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Sto pensando a cosa significhi per me parlare delle origini, se sia necessario confrontarmi con qualcosa che ho relegato lontano. Ho messo chilometri come garanzia di barriera per la paura di venire a contatto con qualcosa di troppo scomodo per essere vissuto così, guardandolo negli occhi. Giorno per giorno. Faccio fatica a parlarne eppure sembra che questo libro di Dacia Maraini, Bagheria, capiti a proposito.

665_001Sono stata una bambina felice. Credo un po’ inquieta. Dico “credo” perché non ho la misura esatta di quello che succede negli animi degli altri bambini, non posso averne la certezza, è tutto troppo pericolosamente personale. Eppure ne ritrovo tracce, qua e là.

41TIimSpIqL._SY445_Per anni, addirittura, ho cancellato dalla mia vita quelle parentele, considerandole tanto lontane da me da non poterne tenere conto.

Scrive Dacia Maraini. E invece….

E invece eccoli lì, mi sono cascati addosso tutti assieme, con un rumore di vecchie ossa, nel momento in cui ho deciso, dopo anni e anni di rinvii e di rifiuti, di parlare della Sicilia. Non di una Sicilia immaginaria, di una Sicilia letteraria, sognata, mitizzata. Ma di quel rovinio di vestiti di broccato, di quei ritratti stagnanti, di quelle stanze che puzzavano di rancido, di quelle carte sbiadite, di quegli scandali svaporati, di quelle antiche storie che mi appartengono solo in parte ma mi appartengono e non possono essere scacciate come mosche petulanti solo perché ho deciso che mi infastidiscono.

530_001Credo che la mia paura di parlarne sia anche la paura di non attraversare quei palazzi favolosi, anche se in rovina. Ognuno ha la sue ombre. Ma bisogna farci i conti, con lo specchio. Bisogna guardare nel fondo di quegli occhi riflessi e indagarne le larve che vi si agitano chiedendo di avere voce. Arriva un momento in cui lo scontro non è più rimandabile e le parole si rovesciano fuori senza freni.

Io, per me, mi consideravo nata dalla testa di mio padre, come una novella Minerva, armata di penna e carta, pronta ad affrontare il mondo attraverso un difficile lavoro di alchimia delle parole.

A un certo punto, quell’alchimia di parole chiede di tornare a casa, chiede di ricordare. dacia_marainiAnche ciò che non si vuole, e di venire a patti con il disagio. Io mi svegliavo la notte per paura di perdere tutto, per paura di non avere più ciò che costituiva le mie certezze di piccina: tutto il mondo era lì, tra quelle quattro mura fatta di braccia che stringono, di conforto subito soddisfatto. Presagivo che la vita mi riservava altro. Come altro riserva agli altri. La vita aveva preparato per me la crescita…. e l’allontanamento da casa. E’ lì che si sono infrante le carezze.

616-02-08-01-4145Ritornando a Bagheria. Maraini arriva in Sicilia, dopo gli anni di prigionia in Giappone, dove la sua famiglia era approdata per seguire il lavoro del padre, etnologo, che stava studiando gli hainu, una popolazione in via d’estinzione, nell’Hokkaido. Maraini arriva in Sicilia dopo la traversata per mare e le caramelle dei soldati americani e vi trova la famiglia della madre:

Un nonno morente, una nonna dai grandi occhi neri che viveva nel culto della sua bellezza passata, una villa del Settecento in rovina, dei parenti, nobili, chiusi e sospettosi.

Da quel porto comincia l’avventura, comincia il futuro, cominciano le aspettative di una bambina che ha fiducia nel mondo, nonostante l’orrore visto e subìto. Una bambina che ama follemente i suoi genitori.

Preferivo esser lì con loro che altrove senza di loro. Come li avrei protetti e covati, i miei due giovanissimi genitori, che a furia di guardare il cielo non vedevano dove mettevano i piedi. Io mi ero già adattata a giocare con le pietre: quelle grandi erano pietanze grandi e quelle piccole pietanze minute. A volte c si sfama anche con gli occhi e i sassi erano dipinti con tanta cura.

E da quel porto comincia anche l’allontanamento da casa. E poi, all’improvviso, il riavvicinamento. – Dinamiche strambe. Dacia Maraini torna in Sicilia, alla villa Valguarnera, depradata dei suoi tesori, alla terra che ha subito lo scempio del cemento e della bruttura. Torna a Bagheria. A modo suo.

Sembra un simbolo dell’isola: la bellezza carpita, rapinata, due, tre, cento volte, la testa spiccata dal busto, e un silenzio di pietra che copre ogni strazio con la rappresentazione elegante della perdita di sé. Sconosciuta a se stessa, chiusa in una sfiducia senza rimedio, preda di un dolore senza voce.

616-12-15-58-6955Chissà se i popoli che hanno subìto la tirannia del sole tendono a ingabbiare la loro voce in un grido di pietra, dolorante nella sua inettitudine a raggiungere il cielo e le orecchie degli dei che li governano, goduriosi e fin troppo umani nei loro piaceri lascivi, nelle loro dimenticanze menefreghiste.

Chissà.

Una brevissima storia di Bagheria, qui:

http://www.info-sicilia.it/bagheria.html