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Già prima di entrarci senti che quest’esperienza ti cambierà la vita, senti qualcosa che si contorce, giù nelle tue viscere, e hai paura. Sei curioso di vedere con i tuoi occhi quello che succede là dentro, quello che c’è, ma ne sei anche segretamente terrorizzato. Poi varchi quella porta e sai di far parte di un’altra verità. Sai di condividerla. Sai che è una possibilità del tuo essere. Eh sì, perché quello che hai lì davanti è un uomo o una donna come te. E’ per questo che te ne ritrai con orrore. Perché lo sai. Dice Mario Tobino in Le libere donne di Magliano:

La pazzia è veramente una malattia? Non è soltanto una delle tante misteriose e divine manifestazioni dell’uomo, un’altra realtà dove le emozioni sono più sincere e non meno vive? I pazzi hanno le loro leggi come ogni altro essere umano e se qualcuno non li capisce non deve sentirsi superiore…..

Io sono entrata nel reparto di psichiatria di un ospedale. Le porte sono chiuse e le finistre hanno le sbarre di sicurezza. Non esistono più i manicomi, io non li ho visti. La legge li proibisce. C’è stato Basaglia nel frattempo. Non oso immaginarne l’orrore, ne sento l’abominio. Ma anche nei reparti psichiatrici si respira l’aria del confino. Si sente odore di corpi e di medicinali. Chimica e natura che si uniscono. Una mistura che dà le palpitazioni. C’è chi urla, lì dentro, chi inveisce, chi si incanta, chi non è padrone neanche di stare sveglio, chi da “spettacolo di sé”, si direbbe. Quale spettacolo? Non è uno spettacolo ma in parte lo è, è il teatro delle nostre possibilità. Anche le più oscure. Chi è che è in grado di guardare in quella paura, di non abbassare gli occhi sull’inquietante, sul sotterraneo che per secoli è stato nascosto, confinato, seppellito vivo o rimosso? Non molti lo sanno fare. Non molti riescono ad affrontare il dolore del diverso. Sì, perché il diverso è prima di tutto un dolore quasi sporco. Lo sporco di quei corpi che non si contengono, l’odore di cui hanno bisogno per orientarsi, per non perdersi nella giugla delle loro sensazione ingigantite, del loro sentire abnorme. C’è un buio in chi soffre di disturbi della mente, quella mente che non tace, ma c’è anche e soprattutto una grande luce di umanità, sottilissima e straordinariamente sensibile, che li rende veramente differenti da noi, tutti presi come siamo da mille affari che non hanno nulla a che vedere con la nostra anima. E invece loro, gli “emarginati”, se ne curano eccome dell’anima, sono in contatto con un mondo interiore che ha del trascendente, che regala attimi di genio, di poesia, d’arte, al di là dei limiti del pensiero logico.

ALDA MERINI
Alda Merini, ad esempio, è stata una poetessa che ha vissuto l’esperienza dell’internamento ma che non ne è uscita schiacciata, abbrutita perché ha trovato nella scrittura la sua possibilità di riscatto. Anzi, la sua possibilità reale di espressione. Perché la scrittura non riscatta da niente, è un fatto che succede, un’energia che esplode e trascina. E spesso parla di un amore incontaminato per il mondo, un amore che ha il compito di travalicare i confini ma che è ostacolato dal suo essere umano, troppo umano per non sentirne anche il dolore. Ecco cosa scrive Merini al suo medico in manicomio:

Vede che in questo momento il mio equilibrio è sano, però prima che io possa accedere ad una certa chiarezza occorre che lasci libero sfogo alle lacrime che comprendono tanti e tanti dispiaceri. Ad esempio proprio ieri ho visto un uccellino che giocava nella sabbia, era così tenero, così patetico, che vi ho visto raffigurata la mia creatura. Le parrà assurdo ma lei non può sapere da uomo cosa significa sentirsi palpitare dentro un altro cuore, sentirselo proprio per dei mesi, donarsi ed essere continuamente gratificata da questo amore nuovo che sorge. Come vorrei farglielo intendere e come vorrei pure che ella capisse che tutta la mia confusione altro non è che un grande contenuto dolore, tanto grande, quanto grande può essere la misura di un sacrificio umano.

