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La porrrrcaaa miseria, sbottava Ezra Pound in una lettera in italiano del giugno 1943 a Elio Vittorini in occasione della seconda edizione di Americana, porrrrcaaa miseria; ho scritto tanto, lavorato, fattomi impiegato, facchino, portato pacchi alla posta, per stabilire qualche criterio e per far stampare i veri e vivi scritti dal 1912 al 1920, che perdo la pazienza apprendo un prodotto commerciale che cita il fango e merda commerciale, tale Lewishon e tutta la sequela. La solita aggressività poundiana. Ma se certamente esagerava nei confronti di Vittorini e Americana, senza rendersi conto della situazione culturale italiana di quegli anni, ciò che affermava di sé era letteralmente vero. Dal 1912 al 1920 (e oltre) egli si era prodigato come nessun altro per promuovere un grande rinascimento letterario, per lanciare o propagandare nuovi movimenti e nuove riviste, per scoprire nuovi talenti, per stimolare, incoraggiare, consigliare. Il suo impegno e il suo entusiasmo erano inesauribili. Il mio problema, scriveva ad Harriet Monroe il 31 gennaio 1915, è di portare le arti al loro giusto posto di guida riconosciuta e faro di civiltà. Le arti devono essere sostenute più che la chiesa e l’ erudizione. Prima gli artisti, poi, se necessario, professori e preti. E con quale fiuto e intuito, quali illuminanti anticipazioni e quale straordinaria generosità si è prodigato in questa sua battaglia! Credo che nulla, neanche i suoi rapporti con Eliot, al quale pure ha dato moltissimo, possa illustrarlo meglio della storia di quanto ha fatto per Joyce.

joyce_2464804b Una storia che ora ci viene riproposta, dopo l’ edizione Rizzoli del 1969, da una ristampa nelle edizioni Se del documentatissimo Pound/Joyce, a cura di Forrest Read e nella traduzione di Ruggero Bianchi , che raccoglie tutte le lettere e tutti i saggi critici che Pound ha dedicato al grande scrittore irlandese (unico neo della meritevole iniziativa è di non aver incluso anche l’ utilissimo indice analitico dell’ edizione originale). Pound entrò in contatto epistolare con Joyce, su suggerimento di Yeats, nel dicembre del 1913. Fino allora Joyce aveva pubblicato ben poco ed era praticamente uno sconosciuto. Fu Pound a scoprirlo e a portarlo sulla scena letteraria, incaricandosi di far pubblicare i suoi scritti, di diffonderli e di sostenerli con tempestivi interventi critici in varie riviste, senza mai smettere, al contempo, di incoraggiarlo con le sue numerose lettere e di aiutarlo anche finanziariamente. Egli seguì passo passo la nascita e la composizione sia del Portrait sia di Ulysses. Per lui Joyce era lo stilista, l’ uomo che stava operando una svolta decisiva nella letteratura moderna. Soprattutto con Ulysses, il super-romanzo come lo definiva, al quale nel 1922, l’ anno della sua pubblicazione, dedicò nella rivista The Dial un importante saggio critico, poi incluso anche nella raccolta dei suoi Literary Essays (in italiano presso Garzanti, a cura di Nemi D’ Agostino, 1957). Pound cerca di collocare Joyce nella sua prospettiva di una letteratura mondiale, insistendo su precise questioni di forma e di stile: Joyce ha ripreso l’ arte dello scrivere là dove Flaubert l’ ha lasciata. In Dubliners e in The Portrait egli non aveva trasceso i Trois Contes o L’ Education; in Ulysses ha portato avanti un processo iniziato in Bouvard e Pécuchet; lo ha portato a un grado di maggior efficienza, di maggior compattezza, così che esso possiede più forma di qualsiasi romanzo di Flaubert. Ma è soprattutto la ricchezza del suo linguaggio, coinciso e multiplo, che egli si dà a sottolineare, affermando che esso include in maniera implicati un’ intera storia della prosa inglese. E infine osservava: Ulysses, probabilmente, è irripetibile come Tristram Shandy; voglio dire che non lo si può duplicare; non lo si può prendere a modello, come si potrebbe prendere Bovary; e tuttavia porta a compimento qualcosa iniziato in Bouvart; e accresce in modo ben preciso la scorta internazionale di una tecnica letteraria. Nulla di più giusto. Ma se Ulysses è irripetibile, lo è ancor più Finnegans Wake, l’ ultima, tremenda impresa joyciana. A questo punto però Pound non si mostrò più disposto a seguire l’ amico. Nel 1940, in una conversazione alla radio italiana, dichiarò che Joyce si era impegnato in una ricerca gratuita dell’ esagerazione, sperimentando una tecnica da passatempo borghese. La loro intensa collaborazione era praticamente finita nel 1924, quando Pound lasciò Parigi per stabilirsi a Rapallo. –

di ELIO CHINOL

da LA REPUBBLICA, 10 marzo 1990