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10850819_10200225905728434_1009686144_nNon è così immediato, devo ammetterlo, entrare nel caos colorato e urlante di Denti bianchi, romanzo d’esordio di Zadie Smith. Anzi sì, si è subito catturati dall’incipit superbo in cui Smith racconta del tentato, e tragicomico, suicidio di Archie Smith: la solitudine di un uomo che si scontra con il paradosso del mondo che continua, imperterrito. E’ Mo Hussein-Ishmael, proprietario della macelleria halal davanti a cui Archie decide di farla finita, che lo salva perché preoccupato dal fatto che la sua macchina sia parcheggiata proprio nell’area in cui, a breve, dovrà sostare il camion che gli porterà la carne. Quindi Mo, infastidito, scende di corsa e toglie, senza troppi complimenti, gli asciugamani dal finiestrino dal lato del guidatore, lo abbassa e dice:

Mi ha sentito, signore mio? Non abbiamo la licenza per i suicidi, da queste parti. Questo posto è halal. Kosher, capisce? Amico, se ha veramente intenzione di morire qui, temo che prima dovrà essere svuotato di tutto il sangue.

Niete fronzoli, il linguaggio di Smith è diretto, vivo, e il quadro che disegna prende nw_-c-dominique-nabokob_author-photo1subito a muoversi raccontando una città e i suoi abitanti, un quartiere, piuttosto, e le vite che pullulano al suo interno. Il romanzo prende subito alla gola ma poi l’azione si ferma e Smith ci introduce nei meandri dei suoi personaggi, ce li fa conoscere, ci descrive la loro storia e riempie di informazioni, a volte interessantissime, a volte pesanti, le pagine del suo libro. Esattamente come succede nella vita reale in cui gli eventi si fermano, fanno un giro su se stessi e, solo dopo parecchio tempo, riprendono ad andare in una direzione precisa. E sono tanti i personaggi, tanti da far girare la testa. Al centro di tutto, Samad e Archie, e la loro amicizia iniziata durante la Seconda Guerra Mondiale e proseguita a Londra, una Londra lontana dalle immagini delle cartoline turistiche, una città che è fatta di integrazione, di multiculturalità acquisita ma non acquietata.

Discutevano su idee che Archie non capiva a pieno, e nelle fresche serata Samad rivelò segreti che non erano mai stati raccontati ad alta voce. Fra loro passavano lunghi silenzi confortevoli, simili a quelli delle donne che si conoscono da anni. Guardavano le stelle che illuminavano un paese sconosciuto, ma nessuno dei due si aggrappava in particolar modo al ricordo di casa. In breve, era esattamente il tipo di amicizia che un inglese stringe durante una vacanza. Un’amicizia che supera le classi e il colore della pelle, un’amicizia che ha come base la vicinanza fisica e sopravvive perché l’inglese presume che quella vicinanza fisica non durerà.

Eppure la loro amicizia dura e coinvolge anche le famiglie che si sono, nel frattempo, formati: quella di Archie, inglese-giamaicana, quella di Samad, bengalese-musulmana e quella (che conosceremo più avanti) dei Chalfen, ebrea, proveniente da Germania e Polonia. Il romanzo parla delle loro vite, di quelle dei loro figli, dello scontro generazionale, della scuola, del lavoro, dell’integrazione difficile, della religione che può anche diventare fanatismo. E della diversità di valori, dell’incapacità di rinunciare alla proprie tradizioni e nel contempo sentirsi diversi. Compiacersene e odiarlo contemporaneamente.

Se la religione è l’oppio dei popoli, la tradizione è un analgesico ancora più sinistro, semplicemente perché di rado appare sinistro. Se la religione è un laccio fasciato stretto, una vena pulsante e un ago, la tradizione è una misura assai più casalinga: semi di papavero macinati nel tè; una dolce bevanda al cioccolato spruzzata di cocaina

E’ un mondo in cui non ci sono rassicuranti certezze, in cui ogni uomo è tutt’altro che zadie-smith1perfetto e realizzato. Al contrario, è alla continua ricerca di un equilibrio, della parte mancante. Ma è da qui che Smith trova il bandolo per raccontare la verità, la più spudorata e sincera che possa delineare perché ogni uomo è diverso, perfettamente dotato eppure incompleto. Come dice Samad:

Ti prego. Fammi un grande favore, Jones. Se senti qualcuno, quando torni a casa – se tu, se io, torneremo alle nostre rispettive case – se senti qualcuno parlare dell’ Oriente non emettere giudizi affrettati. Se ti dicono “sono questo e quello” o “fanno questo” o “queste sono le loro opinioni”, non emettere giudizi affrettati finché non hai in mano tutti i fatti. Perché il paese che chiamano “India” ha mille nomi diversi ed è abitato da milioni di persone, e se pensi di aver trovato due uomini uguali in mezzo a quella moltitudine, allora ti sbagli. E’ stato semplicemente un trucco del chiaro di luna.

zadie_784x0Ha 23 anni, Zadie Smith, quando scrive Denti bianchi. Un grande successo. A ragione. Preveduto e sostenuto da un editore che le fa firmare un contratto editoriale già prima di finire il primo capitolo.

 

 

 

 

Che cosa pensa Smith della letteratura, che cosa può fare? Uno stralcio da un’intervista rilasciata a Minima&Moralia:

La letteratura non può pianificare cambiamenti, ma nella mia esperienza di lettore, la letteratura allarga il raggio di attenzione e questo a volte può farci reagire in modo più etico nei confronti di ciò che accade nel mondo. In questo momento ad esempio sto leggendo l’incredibile Natalia Ginzburg e non penso sia esagerato dire che le sue “piccole virtù” abbiano cambiato il mio concetto di che cosa sia una virtù. Ma non c’è garanzia. Anche i nazisti leggevano “Anna Karenina” e ascoltavano Bach. Mai sopravvalutare l’effetto civilizzante delle arti liberali…

Qui sotto, nel video, un brano riguardante uno dei tanti personaggi che riempiono il romanzo, Mary La Pazza:

Interessanti da leggere, oltre ai romanzi:

perché scriverezadiesmith_mini