Non è facile guardare in quel garbuglio perché ci assomiglia tanto. Ma si può aprire un dialogo. E’ quello che fa, per esempio, Samad il personaggio del romanzo Denti bianchi della talentuosa Zadie Smith di cui vi leggo uno stralco nel video qui sotto:

FRIEDRICH HÖLDERLIN
Sono tanti gli artisti che si sono confrontati con la propria follia, con il proprio essere fuori dagli schemi imposti e riconosciuti da tutti. Si sono avvicinati a un sentire troppo grande per non restarne abbacinati, tramortiti ma anche follemente innamorati. Di noi, dell’uomo, di ciò che siamo nel profondo, di quel sublime buco nero. Hölderlin scrive nel suo Iperione: Friedrich_hoelderlin

Oh! un Dio è l’uomo allorché sogna, un mendicante quando riflette.

Hölderlin, come poeta, fu sempre lucido, anche quand’era ritenuto matto. Ma il suo caso somiglia di più a quello di Arthur Rimbaud, visto che la follia nasceva in lui come consapevolezza di aver raggiunto un confine poetico oltre il quale era possibile solo il silenzio. A tal proposito, una lettura interessante, un articolo di Ermanno Cavazzoni, a questo link:

http://www.nazioneindiana.com/2010/03/30/che-cosa-la-letteratura-ha-imparato-dai-matti/

I VOLTI DELL’ALIENAZIONE, DISEGNI DI ROBERTO SAMBONET
In questi giorni, a Milano, è possibile visitare una mostra ‘I volti dell’alienazione, disegni di Roberto Sambonet’ che raccoglie 70 studi e 40 disegni del pittore e designer Roberto Sambonet scomparso a Milano nel 1995. La galleria racconta e indaga, attraverso i ritratti che Sambonet ha realizzato nel 1952 nel manicomio di Juqueri (Brasile), il complesso fenomeno del disagio mentale. L’artista accosta ai ritratti dei malati di mente testi di autori che nelle loro opere hanno più volte affrontato e raccontato il tema della pazzia, come Allen Ginsberg, Friedrich Hölderlin e William Shakespeare. L’esposizione, alla Fabbrica del vapore in via Procaccini 4 a Milano e promossa da La società della ragione, in collaborazione con l’Archivio Roberto Sambonet, vuole contribuire alla campagna per la chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari, prevista per il 31 marzo 2015, dove sono ancora internate 906 persone.

LA VOGLIA DI DIRE
Sono tanti i libri che parlano dei disturbi mentali, i romanzi, magari tratti da storie vere ma niente può essere denso quanto la voce di chi ci è passato. Un esempio è quello della graphic novel Marbles di Ellen Forney, citata in questo articolo:

http://www.stateofmind.it/2014/10/marbles-ellen-fourney-recensione/

E’ interessante vedere quanto la voglia di comunicare apra nuove vie da battere, indichi percorsi affascinanti nella concreta speranza di un dialogo possibile perché come dice ancora Merini:

Il poeta soffre molto di più, però ha una dignità tale che non si difende neanche alle volte… è bello accettare anche il male: una delle prerogative del poeta, che è anche stata la mia, è non discutere mai da che parte venisse il male. Io l’ho accettato ed è diventato un vestito incandescente, è diventato poesia.

Arricchente e utile per comprendere è anche vedere e ascoltare la voce dei poeti. Ancora Merini:

Perché io non so come reagirei se dovessi aver bisogno di contenzione, non so se riuscirei a rimanere lucida se qualcuno mi bloccasse mani e piedi, se mi legasse a un letto e io non disponessi più della mia libertà, della mia capacità di scegliere. E’ per questo che è sempre bene riflettere su quello che succede agli altri. Per poter testimoniare e aiutare, per capire e intervenire. e, in fin dei conti, per poter contribuire a un progetto di integrazione che non sia tale solo di nome.
Quindi, ancora una volta: NON SOLO PAROLE!

Per chi fosse interessato lascio il link che rimanda a un mio racconto sul tema cliccando QUI e, di seguito, il racconto di Merini sul suo ingresso in manicomio.

