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Verona, corso di Porta Borsari. E’ sabato, il corso è pieno di gente, un bel sole a scaldare questo settembre veneto. Ma io non amo la folla, mi fa venir voglia di fuggire, una via che cerco e trovo subito nella porta discreta di una chiesetta. Leggo: san Giovanni in Foro. Mi intriga- giusto un gradino da scendere per entrare- e mi infilo nel silenzio umido di canti gregoriani. Un coro che purtroppo denuncia la sua assenza moderna dietro a un altoparlante.

canti gregoriani- AUDIO

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Meglio non sapere e far finta di essere entrati furtivamente in un luogo sacro per assistere, acquattati, a un rito a cui non si è ammessi. Un po’ com’è il teatro. L’ambiente raccolto di san Giovanni in Foro, le mura antiche, la mezz’ombra con l’altare in chiaroscuro, una luce che sale dal coro a illuminare un uomo crocifisso.

_MG_2060Si avverte ancora la “romanità”, quella lontana nel tempo; e il Medioevo: la sento quella gente con il capo chino, sento la sua reverenza e anche il suo peccare, attaccato a quelle pietre, le mani spellate dal pregare furioso e penitente, giunte a chiedere perdono- la colpa/perdono- a chiedere qualcosa di inattingibile, un sentire più grande, senza senso, per l’umano. Il cristianesimo è la religione della caduta, è la religione della frattura Dio/uomo. Non è solo questo, ovviamente, ma ora è tutto ciò che mi interessa perché è un ottimo punto di partenza per entrare in intimità con lo spettacolo/”scandalo” della regista catalana Angélica Liddell, Prima lettera di san Paolo ai Corinzi. Uno spettacolo che ho visto la sera prima e che esige che io raccolga i pensieri. Mi siedo tra quelle panche e ascolto ciò che viene, lo rivedo. (Qui il testo integrale).

imageL’Olimpico è rosso, un drappo che ricopre il palco fino alla platea, occupata dallla Venere di Urbino di Tiziano. Una Venere carnale, erotica. Un quadro che doveva servire da esempio a Giulia Varano, la giovane moglie del Duca di Urbino Guidobaldo II Della Rovere. C’è attesa in sala, si sente. Una certa inquietudine e l’aria delle grandi occasioni. Le autorità schierate, fuori le proteste, i rosari di protesta, si saprà. Ma poi tutto ha inizio.

“La fede è come amare qualcuno che è lì fuori, nella nebbia, e non si rivela mai per quanto forte lo si chiami” – Ingmar Bergman

Lo spettacolo si apre con la citazione di Bergman, dal film Luci d’inverno (qui il link alla scena della lettera di Marta a Tomas)(mooolto meglio in lingua originale. QUI), giusto il tempo di buttare giù quattro pietre, quasi un rito pagano, e si evoca Gesù, o meglio, un satiro nudo e col corpo sgraziato dipinto d’oro.angela-liddell-spettacolo Un Gesù insensibile, un uomo che non ama, forse (come Tomas in Luci d’inverno, quando Marta chiede solo di poter vivere per qualcuno, per lui), un pezzo di legno che significa ma non sembra essere altro, se non un povero disgraziato, anche lui. Troppo il peso che deve portare per riuscire anche a sentire. Non parla, si presta a fare. Ciò che può. Angélica Liddell usa la Prima lettera di San Paolo ai Corinzi per mettere in scena i suoi dubbi, i dubbi sull’amore, sulla forza che trascina, che lei cerca ma non trova, non sa dove trovare:

Allora già vivevamo insieme da qualche tempo.
Quasi due anni.
Un piccolo capitale nella nostra povertà emotiva

dice Marta a Tomas. E’ questo il punto, c’è un bisogno straziante d’amare qualcosa, o qualcuno, ma non si riesce- ecco la “povertà emotiva”- ed è allora che si diventa furenti, è allora che il silenzio di Dio atterrisce. Marta implora Dio:

Sono forte
Mi hai fatta così forte in corpo e anima…
Ma non mi dai mai un compito degno della mia forza.
Dai un senso alla mia vita
E sarò la tua schiava obbediente.

Ecco, quindi, lo strazio della carne (della mente) che vorrebbe toccare prima di tutto il mistero dell’uomo e poi il divino, termine di paragone a cui aspirare, la Maria Maddalena che assiste il Cristo e lui che, invece, appena risorto, le dice: non mi toccare, no me toques! Uno scandalo.

