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piatto«Uomini fummo, e or siam fatti sterpi: 
ben dovrebb’esser la tua man più pia, 
se state fossimo anime di serpi».

(Dante, Inferno, canto XIII, 37-39)

Questa è la storia di un contatto impossibile, negato e bollato, condannato  e reietto. “Quando se ne è andato- e con lui, uno dietro l’altro, gli abitanti del paese- ho voluto ignorare che solo il mio corpo e il suo esistevano. Mi sono rifugiata in un fondo di secoli e radici, ho lasciato che le stagioni mi percorressero, non muovendo un dito, senza più voler sapere“. Quest’amore in mezzo al nulla, al disfacimento delle macerie di un paese che casca, isolato, nato già col marchio della morte addosso… E tutto marcisce, tutto crolla, l’anima frana e si ripara nell’unico posto in cui sia consentito il respiro; e si fa radice, albero, olmo al centro di tutto- un tutto che sembra un niente- al centro di una scenografia che è teatro delle ombre che ritornano. “L’abbandono ha livellato i destini, e ogni casa, ora ogni casa è un teatro, con le quinte in disfacimento, il palco che crepita sotto i passi, un teatro dove possono esibirsi anche quelli che una scena non l’hanno mai avuta. Ogni sera, ad un’ora imprecisata, possono ritrovarsi qui, con grande crepito di vesti, come fossero attori bruciati, mimi, comparse, tutti un tempo respinti, tutti perciò falliti. Sotto la luce in disfazione, sotto la luce scoppiata, in un momento si ricreerà uno spazio in cui lieviteranno le nuove attese, e anche chi è rimasto sempre indietro finalmente arriverà, tutto trafelato“. Dunque, al centro della scenografia, c’è l’olmo, che è depositario di una verità che deve essere tenuta fuori, di una verità profonda e innominabile che parla di anima e d’amore. E’ come dire che l’anima di chi non è stato amato, uccide da sé la possibilità di amarsi e dunque, come in Dante, manca d’amore per la propria vita e, idealmente, commette suicidio, condannando la propria anima ad essere imbrigliata in rovo, con il sangue nero che stilla dai suoi rami spezzati. Estella, l’ultima abitante del borgo di Alento, vive così, raggelata nell’olmo. “Ma io che potevo farci se l’ottusa indolenza dei sensi mi teneva lontana da qualunque contatto che non fosse pietoso, addirittura caritatevole? […] E io non ho voluto più sentirlo, non ho voluto più sentire di non essere amata“, si giustifica. Questa donna che tanto mi ricorda la Laura Betti di Teorema di P.P.Pasolini: “Gli occhi fissi come quelli di una civetta erano azzurri, un vero spreco di colore turchino, accentuato dai capelli che le sbattevano biondi sulle spalle. […] così pericolosamente bionda, così inutilmente accogliente“.

u2fYeIRAlento è un borgo, il borgo dell’indifferenziato, il borgo di una nascita che rimane a metà, il borgo che non riconosce, che non ricorda, che cancella. È il borgo del dolore di essere nulla. È il borgo da cui la donna proviene e che la rigetta. È il luogo di una radice strappata dalla terra che cerca di riprendere il suo posto per non seccare, anche a rischio di marcire ma resistendo all’incuria del tempo.
La testardaggine di chi sa di essere già polvere in caduta.

La possibilità di trattenere fino in fondo questa aridità interiore, goderne senza volontà d’uscita, cambia i destini, li rende vivi, degni, li tramuta e ne mostra il ventaglio di esistenze. Molteplici. Diverse. Incoerenti. Strabilianti.
Interessante è poter attingere a un male di vivere, a un dolore che ti spezza la schiena e rendere grazie a tutto ciò che ti ha ucciso. “Mi sembra di essere tornata a quel giorno lontano, quando con Gedeone al fianco ritornai qui, sotto le sferze della neve, davanti al paese che non mi riconosceva e la chiesa ci offrì riparo dal freddo. È in chiesa che vorrei entrare questa notte, ora che a Dio ho smesso di girare intorno, ora che sono sopravvissuta a un dolore che curva i monti.” E’ così che il buio diventa altro, che la morte prende vita, che i luoghi abbandonati continuano a vivere di una loro esistenza stramba. “Se non riuscite a fare a meno di noi, continua, chiamateci pure, ma non per ricordarci chi siamo. Chiamateci per farci indossare abiti di vento. Toglieteci da questa pena di polvere, è insano lasciarci bocconi. Fateci camminare in mezzo a voi con passi burattini, leggeri e volubili. Chiamateci per cambiarci i destini“, dice Consiglio Parisi. E così, pian piano, le ombre prendono corpo, come vapori sprigionati dalla terra, come presenze gassose, così che possa, infine, avvenire l’incontro. Da quella morte, da quella marcescenza, vissuta fino in fondo, nasce una commozione nuova, intima, piccina e straordinaria da cui prende le mosse qualcosa di completamente diverso.

E poi c’è tutta un’altra storia, una storia che si legge e che non si fa dire, e sta lì, reliquia, a testimoniare di un fondo che siamo, che non esce dallo scuro gorgo di un inattingibile mistero. “In quel momento, nel silenzio che darà forma alla rivelazione, si alzerà il vento ma come un fiato che nessuno sente“.

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