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Essere donna e comunicarsi non è così semplice. Non lo è stato per secoli. Non lo è neanche adesso nonostante gli anni di lotte e di resilienza abbiano aperto nuovi spiragli. Ma non è ancora scontato perché le parole delle donne vanno in profondità, vogliono uscire e raccontare, dicono verità scomode, disegnano scenari diversi dai conosciuti.
Le donne hanno bisogni che urgono, come dice Sibilla Aleramo in Una donna:

Sibilla Aleramo

Sibilla Aleramo

…Mi portò a casa un grosso fascicolo di carta bianca, che guardai sentendo il rossore salirmi alla fronte. Fino a quel punto poteva giungere l’incoscienza? Ma qualche giorno dopo, mentre il bambino era dalle mie sorelle nel tiepido pomeriggio autunnale, io mi trovai colla penna sospesa in cima alla prima pagina del quaderno. Oh dire, dire a qualcuno il mio dolore, la mia miseria; dirlo a me stessa, anzi, solo a me stessa, in una forma nuova, decisa, che mi rivelasse qualche angolo ancora oscuro del mio destino!
E scrissi, per un’ora, per due, non so. Le parole fluivano, gravi, quasi solenni: si delineava il mio momento psicologico; chiedevo al dolore se poteva divenire fecondo; affermavo di ascoltare strani fermenti del mio intelletto come un presagio di una lontana fioritura…

La sua donna doveva parlare, non riusciva più a tacere, e quel foglio le dava l’occasione concreta per riversarsi libera sulla pagina. La scrittura è l’urgenza di dirsi, l’urgenza di trovare un “tu”, fosse anche soltanto fittizio, con cui inizire un dialogo. Per raccontare quei fili sottili che sostengono l’ordito dell’essere femminile fatto di emozioni e sensazioni variegate, complesse, sfaccettate. Sempre nuove e risonanti.
Ecco cosa può scrivere una donna:

Moments_of_Being,_by_Virginia_WoolfSe la vita ha una base su cui poggia, se è una tazza in cui si mettono cose, e di nuovo cose, e si colma – allora la mia tazza senza dubbio poggia su questo ricordo. È il ricordo di giacere mezzo addormentata, mezzo sveglia, nel mio letto nella stanza dei bambini a St. Ives. Di udire le onde frangersi, uno, due, uno, due, mandando spruzzi d’acqua sulla spiaggia; il frangersi delle onde, uno, due, uno, due, dietro la tenda gialla. È di udire la tenda strascicare la sua piccola nappa sul pavimento quando il vento la sospinge in fuori. È di stare sdraiata e udire gli spruzzi e vedere questa luce, e pensare, è quasi impossibile che io sia qui, è di provare l’estasi più pura che io sappia immaginare.

E’ Virginia Woolf che parla («Immagini del passato», in Momenti di essere).
Una donna, una scrittrice è ciò che ha vissuto ma è anche i libri che ha letto.

Perché una volta che il male di leggere si è impadronito dell’organismo, lo indebolisce tanto da farne facile preda dell’altro flagello, che si annida nel calamaio e che suppura nella penna.

È lucida, Woolf, penetrante e consapevole che “una donna deve avere soldi cibo adeguato e una stanza tutta per sé se vuole scrivere romanzi”. Certo, perché Virginia anelava alla libertà, la libertà di poter uscire e andare a studiare nei grandi College di Oxford e Cambridge; invece l’educazione vittoriana, attenta all’etichetta, prescriveva che la donna rimanesse in casa. La sua liberazione fu un grido di vittoria e di dolore per il lungo cammino percorso.

Due giorni fa ricorreva l’anniversario della nascita di Emily Dickinson, grande poetessa statunitense. Anche Dickinson parla della lettura:

Se leggo un libro che mi gela tutta, così che nessun fuoco possa scaldarmi, so che è poesia. Se mi sento fisicamente come se mi scoperchiassero la testa, so che quella è poesia. È l’unico modo che ho di conoscerla. Ce ne sono altri?

Emily_Dickinson_eng_sqLeggere e scrivere sono due ottimi strumenti per rivendicare il diritto alla femminilità, all’espressione della sua straordinaria eleganza, del suo essere arcaica e strega e maliarda e sensuale e stravagante e simpatica in un modo che solo lei sa fare. La donna deve usare questi strumenti perché le appartengono di diritto. E i diritti si esercitano. Per estendere il contagio. E cantare la bellezza. Come Antonia Pozzi:

i-piu-bei-nudi-artistici-femminiliGuardami: sono nuda. dall’inquieto
languore della mia capigliatura
alla tensione snella del mio piede,
io sono tutta una magrezza acerba
inguainata in un color avorio.

guarda: pallida è la carne mia.
si direbbe che il sangue non vi scorra.
rosso non ne traspare. solo un languido
palpito azzurrino sfuma in mezzo al petto.
vedi come incavato ho il ventre. incerta
è la curva dei fianchi, ma i ginocchi
e le caviglie e tutte le giunture,
ho scarne e salde come un purosangue.

oggi, m’inarco nuda, nel nitore
del bagno bianco e m’inarcherò nuda
domani sopra un letto, se qualcuno
mi prenderà. e un giorno nuda, sola,
stesa supina sotto troppa terra,
starò, quando la morte avrà chiamato.


UN CONSIGLIO

Un ottimo sito in cui andare a sbirciare per approfondire l’argomento e prendere contatto con la letteratura al femminile:
http://www.societadelleletterate.it/

Perché, come dico sempre, tutto questo crea nuovi modi di essere cittadini e cittadine consapevoli.
Non solo parole!