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Uomo del mio tempo- Salvatore Quasimodo

Sei ancora quello della pietra e della fionda,
uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
t’ho visto- dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
come sempre, come uccisero i padri, come uccisero,
gli animali che ti videro per la prima volta.
E questo sangue odora come nel giorno
quando il fratello disse all’altro fratello:
“Andiamo ai campi”. E quell’eco fredda, tenace,
è giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
salite dalla terra, dimenticate i padri:
le loro tombe affondano nella cenere,
gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.

Salvatore Quasimodo

Salvatore Quasimodo

Ieri sera guardavo il telegiornale,

sì, è un evento eccezionale perché lo faccio di rado,

e mi sono ritrovata spiazzata, privata, in un secondo, della fiducia nella possibilità della coesistenza umana pacifica. E’ possibile che l’uomo non spelli vivo il suo simile che gli ha fatto solo un piccolo torto? Sbaglia chi commette l’orrore. Sbaglia chi permette la disattenzione di un gesto inopportuno. Ma si fa in fretta a farsi sommergere da vagonate di dubbi, dal treno dello scetticismo che ti passa sopra e, in un secondo, hai le ossa rotte e non vedi più futuro, non hanno più prospettiva i tuoi slanci.

Io mi domando allora se abbia un senso lottare,

continuare a proporre un modello diverso. Ma non è tanto il senso. Quante cose non ce l’avevano, a prima vista, e poi si sono ritrovate finalmente a vivere il loro tempo, il tempo del riconoscimento, il tempo dell’essere una necessità superiore, fondamento, che le ha fatte apparire giuste, basilari, valori di riferimento indiscussi? No, non è questo che mi sono chiesta, allora. E’ stato il dubbio, puro e semplice, a minare il farsi del mio pensiero. “Non ce la faremo…” L’inanità dello sforzo quando non credi ci sia domani, quando non vedi dialogo, scambio, con i poteri forti che tolgono deliberatemente motivazione e capacità d’influenza ai tuoi atti. E’ tutto già deciso, preordinato? Fa tutto parte di un gioco al massacro a cui vogliono portarci? Sarà possibile scontrarsi con loro a viso aperto? No, a viso aperto non credo. No.

Allora, bisogna agire diversamente. Consapevolmente.

Sapendo che la strada tracciata non è più percorribile. Bisogna segnarne un’altra. Ed è difficile. E a volte ti scoraggi. L’enciclopedia Treccani a proposito del dubbio dice: Stato soggettivo d’incertezza, da cui risulta un’incapacità di scelte, essendo gli elementi oggettivi considerati insufficienti a determinarle in un senso piuttosto che in quello opposto. Quindi, nel dubbio, io non scelgo, non agisco. Rimango passivo. E non cambio nulla. Nella vita di tutti i giorni, però, ho bisogno di appoggi, di qualcosa di sicuro, che non mi crolli sotto gli occhi. Certo. Ma tutto è impermanente, tutto cambia a ogni battito di ciglia. E come concilio la necessità del dubbio derivante dall’impermanenza delle cose con il bisogno di avere punti di riferimenti da cui partire per le mie incursioni? Dice sempre la Treccani: Il d. trova la sua più ampia applicazione presso gli scettici che lo intendono come «esitazione a affermare o negare», come quel momento cioè, nel corso dell’indagine, che, in radicale opposizione al dogmatismo, conduce poi, mediante il riconoscimento dell’«indifferenza» delle opposte ragioni, alla sospensione del giudizio. Dunque quando sospendo il giudizio, mi chiedo: vedo? Probabilmente sì. E: che cosa vedo? L’impermanenza. Di nuovo l’impermanenza. Ma senza connotazioni di valore. Ne vedo l’intreccio. Trama e ordito delle cose. E qui divento consapevole.

Ma anche nella consapevolezza cado, e rimango colpita dal male.

La guerra, la volontà di sopraffazione che arriva fino all’aggressione dell’altro, alla violenza, il bisogno sadico di uccidere per dimostrare qualcosa, la propria forza, la propria ragione, sono impulsi di tutti, evidentemente. Ma quando in questo scorgo una volontà superiore, lo sconforto diventa tutto. La voglia di ritirarsi dal teatrino della brutalità, dal teatrino che ti illude di contare qualcosa. La voglia di separazione, di mettere barriere, di andare da qualche altra parte e poi via di nuovo quando l’aria è diventata irrespirabile, quando pensi che l’aria sia priva degli elementi che servono ai tuoi polmoni.

