iL CARCERE

Non solo parole!
Fatti.
Questo è il potere della letteratura.
Quando un uomo è prigioniero- prima di tutto di se stesso e del proprio passato, degli sbagli, delle atrocità, della mancanza di rispetto per sé e per gli altri- può avere, nonostante tutto, un’altra chance: l’opportunità di trasformare il male- che cos’è poi il male? ragioniamoci- in coraggio introspettivo, in consapevolezza e crescita. Ecco cosa può fare un uomo che ha sbagliato e che sta scontando: far decantare la propria esperienza filtrandola attraverso il libro, le idee e i sentimenti altrui, diversi da sé. Per aprirsi agli altri e al ripensamento delle scelte compiute. Per guardarle con occhi diversi.
Qual è l’utilità del carcere, la sua funzione? Ci si interroga molto su questo, soprattutto dopo la condanna nei confronti dell’Italia e del suo sistema penitenziario da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo. Si può scegliere la punizione, si può scegliere di non considerare l’uomo e la cornice in cui si trova ad agire, oppure si può scegliere la strada più lunga e più difficile: far intravedere al carcerato un contesto diverso, una diversa modalità d’azione permettendogli di formarsi degli strumenti personali, una bussola che lo aiuti a direzionarsi da una parte piuttosta che dall’altra, dandogli così la possibilità di riprogrammare il suo approccio alla vita e all’esperienza. La letteratura entra in carcere e spalanca le porte della mente. Diventa lettura, filosofia, cultura viva e trasformativa.

LA SETTIMANA NAZIONALE DELLA LETTERATURA IN CARCERE

leggerecarcereSono tante le iniziative che vengono svolte in prigione (dalla diffusione dei progetti bibliotecari, alle presentazioni di libri, dai corsi di formazione per bibliotecari ai seminari sulla letteratura, la filosofia e la scrittura) ma oggi ne raccontiamo una, la Settimana Nazionale della Letteratura in Carcere, nata da un’idea di Marco Ferrari, scrittore e giornalista spezzino che l’ha portata in sessantacinque realtà carcerarie italiane. “Abbiamo cominciato con gli scrittori, considerando anche quanto tra i detenuti sia diffusa la necessità di usare la parola, nel leggere nello scrivere, come una difesa di sé. E un incontro con gli scrittori può essere anche importante per il processo di rieducazione dei detenuti. Sia chiaro: è un’iniziativa a costo zero, tutti gli scrittori si pagano il viaggio, il treno, la benzina, l’autobus, la metropolitana. Così come è totalmente gratuita per lo stato la progettualità e l’organizzazione della settimana”. Il progetto è sostenuto dal Ministero della Giustizia, consapevole che “in carcere, il leggere e lo scrivere sono una necessità “pratica”, perché molto di quello che nella società esterna passa attraverso la comunicazione orale, “dentro” è affidato a quella scritta, dalle domande per incontrare gli operatori alle comunicazioni con parenti e amici. Ma in carcere è assai diffusa anche una scrittura spontanea che tocca tutti i più nobili generi letterari: scrivere nasce dal bisogno di comunicare sé stessi e con se stessi. In carcere, così come fuori di esso, scrivere è compiere autoconoscenza”.
Tra gli altri, hanno aderito al progetto Valerio Massimo Manfredi e Gianrico Carofiglio, Marcello Fois e Aldo Cazzullo, Marta Morazzoni e Francesco Piccolo, Romana Petri e Marco Vichi. 65 autori italiani per 65 carceri di cui, dal 12 al 17 maggio scorso, si sono aperte le porte per un incontro con i detenuti e le detenute.
Per il Guardasigilli si deve “riportare la società nel carcere”. E’ importante farlo per capire che quello che vediamo dentro può essere un modo che ci viene offerto per osservare lo spaccato della nostra società perché chi sta dentro non è diverso da chi sta fuori, anzi, ci mostra l’ombra che sempre accompagna il corpo, difficile da scorgere perché molto spesso sta alle spalle ma necessaria per conoscere l’uomo nella sua interezza ed è quindi un’operazione sana quella di non demonizzare il limite ma sondarlo, dialogandovi e ricavandone valore, profondità, consapevolezza. Perché che cos’è il limite? Quanti ve ne sono? Il limite è un indicatore che si serve di parametri e come tale ci mostra un “al di qua” e un “al di là” che aiutano lo sguardo a orientarsi. Il limite serve a definire ma serve anche a mettere in discussione, ad aprire il ragionamento e a rinnovarlo. E’ per questo che l’esperienza del carcere può essere utile sia a chi la vive che a chi la evita. Perché mette in comunicazione. Il limite è anche una membrana che respira e permette il passaggio di informazioni. E’ compito di tutti far in modo che l’esperienza sia vissuta fino in fondo e che sia produttiva, che crei persone in grado di rigenerarsi, capaci e pronte al reinserimento nella società civile.
Il racconto corale dell’esperienza fatta sarà poi pubblicato sul sito del Ministero della Giustizia.


