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DA La Repubblica del 16 dicembre 1989

Byron è stato, fra i grandi romantici inglesi della seconda generazione, non solo il più prolifico di opere ma anche di lettere. Il suo epistolario, nell’ edizione più recente e autorevole curata da Leslie A. Marchand, conta ben dodici volumi. Ed è da questi che Masolino d’ Amico ha tratto ora una sorta di autobiografia del poeta, o come dice il titolo una sua Vita attraverso le lettere. Ma poiché nessun epistolario, per quanto ricco, può fornire una narrazione continua e senza lacune, egli ha anche opportunamente provveduto a inserire, fra i vari gruppi di lettere, dei raccordi che servono come inquadramento generale. Ne è risultato un denso, affascinante volume di circa cinquecento pagine, in cui si può seguire la sua vita, breve ma straordinariamente intensa e movimentata, in tutti gli aspetti fondamentali: studi, letture, viaggi, inizi e sviluppi dell’ attività letteraria, pubblicazione di opere, rapporti con gli editori e con gli amici, problemi finanziari, interessi politici e infine, ma con particolare rilievo, le molte relazioni amorose. Byron è stato spesso letto in chiave autobiografica e identificato con i suoi personaggi: dal cavaliere Aroldo a Don Giovanni. Anzi, fu forse proprio questo che gli assicurò la grande curiosità e l’ enorme successo che riscosse fin dall’ inizio e che lo accompagnarono per tutta la vita. Byron era il ribelle, il trasgressore, l’ anticonformista, l’ uomo di genio al di sopra di tutte le mortificanti convenzioni sociali. Si poteva anche riprovarne la condotta, ma non negarne il misterioso fascino. Ed egli seppe alimentare la propria leggenda con gli innumerevoli amori, con la costante presenza in tutti i salotti importanti e continuando a produrre versi con la stessa naturalezza con cui gli alberi mettono foglie. Si può lamentare che non si impegnasse in un più severo lavoro di lima (le ottave del suo stesso capolavoro, il Don Juan, presentano spesso zeppe e rime difettose), ma la creazione di getto era certamente la misura congeniale alla sua straordinaria esuberanza e vitalità. E ancor più di getto, com’ è facile aspettarsi, sono scritte le sue lettere, che hanno molto spesso l’ andamento del parlato, tanto che i comuni segni d’ interpunzione sono aboliti e sostituiti da semplici trattini. L’ impressione è di assistere a un lungo, ininterrotto monologo recitato dalla sua viva voce. Anche quando scrive in italiano, come nelle numerose lettere d’ amore alla contessa Teresa Guiccioli. E’ un italiano tutt’ altro che impeccabile, ma pur sempre efficace: Perdona ai miei spropositi, il più barbaro che sarà lo Stile mio più rassomiglierà al mio Destin’ lontano da te. Tu che sei il mio unico ed ultimo Amor, tu che sei il mio solo diletto, la delizia di mia vita tu che fosti la mia sola Speranza, tu che fosti almeno per un momento tutta mia tu sei partita ed io resto isolato nella desolazione…. E avanti avanti, sempre incalzante, irruente, travolgente. In inglese come in italiano, in questioni pratiche come in affari di cuore. Affermava di aver avuto più di duecento donne solo in pochi mesi a Venezia. Magari avrà calcato un po’ sul numero, ma rende l’ idea. Un’ attività frenetica. E se la cosa può far sorridere, nasconde però anche un risvolto drammatico: quella sua disperata ostinazione a inseguire durante tutta la vita la passione assoluta e definitiva, solo per riconoscersi alla fine incapace di vero amore. Teresa Guiccioli restò l’ ultima illusione, ma quando si preparava alla fatale spedizione in Grecia e lei gli chiese insistentemente di poterlo seguire, si mostrò irremovibile. Per lui si trattava solo di un atto di egoismo tipico delle solite femmine! E fu la fine. –

di ELIO CHINOL

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