Ma forse è questo il dubbio utile:

quali sono, realmente, gli elementi fondamentali perché io possa respirare? Posso andare ancora un po’ oltre e scoprire qualcosa di importante, di non ancora concepito dalla mia testa? Arturo Mazzarella nel suo interessantissimo saggio Il male necessario quando parla di Husserl e della sua riflessione sulla necessità dell’atteggiamento descrittivo, emancipato dal regime della “visione assertoria”, necessità che si concretizza quando si vuole avvicinarsi alla complessità della vita percettiva afferma: Significa che concetti quale verità e non-verità o male e bene comprendono un arco di variazioni pressoché indeterminato. Per attribuire loro il senso più proprio occorre in primo luogo mettere “fuori gioco”, “tra parentesi” (la celebre epoché husserliana), ogni disposizione soggettiva del giudizio- sempre preorientato dall’abitudine- rispetto a ciò che ininterrottamente si manifesta nel “flusso di vissuti”.

indexIeri sono stata a un incontro di Bookcity, alla presentazione di Achab,

rivista letteraria che mi piace molto. Questo quarto numero è dedicato a Virgilio e nel bel articolo di Andrea Caterini leggo: Nell’Eneide, la concezione di comunità, di pace quindi, è reale solo dentro il viaggio di Enea e dei suoi amici- quel viaggio in cui i troiani vivono e mettono a rischio la loro vita per i loro compagni-; una pace che smetterà d’essere nel momento in cui quel viaggio avrà termine, nel momento in cui quei compagni saranno costretti a deresponsabilizzarsi e il sovrano diverrà un’immagine magnificata.

Posso credere di poter vivere e di poter ricavare valore anche qui, anche nella sfiducia più totale? E cosa ne ricavo se è solo il viaggio a poter costruire la pace? Non lo so. Ancora non lo so. Probabilmente continuando a interrogarmi scoprirò qualcosa di interessante, oppure no, ma sarà stato un viaggio attivo, non un trasporto coatto, e ne uscirò arricchita anche dal solo fatto di non essermi fatta imporre il bavaglio, di aver potuto vedere paesaggi diversi da quelli prefissati dai limiti angusti del mio pensiero oscurato dalla sfiducia. E allora ne sarà valsa la pena.

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Presentazione Achab: Nando Vitali, Filippo La Porta, Andrea Caterini, Armando Ottaiano

Sempre Caterini chiude: Voglio dire che la pace non può essere letta se non come fecondità, lì dove l’uomo non si scopre propriamente fuori da una tensione, da una guerra, ma abita un atto creativo che lo riconcilia con se stesso. Un atto creativo però, possibile solo attraverso una relazione, un patto ( e non era questo il senso che dava alla pace anche Virgilio?). Cioè, l’uomo, creando, scopre allo stesso tempo la necessità dell’altro e ciò che dall’altro lo differenzia. L’uomo, ricevendo l’augurio e restituendolo a sua volta all’altro, [fa riferimento al significato di shalom n.d.r.] è il tramite, il mezzo, l’interprete della pace altrui e nello stesso tempo colui che a quella pace è stato consacrato; ovvero, è al contempo sacerdote di un battesimo e colui che quel battesimo lo riceve.

Il mio compito, oggi, è stare dentro alle cose.

Viverle per quello che sono. E guardare, capire. Molto sentire. E poi decidere, volta per volta, cosa sia necessario. Cosa sia per me. Cosa lo sia per l’altro. E, con il dubbio sempre alle porte, assaporare quel viaggio che mi porta la pace, la felicità di essere presente e in grado di dire la mia. Di sbagliare. Di partecipare. Di stare nella reciprocità, come dice ancora Andrea Caterini. La reciprocità è prendere dagli altri. Ciò che mi serve. E’ dare indietro ciò che posso, ciò che per me è importante. Ma sempre con consapevolezza, quella consapevolezza che tanto spinge l’amica, e bellissima donna, Paola Maugeri, quando parla, ad esempio, di diventare “consumattori”. Attivi.

Anche questo è un viaggio. E a partire da lì tutto diventa strada. Quindi, anche nella paura del buio, in cui mi ritrovo immersa, ritrovo la capacità di accendere una piccola luce a intermittenza.

Almeno per oggi sono salva.

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