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Jack Kerouac morì il 21 ottobre 1969. Esattamente vent’ anni fa. L’ anniversario è stato anticipato domenica scorsa nel Corriere Cultura con numerosi articoli. Fra gli altri, uno di Fernanda Pivano, che ricorda il viaggio che nel 1966 lo scrittore fece in Italia, con tappe a Milano, Roma e Napoli, invitato dalla Mondadori in occasione dell’ edizione italiana di Big Sur. Fu un viaggio molto movimentato e faticoso. A Napoli, scrive Fernanda Pivano, Kerouac crollò in un vero e proprio collasso. Dato che lì fummo Domenico Rea e io a presentarlo, vorrei raccontare come andarono esattamente le cose. L’ incontro era fissato per il tardo pomeriggio nella raffinata cornice settecentesca di Villa Pignatelli, ma ci fu un prologo piuttosto tempestoso. Attorno alle 17 mi telefonò tutto agitato Domenico Porzio della Mondadori. Kerouac se ne stava a letto ubriaco in una stanza dell’ Hotel Royal e non intendeva più partecipare alla manifestazione in suo onore. Non potevo andar a dare una mano per convincerlo a cambiare idea? Andai, ma la cosa fu tutt’ altro che semplice. Stava a letto vestito, camicia a scacchi, cravatta slacciata, le mani incrociate sotto la nuca. Io continuavo a spiegargli che la gente lo aspettava e che bisognava andare, ma lui sbuffava e mi rispondeva invariabilmente: domani. Tomorrow… tomorrow. Non c’ era modo di smuoverlo. Sul pavimento accanto al letto aveva due bottiglie e di tanto in tanto beveva: una sorsata di birra e una di cognac. Hemingway faceva meglio, mi venne di dirgli a un certo punto, lui andava a whisky e champagne. Alzò la testa e mi guardò divertito, gli occhi gonfi e arrossati: Nice guy, disse. Anche tu sei simpatico, dissi, ma adesso dobbiamo andare. Alla fine si convinse e riuscimmo a portarlo a Villa Pignatelli. La sala era gremita. Le prime file erano occupate da una variopinta schiera di giovani beat, impazienti di rendere omaggio al Maestro. Ci si poteva aspettare un’ apoteosi, finì in un tumulto. Dietro i beat, sparsi qua e là, forse meno numerosi ma più decisi, c’ erano i contestatori. A loro non importava proprio niente dei nostri discorsi letterari. Quando venne il suo turno e Kerouac si alzò per rispondere alle domande del pubblico, si fece avanti un piccolino tutto nero, occhialuto, faccia tesa e intellettuale: voleva sapere cosa lo scrittore pensasse della guerra americana nel Vietnam. La trappola stava per scattare. Kerouac si buttò sull’ esca con la bocca ancora impastata di birra e cognac. Stentava a parlare. Disse comunque che lui le cose le considerava sempre sotto l’ aspetto umano e umanamente non poteva che essere dalla parte dei soldati americani, i G.I., tutti bravi ragazzi, nice guys che non facevano che il loro dovere, come ad esempio il suo amico tal dei tali, un tipo davvero straordinario, e poteva dirlo perché lo conosceva bene dato che per mesi e mesi aveva mangiato con lui e bevuto con lui e con lui dormito nel sacco a pelo e girato tutta l’ America… Prima furono fischi, poi insulti roventi: Buffone!, buffone e fascista!. Si dovette portar via lo scrittore facendolo passare da un’ uscita secondaria. La serata si concluse con una cena al ristorante Le Arcate in via Posillipo. Anfitrione il console americano a Napoli, di cui mi sfugge il nome ma di cui ricordo molto bene la mole imponente. Era florido e rubicondo. Sedeva a un capo della tavola, con Kerouac alla sua destra. Io sedevo all’ altro capo. Ero stanco e non avevo più molta voglia di parlare. Ma alla fine della cena il console mi chiese di scambiare posto con lui. Anche lui era stanco, e forse a me sarebbe piaciuto stare ancora un po’ con Kerouac. Naturalmente, accettai. Ma appena mi fui seduto vicino a lui, Kerouac mi guardò con aria incuriosita e meravigliata. Sei diventato più magro, disse. Come più magro?, mi stupii. Sì, insisté, molto, molto più magro. Capii che non si era accorto dello scambio e credeva di aver ancora accanto il console americano. Mi misi a ridere e gli spiegai l’ equivoco. Ma non so se mi ascoltasse perché nel frattempo aveva tirato fuori un piccolo taccuino ed era tutto impegnato a tracciarvi sopra rapidi schizzi. Disegni?, dissi incuriosito. Meglio di chiunque altro, rispose. E dipingo anche. Meglio di chiunque altro. Meglio di Cézanne, meglio di Van Gogh. E mi spiegò che già da vari anni si era scoperto quella vocazione di pittore, e che come pittore sarebbe stato anche più grande che come scrittore. Solo che ormai non aveva più molto tempo davanti a sé. Ma sei ancora giovane, dissi. Mi guardò tutto serio senza ribattere. Poi, all’ improvviso: Dove posso trovare una puttana per finire la serata? Nella strada dietro il tuo albergo, dissi, ma è meglio che lasci perdere. Potresti fare un brutto incontro, e per di più mi sembri stanco. Scosse il capo e non rispose. Scrivimi il tuo indirizzo, dissi ancora, voglio venirti a trovare quando capito in America. Sfogliò il suo taccuino in cerca di un foglietto bianco. Non sul tuo, sul mio, dissi porgendoglielo. E lui scrisse in grandi caratteri chiari, mezzo in stampatello: Jack Kerouac, 20 Bristol Avenue, Hyannis, Massachusetts. Lo conservo ancora, anche se da molti anni non serve più a nulla. E quando mi accade di rivederlo, mi dà una sensazione di tristezza, come fosse un’ epigrafe.

di ELIO CHINOL