Tag

, , , , , , , , , , , , , ,

l’affare dreyfus

Era il 1894 quando un soldato alsaziano di origine ebraica, Alfred Dreyfus, venne incriminato per tradimento e spionaggio ai danni della Francia, e accusato di aver inviato informazioni al nemico tedesco. Siamo all’indomani della sconfitta francese nella guerra franco-prussiana alla fine della quale l’Alsazia passò all’Impero tedesco. Dreyfus, alsaziano, scelse la cittadinanza francese ma a poco gli servì la sua lealtà perché il conflitto che si stava scatenando era un conflitto politico e sociale. I due nemici da combattere erano i tedesch e gli ebrei! Si scatenò, quindi, una vero scontro tra le due opposte fazioni.640px-J_accuse Nel 1898, il 13 gennaio, Émile Zola pubblicò su «L’Aurore» il suo celebre J’accuse in cui accusava lo Stato Maggiore di aver nascosto le prove dell’innocenza di Dreyfus e i giudici del processo Esterházy di aver assolto il vero colpevole. Zola fu processato e condannato a un anno di prigione e a 3.000 franchi di multa. Sempre su «L’Aurore», apparve la celebre «Petizione degli intellettuali», che recava tra i firmatari metà dei professori della Sorbona e numerosi artisti, come Gallè, l’artista del vetro, il grande Manet, Jules Renard, Andrè Gide, Anatole France. Erano stati tanti giovani brillanti della Parigi di fine secolo – tra i quali Marcel Proust e il fratello Robert, con gli amici Jacques Bizet, Robert des Flers – a impegnarsi a far firmare il manifesto dichiarandosi dalla parte di Zola e quindi di Dreyfus. Lo Stato Maggiore rispose scatenando sui giornali nazionalistici una violenta campagna di diffamazione contro ebrei, democratici e liberali. Nel dicembre del 1900, Zola ottenne l’amnistia per i fatti relativi all'”affaire”.

Il caso Dreyfus è importante, ancora oggi, perché mostra due aspetti importanti su cui dovremo riflettere. Da una parte ci mette davanti agli occhi il fatto che l’antisemitismo è una bestia nera che serpeggiava in Europa già prima di Hitler e dei campi di concentramento. Questo punto meriterebbe davvero un’analisi più attenta ma quello che voglio dire è che la paura del diverso e il bisogno di spazzarlo via appartengono alla nostra cultura e che devono essere sempre tenuti sotto osservazione. Lo dico perché è appena passata la giornata della memoria e una riflessione su questo va fatta. Dall’altra parte, l’affaire Dreyfus ci mostra anche quale sia il limite della libertà di parola: Zola fu incriminato e condannato. Per la sua opinione.

Il 28 gennaio di quest’anno è iniziato il processo contro lo scrittore Erri De Luca, colpevole di aver appoggiato il movimento No Tav e di aver fatto dichiarazioni pesanti a favore del sabotaggio del cantiere in ValSusa.

erri de luca

“Io un sabotatore? Questo è un processo alla libertà di parola”, dice Erri De Luca, “Sono uno scrittore, non penso di poter istigare nessuno se non alla lettura o alla scrittura”. “Rivendico il diritto di adoperare il verbo sabotare come pare e piace alla lingua italiana. Il suo impiego non è ristretto al significato di danneggiamento materiale, come pretendono i pubblici ministeri in questo caso”. E’ esteso per esempio a “uno sciopero” o a “un ordine eseguito male” o un “ostruzionismo parlamentare”.

Le frasi incriminate sono quelle rilasciate in un’intervista all’«Huffington Post» l’1 settembre 2013, seguita alle dichiarazioni dell’allora procuratore capo di Torino Gian Carlo Caselli sugli intellettuali che “sottovalutano pericolosamente l’allarme terrorismo” in Valsusa.

la-parola-contraria-300-ok1Lo scrittore ha appena pubblicato un pamphlet sulla libertà di parola in cui rivendica la libertà di dire “La parola contraria“, titolo del libro pubblicato da Feltrinelli (64 pagine, 4 euro), uscito il 14 gennaio.

Così, a ridosso del processo, De Luca ripropone l’eterno dibattito sui confini della libertà d’opinione, sul discrimine tra legalità e protesta politica, sul rapporto tra intellettuali e movimenti. “Se dalla parola pubblica di uno scrittore seguono azioni, questo è un risultato ingovernabile e fuori dal suo controllo”. E conclude che, nell’aula del tribunale di Torino, “non sarà in discussione la libertà di parola. Quella ossequiosa è sempre libera e gradita. Sarà in discussione la libertà di parola contraria, incriminata per questo”.

Orhan Pamuk

Il premio Nobel Orhan Pamuk, scrittore che ha rifiutato il titolo di «artista di Stato», nevenel 2005 è stato incriminato per aver rilasciato a una rivista svizzera alcune dichiarazioni sul genocidio degli armeni da parte dei turchi: un milione di armeni (cioè il genocidio armeno) e trentamila curdi in Anatolia durante la Prima guerra mondiale. La legge turca proibisce di definire tali avvenimenti un “genocidio” (art. 301 del codice penale, “vilipendio dell’identità nazionale”). Le accuse vennero però ritirate nel gennaio dell’anno successivo. In patria, così come all’estero, Pamuk ha riscosso un grandissimo successo, ma è osteggiato da una parte dell’opinione pubblica del suo Paese. Un sottoprefetto di Isparta ha addirittura ordinato la distruzione dei suoi romanzi nelle librerie e nelle biblioteche mentre una tv locale ha proposto di ritrovare una studentessa che aveva ammesso di possederne uno!

Tutto questo ci permette di fare una riflessione su quello che intendiamo per libertà di parola e di opinione. Ci permette di andare al fondo delle nostre convinzioni e di farci sempre domande che liberino la mente dai preconcetti e dai pregiudizi. E’ importante, in una società come la nostra in cui tutto sembra lecito e alla fine non lo è, capire cosa vogliamo noi, che tipo di libertà d’azione abbiamo e come intendiamo essere partecipi di un processo di ripensamento delle nostre comunità in cui i valori che abbiamo scelto siano sempre rispettati e approfonditi.

Non solo parole!