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Nel dicembre del 1910, il giorno prima del funerale della madre, D.H.Lawrence allora venticinquenne aveva uno dei suoi ultimi incontri con Jessie Chambers, l’amore impossibile della sua adolescenza e prima giovinezza. La rottura fra loro era già avvenuta, ma lui tentava ancora delle spiegazioni. “Lo sai”, le disse, “io ho sempre amato mia madre”. “Lo so”, lei rispose. E lui: “Intendo dire che l’ho amata come un’amante. Ecco perché non avrei mai potuto amare te”. E’, in breve, la tesi di fondo di Figli e amanti, il terzo e il più scopertamente autobiografico dei suoi romanzi, in cui Jessie appare nelle vesti di Miriam e Lawrence in quelle di Paul Morel. Una vicenda, la loro, lunga e tormentata e poi dallo scrittore trasferita quasi di peso dalla vita alla pagina. Lo conferma anche il suo epistolario (The collected Letters of D.H. Lawrence, a cura di James T. Boulton, Cambridge University Press), di cui è appena uscito il primo volume in una nuova edizione che si annuncia molto accresciuta rispetto alle due precedenti curate da Aldous Huxley nel 1932 e da Harry T. Moore nel 1962. Essa consisterà di otto volumi per un totale di cinquemila lettere (nulla sarà trascurato, nemmeno le cartoline), che formeranno certamente uno dei più imponenti e affascinanti epistolari inglesi del secolo. Il primo volume copre il periodo che va dal settembre 1901 al maggio 1913, quando Lawrence, benché solo ventottenne, guardava ormai al proprio passato con l’impressione di aver già vissuto “molte vite” e “tutte più strane che i romanzi”. Particolarmente decisive ai fini della sua maturazione come uomo e come scrittore furono le esperienze da lui fedelmente registrate in Figli e amanti, il suo primo grande exploit creativo e insieme un preciso atto di autoanalisi per chiarire il significato del suo rapporto con le due donne che avevano dominato la prima parte della sua vita: la madre e il suo primo amore, Jessie Chambers. Sfortunatamente sembra che nessuna delle lettere da lui scritte alla madre sia sopravvissuta, ma l’affetto che lo legava a lei trova testimonianza in frequenti confessioni ad altri corrispondenti, soprattutto alle sue numerose amiche: “Ci siamo amati pazzamente”, scriveva ad esempio nel 1910, “ci siamo amati quasi dell’amore di un marito e di una moglie, oltre che dell’amore di madre e figlio”. Ecco già adombrato il titolo, Figli e amanti, del suo celebre romanzo, di cui egli per primo offrirà un’interpretazione in termini chiaramente freudiani in una famosa lettera rivolta a Edward Garnett il 14 novembre 1912, appena il giono dopo aver spedito il manoscritto all’editore. “Questi figli sono spinti nella vita dall’amore ricambiato che provano per la madre… Ma come arrivano a essere uomini non possono amare, perché la madre è la forza più grande della loro vita, e li tiene”. Egli non intendeva però che il libro fosse interpretato come il resoconto di una vicenda personale, anzi si proponeva chiaramente di razionalizzare e generalizzare le proprie esperienze alla luce delle teorie freudiane sul complesso edipico. Perciò ne parlava come di “un grande dramma”, “il dramma di migliaia di giovani in Inghilterra”. E in una prefazione scritta nel gennaio del 1913, ma pubblicata solo postuma nell’epistolario di Aldous Huxley, precisava: “L’antico figlio-amante era Edipo. I nuovi figli-amanti sono legioni. E se un figlio-amante prende moglie, questa non sarà sua moglie bensì soltanto il suo letto”.

Ma era davvero il legame di figlio-amante con la madre che aveva reso impossibile il suo rapporto con Jessie? Questa è la tesi esplicita e continuamente insistita del romanzo. E in una lettera del dicembre 1910 ad un’amica scriveva: “Nessuno può avere la mia anima. Mia madre l’ha avuta, e nessuno d’ora innanzi potrà più averla”. Tuttavia sarà da osservare che alla luce dell’ideologia lawrenciana, come risulta bene sia dal romanzo stesso che dall’epistolario, quel rapporto sarebbe stato in ogni caso impossibile. E’ l’intellettualismo della ragazza a renderlo tale, la sua incapacità di uscire da un mondo di puri valori spirituali per vivere anche nel corpo, nei sensi. Jessie resta sempre agli occhi di Lawrence, come nel romanzo Miriam a quelli di Paul, soltanto una “suora”. “Ascolta, tu sei una suora”, le scriveva ancora il 28 gennaio 1908, oltre due anni prima di iniziare Figli e amanti, “ti do quello che darei a una pia religiosa. Quindi devi lasciarmi libero di sposare una donna che io possa baciare e abbracciare e rendere la madre dei miei figli”.

Nel romanzo Paul, ormai deciso a lasciarla, scrive a Miriam esattamente negli stessi termini e quasi con le stesse parole: “Vedi, tu sei una suora, e io ti ho dato quello che avrei potuto dare a una santa suora, come un mistico monaco che si rivolge a una mistica monaca… In tutti i nostri rapporti il corpo rimane estraneo: io non ti parlo attraverso i sensi, ma solo attraverso lo spirito… (mentre) se ci si sposa bisogna vivere insieme come due esseri umani che si amano e che possono anche compiere atti tra loro senza provare vergogna… non come due anime”. Il fallimento era inevitabile. Del resto, quando Figli e amanti usciva, nel maggio del 1913, Lawrence era già al di là del suo messaggio freudiano. Era stato determinante l’incontro con Frieda Weekley, la splendida donna che aveva “il sesso nella testa”, nel marzo dell’anno precedente. “Siete la donna più fantastica di tutta l’Inghilterra”, le scriveva subito nella lettera più breve e più eloquente dell’intero epistolario. E il 19 agosto confessava a un’amica: “Quanto a noi, Frieda ed io, abbiamo attraversato alcuni brutti momenti per approdare infine a una meravigliosa nuda intimità, tutta piena di calore che, finalmente lo so, è l’amore. Penso che non dovrei biasimare le donne, come ho fatto, ma me stesso, per aver dato prima d’ora il mio amore alle donne sbagliate… Io  credo nel matrimonio”. La liberazione dal triangolo di Edipo, tante volte invocata in Figli e amanti, era avvenuta.

Elio Chinol

Venerdì 7 dicembre 1979

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