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foto(57) Ecco, questo è uno di quei casi in cui mi chiedo: “Sono io che parlo e sento? Oppure, chi parla in me?”. Difficile dire, districare la materia, la memoria delle cellule, per poter dichiarare con certezza: Sono io!

E’ da lungo tempo che voglio scrivere del ritorno e questo racconto di mio nonno, datomi l’altro giorno, mi offre lo spunto per iniziare. Da diversi mesi mi è capitato di leggere del ritorno a casa tanto che in me si è formata chiara l’immagine, la necessità, che sosteneva queste mie casuali letture. Lontana dalla mia città natale per scelta. Da 17 anni. E poi questi sommovimenti. Questi input gettati qua e là… sparsi tra i miei giorni, inquieta. Che parlavano. Quel leggero chiacchiericcio di sottofondo che non dà noia. E poi un giorno… eccoli lì, tutti questi personaggi, che balzano improvvisamente in primo piano e parlano, dichiarano, argomentano.

Per ora, questo: solo poche parole per rompere il ghiaccio e poi il racconto di mio nonno.


Viaggio di ritorno.

Io ho vissuto a T. quasi vent’anni: tutta l’infanzia e la prima giovinezza. Quasi vent’anni, e per quasi vent’anni non ho mai deisiderato altro che di lasciarla e di andarmene; di “perderne la memoria, di non vederla più”, come allora dicevo. Così nulla si fermava nel mio occhio frettoloso, non vedevo, non sentivo nulla; ed era come se vivessi in un deserto, prigioniero dentro l’angustia della provincia “stupida e ottusa”, schacciato dall’ordine monotono dei suoi giorni sempre uguali. Tutto mi sembrava immobile a T., come se mai le stagioni mutassero e mai fosse notte o giorno, mai uomini si muovessero vivi dentro la vita. Pativo ad essere lì e me ne vergognavo fino a provare una fisica umiliazione: mi sentivo il fiato grosso. Ed ero inquieto, volevo andarmene, questo solo; nulla poteva fermarsi nel mio occhio frettoloso, non vedevo, non sentivo nulla: solo la mia inquietudine era viva, e il mio desiderio di andare.

Ma bastò che partissi di lì, che la lasciassi, ed essa fu viva, s’illuminò nella mia mente come in uno strappo: le acque chiare, le luci quiete e dorate, il verde dei giardini che traboccano sulle strade, le case docili, ferme, grandi come arche, e su tutto il riso frenetico, il riso pazzo, il riso bambino di un cielo azzurro, incredibilmente terso e leggero.

Penso che la terra dell’infanzia resti ferma nel cuore dell’uomo come un destino. Così è T. per me: beato limbo, in cui l’estenuante dolcezza della terra veneta si distende in riposi enormi, in silenzi inviolabili, dentro un fermo, antico raccoglimento. E lì ritorno, inevitabilmente, di tanto in tanto, sospinto da una nostalgia più forte del gelo d’ogni delusione.

Perché è una delusione il ritorno, ogni ritorno. Presto tutto è dissolto: fa troppo male la reale presenza delle cose che irrompono violentemente nel dolce indistinto della memoria. Pare di essere approdati a un’altra terra, ignota; e non là dove il nostro desiderio ci spingeva. Subito ogni promessa è tradita; e le cose ci sfuggono, si ritirano, rifiutandosi inesorabilmente alla nostra volontà di comunione.

L’ultima volta che tornai, fu poco tempo fa. Avvertii in tutto il corpo un tremito leggero, inquieto come le vibrazioni sottili di una carica elettrica appena percettibile, quando mi affacciai sull’ampio piazzale della Stazione. Ero nello stato di grazia, nella bianca fede, di chi attende un evento inusitato e inverosimile. Dalla Stazione, risalii lentemente il corso fino al centro della città.

Così fu consumata ogni gioia. Poi restai inghiottito dalla cordialità rumorosa dei primi conoscenti incontrati, che mi strinsero, mi chiusero nella rete. E non ci furono più che volti e parole, attorno a me, in un dialogo confuso che mi soffocava. La città era straniera e lontana. Ricordo solo che le macerie, il caos anonimo dei crolli, erano state riordinate, decorosamente ricomposte. Fu questo che mi fece più male, come una menzogna stupida e assurda. Avrei preferito la mia città battuta e sventrata, rotta da mille piaghe, umana nell’angosciosa desolazione della guerra; così come l’ultima volta l’avevo vista. Quel falso decoro mi offendeva, era freddo, ripugnante come un pudore simulato: mi respingeva indietro. Sentii una nausea violenta chiudermi lo stomaco, desiderai un rifugio sicuro; salutai in fretta e cercai precipitosamente la casa della nonna materna. Questa casa e mia nonna, la mia infanzia.

Quando entrai, mia nonna era stesa nel suo letto. Da tanti anni vi è costretta, da quando una caduta le causò la frattura del femore, senza possibilità di riaggiustamento. E sta lì consunta dal logorìo delle fatiche e degli anni, quasi senza memoria, ma chiusa in una dura ostinazione di vita. Avrei voluto abbracciarla, stringerla affettuosamente in un moto di aperto abbandono, rompere il pudore e la timidezza che fanno così chiusi gli affetti dei poveri. Ma vinse l’antica consuetudine, non potei. Dissi semplicemente, chiamandola per nome:

– Ciao Bea, come va?

