fanno davvero? non lo so-, aspirano all’alto ma sono severe e inflessibili; mi riconosco, nel rigore, ma solo a livello ideale. La vita è tutt’altra cosa, un fatto votato alla mollezza e al capitolare di ogni determinazione feroce. Insomma, in questo luogo ovattato posso ritrovare l’intimità con me stessa, con parti solitarie, aspiranti all’ascesa, e posso ancora concepire di vivere d’arte in maniera forsennata come solo un credente ferreo può fare.

2 - Elementi strutturali della cattedrale gotica E quindi amo le ogive perché forse non sono in grado di essere così puntuta e ho bisogno di uno stimolo esterno per riconoscere ciò che può appartenermi e di cui, apparentemente, non so nulla. Qui non si può far altro che ascoltare, qui il Cristo crocifisso galleggia nella luce bianca che ne cancella la definizione mentre io voglio trovare parole taglienti che scolpiscano nella pietra, parole che restituiscano fedelmente ciò che provo, ciò che vivo, nella quotidianità come nei fatti eccezionali. Parole che non troverò mai, lo so. Forse, è solo questione di continuare a integrare differenze e contraddizioni per  vedere il melting pot che ne esce, come dicevo all’inizio. Vorrei leggere La carta e il territorio di Houellebecq. Una riflessione mia, niente di più. Comunque, mi siedo e ascolto e penso allo spettacolo che ho visto venerdì sera, allo spazio AB23. Guarda caso una ex chiesa dei Santi Ambrogio e Bellino, a contra’ Sant’Ambrogio, che ospita il Teatro del Lemming.

12029694_10206438646157968_1229241140313272258_odal 19 al 25 settembre Residenza di
WELCOME PROJECT (Berlino)
AB23, 25 settembre ore 21:00

Studio INTIME FREMDE

con Aurora Kellermann, Lina Zaraket, Serfira Vural
regia Chiara Elisa Rossini
una produzione Teatro del Lemming in collaborazione con Tatwer Performative Forschung di Berlino

Lo spettacolo non mi è piaciuto, lo dico subito. Capisco che sia uno studio, quindi un work in progress, ma no, per ora non mi sembra interessante, non ha smosso grandi, né discrete, riflessioni, né provocato sommovimenti interiori. Leggo nel sito del Lemming:

Welcome Project nasce a Berlino da un’idea di Chiara Rossini. Il primo lavoro di questo progetto artistico è Intime Fremde/Intimi Stranieri, uno spettacolo che debutterà presso l’Acker Stadt Palast di Berlino nel novembre 2015.
La residenza e lo Studio vicentino sono parte integrante di questo processo creativo.
INTIME FREMDE è dedicato ad una riflessione sul confine, l’identità, il concetto di nazione, all’incontro/scontro di anatomie fisiche e culturali, emotive. L’Europa ci ha abituati a viaggiare low cost e a sentirci a casa in tutti i Paesi dell’Unione. Ma il vecchio continente difende i suoi confini con acqua spinata e C.I.E.
I confini esistono nascosti ovunque. Ma non siamo in fondo tutti fatti di ciò che mangiamo, di ciò che abbiamo vissuto, di ciò che amiamo, di quello per cui combattiamo?

Una riflessione sul confine, dunque.
Le attrici ci accolgono- e accogliere è una parola grossa- indossando tute bianche e mascherine, in uno spazio neutro, bianco, ricoperto da teli di plastica, uno spazio di decontaminazione, in cui, per entrare, ci richiedono bruscamente il passaporto e ci perquisiscono. Consiglio attenzione ai piccoli particolari come i sovrascarpe che avrebbero reso il tutto più inquietante. Pochi elementi ma precisi. Una volta evocato e ricavato il cerchio sacro della rapresentazione, le attrici si tolgono la tuta e rimangono vestite normalmente. Sono loro ad essere interrogate, questa volta. Il punto di vista si capovolge, il faro viene puntato nuovamente sul palcoscenico, su chi si presta a dire. Ma poco dopo, lo sguardo si rivolge nuovamente a noi: le attrici si spogliano completamente e ci guardano, commentando e classificandoci in base a categorie fisiche o sociali. Nulla è mai come appare e il punto di vista continua a cambiare. E questo è interessante. Ma è la sostanza che mi manca, una costruzione più rigorosa, forte, il nucleo da indagare. Le attrici si raccontano, poi, a turno, parlano di paesi lontani e molto diversi tra loro, dicono dell’emarginazione, della violenza che sono costrette a subire, la mostrano con azioni forti, che potrebbero turbare se vissute fino in fondo. Non credo che la rappresentazione di un atto possa farmi entrare in comunione con ciò che vi giace al fondo, non credo nella finzione, non credo nella dimostrazione di qualcosa. Credo nella semplicità, nella crudezza di un’azione, nel suo essere ciò che è. Ho trovato la scena di Lina Zaraket semplicemente terribile nella sua finzione stucchevole. Che grande occasione mancata per lei di ascoltare quello che stava succedendo e reagire di conseguenza, in maniera vera, organica e allora chissà che cosa sarebbe successo: niente di preordinato ma qualcosa da indagare maggiormente, mantenendo il canovaccio dell’azione ma andandovi, allo stesso tempo, in profondità. Vista la sua natura di studio, sarebbe stato più logico. Brava Aurora Kellermann, naturale, e per questo spiazzante ma ancor più brava Serfira Vural che ha tutto negli occhi e che non ha bisogno di fare granché perché sempre connessa, perché naturalmente dotata del talento di arrivare spostando anche di un solo millimetro i suoi begli occhi curdi.
“I confini esistono nascosti ovunque. Ma non siamo in fondo tutti fatti di ciò che mangiamo, di ciò che abbiamo vissuto, di ciò che amiamo, di quello per cui combattiamo?”, dicono ma questo studio è già un risultato; e invece dovrebbe essere un territorio da cui partire per continuare la ricerca e proporre dubbi più fecondi.
Ho iniziato la mia riflessione da queste parole e le ripeto in conclusione:
“La scelta è un atto maturo e consapevole, un atto di coraggio ma è anche una rinuncia prima del tempo, prima di aver saputo abbastanza. Una rinuncia alla complessità inconciliabile”.
Esco dalla chiesa ma ormai non è più tempo di tè con i biscotti. Poco male, la prossima tappa è l’aperitivo in piazza.
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