La Crocifissione

«Ma noi predichiamo Cristo crocifisso:
scandalo pe’ Giudei, stoltezza pe’ Gentili.»
PAOLO, Lettera ai Corinti

Tutte le piaghe sono al sole
  ed Egli muore sotto gli occhi
  di tutti: perfino la madre
  sotto il petto, il ventre, i ginocchi,
  guarda il Suo corpo patire.
  L’alba e il vespro Gli fanno luce
  sulle braccia aperte e l’Aprile
  intenerisce il Suo esibire
  la morte a sguardi che Lo bruciano.
Perché Cristo fu ESPOSTO in Croce?
  Oh scossa del cuore al nudo
  corpo del giovinetto... atroce
  offesa al suo pudore crudo...
  Il sole e gli sguardi! La voce
  estrema chiese a Dio perdono
  con un singhiozzo di vergogna
  rossa nel cielo senza suono,
  tra pupille fresche e annoiate
  di Lui: morte, sesso e gogna.
Bisogna esporsi (questo insegna
  il povero Cristo inchiodato?),
  la chiarezza del cuore è degna
  di ogni scherno, di ogni peccato
  di ogni più nuda passione...
  (questo vuol dire il Crocifisso?
  sacrificare ogni giorno il dono
  rinunciare ogni giorno al perdono
  sporgersi ingenui sull’abisso).
Noi staremo offerti sulla croce,
  alla gogna, tra le pupille
  limpide di gioia feroce,
  scoprendo all’ironia le stille
  del sangue dal petto ai ginocchi,
  miti, ridicoli, tremando
  d’intelletto e passione nel gioco
  del cuore arso dal suo fuoco,
  per testimoniare lo scandalo.

Pier Paolo Pasolini

Pasolini, solo uno spunto. Nello spettacolo, Liddell mette in scena un viluppo di emozioni in cui rimane impigliata, che la fa incazzare- e questo si sente, si legge (“io, che desidero ardere come le sante, ardo come un maiale, per mano dei ritardati”, dice)- ma è l’amore che non mi arriva, lo dice ma non lo prova- non mi arriva ora, nel momento della comunione con lo spettatore (“E l’amore è ancora una tomba senza promessa/ Perché tutti i giorni pulisco una lapide/ Sotto la quale non c’è sepolto niente”.)- magari lo facesse, magari presentasse il tormento vero, non la sua rappresentazione, allora sì, eccome mi commuoverebbe, eccome mi strapperebbe le corde di quel cembalo che non suona, tintinna. Ti amo, dice e ripete, ma è l’odio, e il suo rovello, che parlano.

E stanca della realtà insopportabile
io solo desidero arrivare a dio.
Più che stanca, sputata dalla realtà insopportabile,
e raccolta a pezzetti dal divino,
è dinanzi al sacro che la mia carne, men che carne,
si sente libera di confessare questa magia nel sangue, l’amore,
il raptus del battito e del fiato,
confessare senza temere la burla
più libera dinanzi a dio che dinanzi agli uomini,
più vicina a dio che agli uomini,
perché c’è qualcosa di mediocre nelle cose terrene
e meraviglioso nell’assoluto,
ed è l’ansia dell’assoluto che ci rende disgraziati nei deserti della realtà, perché la realtà atrofizza il desiderio,                                                                                         ma il divino lo esalta.

Deve abbandonare le cose della terra per riuscire ad arrivare all’amore. Anche solo per riuscire a dirlo. Ecco, però, io avrei voluto il corpo, il corpo che brama, che desidera, il corpo rosso d’amore e di vergogna, come un membro eretto- non il corpo esposto- quello intimo che sussurra e sì, vomita anche parole, sputa fuori la pena che mi accomuna, che ci accomuna, quel corpo che finalmente vedo in una danza convulsa, nella sintesi di una storia, di una vita, che si racconta in maniera brutale, spezzata, abusata. Alleluia. E quindi la crudeltà- in senso artaudiano, immagino (“Se vuol ritrovare la sua necessità, bisogna che il teatro ci restituisca tutto ciò che è nell’amore, nel delitto, nella guerra o nella pazzia”. A. Artaud)- l’ostensione del sangue a cui il satiro, quell’idolo immaturo e impreparato al grande compito, che è anche il supremo amante, si sottopone. E allora succede qualcosa in sala: la ragazza dietro di me sviene e nell’abbandono mi colpisce, i piedi che si distendono repentini e mi volano tra la testa e l’orecchio. Pazienza, vivrà la sua catarsi, in senso organico- la guardo, gli occhi strabuzzati: vivrà un’esperienza mistica? mi chiedo; sembra segnata dal Signore, ma quale, quello là in alto, o quel satiro che passeggia sul palco? E’ il momento della mia domanda. Molto seria. Voglio davvero continuare col giudizio, lasciarmi bloccare dal pensiero e dal disgusto che sento crescere dentro di me, da quello che ancora una volta censura e impedisce di vivere l’esperienza che mi viene proposta? Faccio resistenza. Mi sono lasciata distrarre dalla ragazza, oltretutto, il pensiero frana, perdo i pezzi e il controllo deraglia. Ma è proprio questo che il testo mi dice: la sapienza non vale niente, abbandonati all’estrema mancanza, all’assenza di ciò che conosci, esci dalla comfort zone e prova, con i pori aperti. E l’esperienza è schifosa, è brutta, i corpi proposti sono brutti, l’esperienza estetica passa attraverso lo sgradevole, lo sfregio. Ma in questo si compie un rito, dionisiaco, sì certo, che conduce al contatto con verità scomode, che lacerano anche l’esperienza rassicurante col divino. Ti amo se ti faccio morire, ti amo se passo attraverso il male perché solo attraverso la sua necessità, la tua necessità di morire per me, io posso provare la tua esistenza, il tuo supremo bene e se tu sei tutte le domande, io sono la risposta. Sono ciò che permette tutto ciò.