Lei si alzò sulla schiena, e forzava gli occhi miopi, tendeva le braccia. Cominciò a piagnucolare.

– Sei tu- disse- figlio mio? — E poi: — Avvicinati, così non posso vederti, ho nuvolo negli occhi.

Io ero già più tranquillo vicino a lei, ancora deluso, solo, ma più tranquillo; e capii che dovevo essere pietoso, cordiale e allegro. Accostai al letto una sedia.

– Come va?- chiesi ancora.

– Non lo sai, figlio? – mia nonna disse,- sempre su questo letto ad aspettare la morte. Raccontami di te invece, cosa fai?

Restai un momento confuso, cercando parole di pietà e consolazione, ma non seppi trovarle. Poi pensai che dovevo parlare di me e questo mi imbarazzava ancor più. “Io? Nulla”, avrei risposto, “non so nulla, non faccio, non spero nulla”. Ma capii che occorreva mi mostrassi sicuro, che facessi credere di essere qualcuno.

– Io continuo a studiare- risposi,- scrivo racconti e poesie, e li pubblico.

– Tutto il giorno così?

– Tutto il giorno.

– Oh, figlio!- mia nonna disse,- così ti distruggerai la mente.

Ancora mi sentii imbarazzato. Cercai nelle tasche della giacca e ne tirai fuori parecchi fogli scritti. Li strinsi un poco nel pugno, poi mi decisi. Dissi:

– Vuoi che ti legga uno dei miei racconti?

– Scritto da te? Oh, caro! e me lo leggi?

Io incominciai subito. Leggevo, ma non pensavo a quello che leggevo, pensavo ad altro. Continuai più di mezz’ora, poi mi fermai.

– Ti piace?- chiesi.

– Non lo so, — mia nonna disse — non capisco niente. Perché invece di leggere non mi racconti la storia in due parole?

– Questo è difficile, non c’è una vera storia.

– Non c’è una vera storia? Vuoi prendermi in giro?

– Mah! — io dissi.

– E te lo pubblicano? Te lo pagano?

– Spero, — dissi.

Mia nonna sospirò ed era combattuta dentro, voleva chiedere qualcosa, ma non osava. Credo che quella mezz’ora di lettura le fosse sembrata come una gara di resistenza. Infine disse:

– E più è lungo, più te lo pagano?

– Lungo o breve è lo stesso, me lo pagano sempre lo stesso.

– E’ un’infamia — mia nonna disse, — e tu perché non lo tagli, perché non fai di uno due? Così guadagnerai il doppio.

– Beh! Non pensarci, – dissi – tanto può anche essere che non me lo pubblichino.

– Come? – mia nonna disse, — tu lavori e loro non ti pubblicano, non ti pagano?

– Qualche volta è così – dissi.

– Assassini! – mia nonna urlò.

Ancora io provai l’imbarazzo della conversazione che è arrivata ad un punto morto. Mi alzai e cominciai a passeggiare avanti e indietro per la stanza. Ci fu un momento di silenzio. Poi dissi:

– Perché non mi racconti qualcosa del nonno, qualcosa che faceva quand’era ubriaco? Forse potrei scrivere una storia e guadagnarci.

– Tuo nonno era sempre ubriaco, — mia nonna disse — e non ha mai fatto niente che meriti di essere raccontato.

Dissi io: – Raccontami, per esempio, di quando ubriaco comperò bicchieri e portò a venderli al mercato, di quando volle prendere il posto del vigile al crocevia e dirigere il traffico, o dell’amante che aveva a più di sessant’anni. Credo che se me lo raccontassi bene, potrei scriverlo e guadagnare qualcosa.

– Non mi ricordo più niente — mia nonna disse, — meglio non parlarne. Quando cominciò a bere diventò un demonio. Prima era anche buono. – Si fermò un momento, poi disse: – Il matrimonio è una cosa bella, ma anche brutta. Ricordalo, figlio.

– Via, raccontami qualcosa, — io provai ad insistere.

– Tuo nonno non ha mai fatto niente che meriti di essere raccontato, — urlò mia nonna — si ubriacava e basta. – Perché invece non racconti qualche cosa di mio padre Quello era un dio degli uomini. Racconta di lui e di mia madre.- E ripetè: – Il matrimonio è una cosa bella, ma anche brutta.

Guardai l’orologio: erano le sei. Nella stanza la luce tramontava precipitosamente e ogni cosa sembrava toccata da un senso di freddo e di solitudine. Mi sentii molto stanco. Avevo deciso di fermarmi a T. due giorni, ma capii che ormai era inutile. Improvvisamente desiderai ripartire.

– Ora debbo andare, — dissi alzandomi.

– Ah! Ah! – mia nonna rise, — credevi tu di venir qui a sentire una storia e di guadagnare.

– Non ha importanza — io dissi, — non mi occorre proprio una storia. Scriverò questo che mi hai detto: che il matrimonio è una cosa bella, ma anche brutta.

– Oh! Questo sì – mia nonna disse, – scrivilo, e che imparino, che lo mettano in pratica.

Ancora si era alzata sulla schiena, levato un  braccio e un dito teso minaccioso, e ancora forzava gli occhi miopi contro la porta ch’io richiudevo lentamente.

ELIO CHINOL

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