GOLIARDA SAPIENZA

E’ stata un’artista e un’intellettuale a lungo ignorata in Italia. Figura controversa e di difficile collocazione, di formazione anarchica, ha subito l’esperienza del carcere che ha poi raccontato nel suo libro, L’università di Rebibbia, una galleria di volti umani, di donne, che non sono solo immagini di delinquenza ma sono tanti riflessi di noi, delle nostre paure, delle nostre insicurezze, del nostro bisogno di appartenere a una comunità che ci dia la sicurezza di non essere soli e di poter toccare la mano che stringe la nostra. Una stretta forte che non si dimentica. Ecco che cosa può fare il carcere, aiutare a esplicitare quel bisogno di socialità, di mettersi insieme e raccontarsi senza pudore, per quel che si è; un anelito di tutti noi, di noi che ce ne dimentichiamo perché siamo fuori e spesso non vogliamo ricordare che la prigione è dentro, è quella che ci impedisce di guardarci in faccia e riconoscerci. In maniera vera. Genuina. Roberta, una delle detenute del romanzo di Sapienza, spiega:

Vedi, qui la giornata è così piena di avvenimenti che alla fine diviene come una droga… Si torna a vivere in una piccola collettività dove le tue azioni sono seguite, approvate se sei nel giusto, insomma riconosciute. Tutte capiscono perfettamente chi sei- e tu lo senti- in poche parole non sei sola come fuori… […] Anch’io, adesso fremo tanto d’uscire perché è un anno che sono dentro, ma dopo due o tre mesi di libertà nell’anonimato- libertà che ha il solo vantaggio d’essere lasciati a morire soli- so che mi riprenderà il desiderio di qui. Non c’è vita senza collettività, è cosa risaputa: qui ne hai la controprova, non c’è vita senza lo specchio degli altri…

Goliarda Sapienza ha il coraggio di andare controcorrente, di dire cose scomode, fastidiose per chi non ha voglia di vedere e di immischiarsi con certe verità, un coraggio da ammirare, da non travisare. Eccola in un’intervista con Enzo Biagi:

Spesso il detenuto si costruisce piccole certezze all’interno delle mura del carcere. Sicurezze che gli danno la forza di sopravvivere anche nelle condizioni più dure. Ecco uno dei limiti di cui si parlava prima, il limite fisico che a volte è costrittivo e altre volte serve a proteggere. La valenza multipla delle esperienze. Come nel caso di Franz Biberkopf, protagonista del romanzo Berlin Alexanderplatz di Alfred Döblin che esce di prigione:

