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Ce l’ho fatta! Sapevo che potevo farcela e ce l’ho fatta. Finalmente! ROTH-P_complotto1

Ci ho messo più di un anno. L’ho iniziato, poi lasciato, poi ripreso e, pian piano, ho finito di leggerlo. Con fatica, devo ammetterlo.

Non dico che non sia un bel libro. E’ solo che è un po’ pesante quando si addentra nei particolari pedanti, quando elenca nomi e sigle, e… insomma, nei momenti in cui la storia procede, in cui Philip Roth racconta qualcosa di uno dei personaggi, quando si sente la Storia che si snoda davanti ai tuoi occhi, la sua scrittura è avvincente, senti davvero di essere in compagnia di Philip o Sandy o Seldon o chiunque altro di loro. roth_pic Sei lì, in America, a Newark, in quel quartiere e vedi la gente che passa per strada, senti i loro discorsi. E le loro abitudini, diventano le tue abitudini. Le loro paure, i tuoi terrori e le tue colpe! Ancestrali. Perché la vita di un bambino che ha dovuto subire l’onta di essere considerato un diverso, non è cosa che si possa accettare. Mai. Anche se non è stato in un campo di concentramento.

La paura domina questi ricordi, un’eterna paura. Certo, nessuna infanzia è priva di terrori, eppure mi domando se da ragazzo avrei avuto meno paura se Lindbergh non fosse diventato presidente o se io stesso non fossi stato di origine ebraica.

index2Nel 1940, prima che la Storia mostri il suo volto più nero, la famiglia di Philip è una normale famiglia americana.

Abitavamo al primo piano di una villetta bifamiliare in una strada alberata di case con la struttura di legno munite di verande in muratura, ogni veranda coperta da un tetto a due falde e fronteggiata da un giardinetto cintato da una piccola siepe. […] Eravamo una famiglia felice, nel 1940. I miei genitori erano persone socievoli e ospitali con amici scelti tra i colleghi d’ufficio di mio padre e tra le donne che insieme a mia madre avevano contribuito a organizzare l’Associazione genitori-insegnanti nella nuova scuola di Chancellor Avenue, dove andavamo mio fratello e io. Erano tutti ebrei. […] Era il lavoro, per me, a identificare e distinguere i nostri vicini, assai più della religione. […] Ogni mattina, a scuola, giuravo fedeltà alla bandiera della nostra patria. […] La nostra patria era l’America. Poi i repubblicani nominarono Lindbergh e tutto cambiò.

Charles-LindberghQuesta di Roth, è, in parte, una storia di fantasia. Lindbergh non è diventato presidente degli Stati Uniti (Lindbergh che è stato, in realtà, un convinto sostenitore della politica nazista della Germania)… ma la paura dei ghetti ebraici, quella è vera; la paura di un bambino che non capisce cosa stia succedendo nel mondo, quella è reale; lo sconvolgimento nel vedere che tutto diventa crudele e pericoloso, là fuori, se sei ebreo, quello è autentico. E nel mentre, succede che tu debba anche crescere e formarti e avere a che fare con gli eventi di tutti i giorni, non solo con i grandi avvenimenti che cambiano la Storia.

Philip_Roth_3Come scrive Luca Alvino, in questa bella recensione: http://www.minimaetmoralia.it/wp/pianeta-roth-4-il-complotto-contro-lamerica/#_ftn1

I personaggi del romanzo sono gli stessi che abbiamo imparato a conoscere nella precedente produzione narrativa dell’autore: è la seconda generazione di ebrei immigrati negli States, che negli anni trenta e quaranta hanno portato a compimento il processo di americanizzazione iniziato dai loro genitori, adeguandosi alla logica calvinista del paese che li aveva accolti e gettando le fondamenta di una società basata sull’impegno personale e la responsabilità; è la generazione dei padri dei più celebri protagonisti rothiani, da Alexander Portnoy a Nathan Zuckerman; sono i medesimi personaggi la cui identità era definita sulla base del mestiere che svolgevano, del ruolo riconosciutogli dalla comunità nella quale erano radicati; coloro che avevano stabilito quel delicato equilibrio sociale che nel giro di vent’anni si sarebbe sclerotizzato in uno sterile convenzionalismo morale, contro il quale lo stesso autore si ribellò con veemenza a partire dagli anni sessanta.

Ecco, succede, allora, che dopo che hai faticato tanto a leggere un libro, dopo che finalmente hai finito l’ultima pagina, ti venga voglia di riprenderlo in mano e ricominciare da capo. Perché gli ingranaggi che girano senza sosta sono riusciti a prenderti e a renderti parte del meccanismo. E quel forzare la Storia, quel dettagliare minuziosamente tutto, capisci che erano solo un modo raffinato per giocare a fare l’autore, erano un modo per non arrendersi di fronte all’inevitabile firma degli eventi, erano un modo per metterli in discussione e scardinare la visione comoda e assodata dei fatti. Cosa sarebbe successo se….? Una domanda inquietante, se abbiamo voglia di chiederlo e chiedercelo realmente. Soprattutto quando non si tratta di parlare di Hitler o Göring o qualcuno di loro ma di persone come noi, che vivono nella propria quotidianità e continuano a svolgere i compiti che la vita gli ha assegnato. Giorno per giorno. Cosa succederebbe a una di quelle persone, a uno di noi, se…?

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