Dunque,
adesso io sono la risposta.
Sono la risposta a tutte le tue domande.
Tu sei le domande e io sono la risposta.
Sono l’amore in tutta la sua serietà,
in tutta la sua divinità,
in tutto il suo fervore.
E ti è toccato rappresentare la funzione salvatrice e redentrice del cristianesimo assorbita dal rapporto di desiderio tra un uomo e una donna.
Tu sei il Gran Amante e io la Regina del Calvario.

E devo desiderare la tua morte perché possa aver luogo la tua resurrezione, devo permettere al male di accadere perché possa trasformarsi in altro, ci devo almeno provare e poi… poi magari il bene non verrà lo stesso- è questo il rischio-, o forse verrà il regno dello sconosciuto, ingiudicabile, inattingibile secondo categorie di pensiero e di sentire abituali.

Sono un pezzo di carne senza buchi,
senza possibile colata,
per questo per penetrarmi dovresti ferirmi,
dovresti perforarmi perché non c’è modo di entrare in me,
è tutto chiuso,
non c’è condotto,
non c’è cammino,
solo potresti scoparmi se prima mi facessi un buco,
una fica, un culo, una bocca,
e poi sprofondassi in questa ferita,
sanguinante e calda, e mi scopassi,
e mi scopassi, e mi scopassi
solo così griderei alla fine,
un grido reale,
solo così mi sentirei completamente reale.

“Non m’interessa la bestemmia, lo scandalo, la provocazione, m’interessa il sacro, la religione come ne parlava Bataille, qualcosa di sovversivo, estraneo alla vita calcolata della ragione, irrazionale e antisociale”, dice Liddell nell’intervista su Repubblica che ha dato il via alle polemiche. E allora ho amato questo, nel tuo dire, Angélica- ché questo sì era vero e organico: Io non sono buona, Yo no soy buena! Lo rivendichi e vai ad inzuppare le mani in quell’intruglio infernale. Ecco che esce Charles Manson. Una foto che apre e chiude lo spettacolo. Bisogna che ci sia.

Come sopporteremmo il dolore di essere vivi
se non fosse perché esiste un dolore maggiore. L’amore.

E io dico sì, al tuo spettacolo, per la tua estrema libertà, per la follia che proponi, per lo sghignazzare orrendo di questa ultima danza demoniaca, le pupille accese e iniettate di rosso. Bach che accompagna grandiosamente le tue donne. (Cantate BWV 4 – Christ lag in Todesbanden)

teatro-liddell-spettacololiddelllFinalmente hai oltrepassato la soglia del cerebrale e mi dai il corpo, me lo mutili, lo fanno tutte queste Marie Maddalene che si rasano e si offrono a Cristo, che lo toccano- e lo offendono- e si strusciano contro il legno della sua croce. Per provarne l’esistenza e la necessità. E dico sì alla visionarietà e al sovvertimento perché possano entrare verità scandalose, perché possa venire il regno dello spirito, perché io possa attingere acqua da quei pozzi orrendi in cui voglio guardare!

Siamo mendicanti infelici dell’immagine che manca.

Camminiamo così vicino alla morte, signore, camminiamo così vicino alla morte… Né concetto, né lotta, né coscienza, né finalità
Solo sangue e seme
Autopsie e fantasmi

Caos e confusione
E l’immagine che manca.

Dovremmo poter trasformare il vino in sangue.

Ma io solo ho la parola.
Ho solo la maledetta e stupida parola.

Ancora è poco per dire di questo spettacolo- tra l’altro, un’occasione mancata, il dibattito No censura party al Bocciodromo di Vicenza, dove si è parlato di tutto e di niente e, con tutti i registi presenti, non si è quasi accennato allo spettacolo che è già di per sé una censura di un lavoro straordinario che andava indagato e non passato sotto silenzio con la scusa della discussione di tematiche di più ampio respiro- ma anch’io “ho solo la maledetta e stupida parola”….