Fermo davanti alla porta della prigione di Tegel, era libero. Ancora ieri insieme agli altri aveva raccolto patate nei campi dietro al penitenziario, vestito da forzato, ora se ne andava attorno con un soprabito giallo, leggero, gli altri stavano ancora dietro a raccogliere le patate, lui era libero. Lasciava i tram passargli dinanzi uno dopo l’altro e lui teneva poggiata la schiena alla parete rossa e non  si moveva. Il custode gli passo dinanzi un paio di volte e gli mostrò il suo tram; ma lui non si moveva. Il momento terribile era venuto (terribile, Franz, perché terribile?). I quattro anni erano passati. I ferrei battenti neri della porta, che da un anno egli aveva osservato con crescente avversione (avversione, perché avversione?) s’erano chiusi dietro a lui. L’avevano messo fuori. Dentro sedevano ancora gli altri a fare lavori da falegname, a laccare, a cardare, a incollare, e avevano ancora due anni, cinque anni. Lui stava alla fermata del tram.
Comincia il castigo.

Cosa diventa un uomo imprigionato? La tendenza ora è di sentirlo dalle parole degli stessi protagonisti che si raccontano, si spiegano, si chiariscono, dicono cosa li ha condotti fin lì. A loro è dedicato il Premio Goliarda Sapienza. Per info:
http://www.raccontidalcarcere.it/

GIUSEPPE GRASSONELLI

31562196_malerba-la-vera-storia-di-luigi-grassonelli-0Ha fatto parte della “Stidda”, realtà criminale siciliana che si opponeva alla mafia. Ne ha fatto parte dopo che è riuscito a scampare alla strage mafiosa che ha sterminato parte della sua famiglia. Ci è entrato per difesa e per vendetta. E’ stato catturato e ora sta scontando la pena dell’ergastolo ostativo. Fine pena: mai. Ha scritto Malerba a quattro mani con Carmelo Sardo, vicecaporedattore cronache del Tg5, libro che ha vinto il premio Sciascia Recalmare sollevando non poche polemiche. Dopo vari anni di carcere pesante gli è stata data l’occasione di incontrare il prof. Giuseppe Ferraro, docente di filosofia all’università Federico II di Napoli, per delle lezioni tenute ai carcerati interessati a frequentarle. E’ da allora che Grassonelli ha finalmente visto la luce in fondo al tunnel farsi più chiara. “Il mio incontro con lui”, dice Grassonelli, “trasformò per sempre il mio modo di ragionare”. Il prof. Ferraro è convinto che: “La pena deve poter essere un diritto, quello per ogni detenuto di conoscere quello che ha saputo essere, ritrovando quel che non è stato e che era, dentro”. Il fatto di poter raccontare la sua storia ha dato l’input a Grassonelli di riguardarla con occhi diversi e scoprirvi rapporti di forza e situazioni differenti da come li aveva vissuti all’epoca. Ma non rinnega niente. Spiega. E dice come l’incontro con la filosofia e la lettura gli abbiano dato la forza di studiare profondamente i valori vitali con cui confrontarsi. Uno di questi è il legame, il legame prima di tutto con la legalità, che deve essere un percorso conosciuto e scelto da ogni individuo in maniera libera e consapevole. Fino in fondo.

Però, alla fine, ho capito quanto fossero importanti i legami per mantenere la legalità in ogni società. E vorrei che lo capissi anche tu, lettore. Sono questi, infatti, che mi hanno aiutato a slegarmi da quegli schemi mentali e da quelle convenzioni sociali che mi impedivano di osservare e analizzare con sguardo critico la realtà.
Infatti, le mie future istanze di giustizia saranno sempre e solo rivolte all’interno del sistema. Se un domani conoscessi lo stesso odio, la stessa paura non esiterei nemmeno un istante a rivolgermi alle autorità. Oggi credo nello Stato, nelle sue leggi- posso anche non condividerle, ma le rispetterò sempre- e nella società civile.
Voglio che i miei figli crescano e vivano in una società senza mafie.

A questo indirizzo la mia recensione di Malerba:

https://rossellapretto.com/2014/09/27/malerba-vince-il-premio-sciascia-racalmare/

Letteratura in carcere. Un altro modo per guardarci dentro. Un altro modo per essere volontari della conoscenza.