«Quando venni ricoverata per la prima volta in manicomio, ero poco più di una bambina, avevo sì due figlie e qualche esperienza alle spalle, ma il mio animo era rimasto semplice, pulito, in attesa che qualche cosa di bello si configurasse al mio orizzonte; del resto, ero poeta e trascorrevo il mio tempo tra le cure delle mie figlie e il dare ripetizione a qualche alunno, e molti ne avevo che venivano e rallegravano la mia casa con la loro presenza e le loro grida gioiose.
Insomma, ero una sposa e una madre felice, anche se talvolta davo segni di stanchezza e mi si intorpidiva la mente. Provai a parlare di queste cose a mio marito, ma lui non fece cenno di comprenderle e così il mio esaurimento si aggravò e, morendo mia madre, alla quale io tenevo sommamente, le cose andarono di male in peggio, tanto che un giorno, esasperata dall’immenso lavoro e dalla continua povertà e poi, chissà, in preda ai fumi del male, diedi in escandescenze e mio marito non trovò di meglio che chiamare un’ambulanza, non prevedendo certo che mi avrebbero portata in manicomio.
Fu lì che credetti di impazzire
Ma allora le leggi erano precise e stava di fatto che ancora nel 1965 la donna era soggetta all’uomo e che l’uomo poteva prendere delle decisioni per ciò che riguardava il suo avvenire.
Fui quindi internata a mia insaputa, e io nemmeno sapevo dell’esistenza degli ospedali psichiatrici perché non li avevo mai veduti, ma quando mi ci trovai nel mezzo credo che impazzii sul momento stesso: mi resi conto di essere entrata in un labirinto dal quale avrei fatto molta fatica a uscire.
Mi ribellai. E fu molto peggio
La sera vennero abbassate le sbarre di protezione e si produsse un caos infernale. Dai miei visceri partì un urlo lancinante, una invocazione spasmodica diretta ai miei figli e mi misi a urlare e a calciare con tutta la forza che avevo dentro, con il risultato che fui legata e martellata di iniezioni calmanti.
Non era forse la mia una ribellione umana? Non chiedevo io di entrare nel mondo che mi apparteneva? Perché quella ribellione fu scambiata per un atto di insubordinazione? Un po’ per l’effetto delle medicine e un po’ per il grave shock che avevo subito, rimasi in istato di coma per tre giorni e avvertivo solo qualche voce, ma la paura era scomparsa e mi sentivo rassegnata alla morte.
Quella scarica senza anestesia
Dopo qualche giorno, mio marito venne a prendermi, ma io non volli seguirlo. Avevo imparato a risconoscere in lui un nemico e poi ero così debole e confusa che a casa non avrei potuto far nulla.
E quella dissero che era stata una mia seconda scelta, scelta che pagai con dieci anni di coercitiva punizione. Il manicomio era sempre saturo di fortissimi odori. Molta gente addirittura orinava e defecava per terra. Dappertutto era il finimondo. Gente che si strappava i capelli, gente che si lacerava le vesti o che cantava sconce canzoni.
Noi sole, io e la Z., sedevamo su di una pancaccia bassa, con le mani raccolte in grembo, gli occhi fissi e rassegnati e in cuore una folle paura di diventare come quelle là.
In quel manicomio esistevano gli orrori degli elettroshock. Ogni tanto ci assiepavano dentro una stanza e ci facevano quelle orribili fatture. Io le chiamavo fatture perché non servivano che ad abbrutire il nostro spirito e le nostre menti. La stanzetta degli elettroshock era una stanzetta quanto mai angusta e terribile; e più terribile ancora era l’anticamera, dove ci preparavano per il triste evento.
Ci facevano una premorfina, e poi ci davano del curaro, perché gli arti non prendessero ad agitarsi in modo sproporzionato durante la scarica elettrica. L’attesa era angosciosa. Molte piangevano. Qualcuna orinava per terra.
Una volta arrivai a prendere la caposala per la gola, a nome di tutte le mie compagne. Il risultato fu che fui sottoposta all’elettroshock per prima, e senza anestesia preliminare, di modo che sentii ogni cosa. E ancora ne conservo l’atroce ricordo».