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All’inizio c’è solo una gran confusione. Un rincorrersi di voci che parlano, dicono, consigliano, si accavallano e chiedono, chiedono chiedono e l’uomo, il ragazzo che si sta facendo, non sa dove trovarsi e soprattutto non sa se debba essere per sé o essere per gli altri e se essere per sé sia giusto, accettabile- moralmente- e nel dubbio, si vergogna, sente la diversità, la separazione e vorrebbe bruciare le tappe assomigliando ad altri, appartenere alla loro cerchia protetta. Stephen Dedalus è da poco entrato in collegio quando scopre che il suo mondo è fatto di sensibilità, di percezione sottile, doti da accogliere ma non semplici da accettare, da integrare in una realtà fatta di socialità da costruire, di competizione, di lotta tra adolescenti. Il suo mondo di bambino è stato chiuso fuori dalle porte del collegio, si è dileguato assieme agli occhi rossi della madre nel momento del saluto. E ora Stephen si trova a dover fare i conti con lo scompiglio interiore che non gli dà tregua.

Pensò che doveva essere male al cuore, se si poteva sentir male in quel punto. Fleming era stato molto buono a domandarglielo. Aveva voglia di piangere. Appoggiò i gomiti sul tavolo e si chiuse i padiglioni delle orecchie e li riaprì. Ogni volta che li riapriva udiva lo strepito del refettorio. Sembrava il rombo di un treno nella notte. E quando li chiudeva il rombo cessava come un treno che entra in galleria. Quella notte a Dalkey il treno aveva sferragliato così e poi quando era entrato in galleria il rombo era cessato. Chiuse gli occhi e il treno continuò a correre, sferragliando e poi tacendo; sferragliando ancora, tacendo. Era divertente sentirlo rombare e tacere, poi rombare di nuovo fuori della galleria e tacere ancora.

E’ così per tutti i bambini (arriva un momento in cui crescere da soli è indispensabile, un vero rito di passaggio) ma lo è a maggior ragione per gli artisti che cercano di riversare anima sul mondo e per farlo, devono ritrovare la voce originale che si racconta, un racconto lungo e articolato, e antichissimo. Il viaggio è irto di difficoltà, è straniante, un limbo grigio (tutto è grigio agli occhi di Stephen), una confusione della visione; ed è proprio lì, nella nebbia dello sguardo che non sa distinguere, che l’anima cerca la strada per discendere, individuarsi e incarnare la sua vocazione, per dar spazio al suo daimon. alla ghianda- come direbbe J. Hillman- che strepita e confonde finché non diventa tutto chiaro e lei smette di puntare i piedi per mostrarsi e allora, semplicemente, parla. Dice Hillman ne “Il codice dell’anima”: “Voglio che riusciamo a vedere come ciò che fanno e che patiscono i bambini abbia a che fare con la necessità di trovare un posto alla propria specifica vocazione in questo mondo. I bambini cercano di vivere due vite contemporaneamente, la vita con la quale sono nati e quella del luogo e delle persone in mezzo a cui sono nati. L’immagine di un intero destino sta tutta stipata in una minuscola ghianda, seme di una quercia enorme su esili spalle. E la sua voce che chiama è forte e insistente e altrettanto imperiosa delle voci repressive dell’ambiente. La vocazione si esprime nei capricci e nelle ostinazioni, nelle timidezze e nelle ritrosie che sembrano volgere il bambino contro il nostro mondo, mentre servono forse a proteggere il mondo che egli porta con sé e dal quale proviene“. Esattamente quello che succede a Jung che nei pensieri raccolti in “Ricordi, sogni, riflessioni” spiega come da bambino sentisse di essere sdoppiato- era il suo oscuro segreto- e racconta del conflitto, dell’urto delle idee che lo conducono a Dio, al confronto con Lui, un confronto che vuole diretto, non mediato. “Spesso pensavo che al posto della volontà di Dio – che può essere così imprevedibile e sconvolgente- si ponessero i precetti religiosi, al solo scopo di liberare gli uomini dalla necessità di intenderla“. Il giovanissimo Jung, così dotato e sensibile, sente aprirsi sotto di sé l’abisso del dubbio, della tensione spirituale. Pensare un pensiero blasfemo, rinnegarlo sul nascere, sapere che quel pensiero è stato originato- come l’uomo- dallo stesso Dio che non avrebbe dovuto permetterlo. E allora si chiede: che cosa vuole che faccia, Dio? Vuole che aggiri lo scoglio della valutazione morale, i precetti della mia religione e perfino il Suo comandamento? Sì, la sua volontà è questa e solo lì posso scoprirne la grazia. Una pensosità singolare per un bambino che, ovviamente, comprende di essere diverso, sente di dover camminare da solo. Proprio come Stephen perché non è facile, no, non è per nulla facile inoltrarsi nella nebbia e cercare la propria immagine, riconoscerla quando non si sa neppure come figurarsela. E si è, appunto, soli. E’ questa la grande battaglia da ingaggiare, nella costanza di uno slancio che non sia senza senso.

Nulla si agitava nell’anima sua tranne una gelida e crudele lussuria senz’affetto. La sua fanciullezza era morta o perduta e con essa se n’era andata la capacità di semplici gioie del suo spirito, per cui egli galleggiava alla deriva sulla vita come l’arido guscio della luna.

Sei tu pallida di sfinimento

Per avere scalato il cielo e contemplato la terra,

vagabonda e senza compagni?

Ripeté mentalmente i versi di Shelley. Quell’alternarsi di malinconica inutilità umana con vasti e inumani cicli di attività lo raggelò, e dimenticò il proprio umano e inutile soffrire.

Nella solitudine, però, si fa sentire forte il bisogno di unirsi a qualcun altro, forte la necessità di trovare riparo e pace tra le braccia di una donna. Proprio come era forte il bisogno che urlava la creatura di Frankenstein nel libro di Mary Shelley (non a caso, credo, Stephen parla e cita Shelley solo qualche pagina prima).

Gemeva dentro di sé come una bestia vagolante e delusa: Voleva peccare con una sua simile, costringere un altro essere a peccare con lui ed esultare nel peccato insieme alla compagna.

Nella notte dei bordelli, ancora una volta, Stephen ricorda Shelley e chiede di peccare con qualcuno, anche se poi è cosciente che ogni peccato “moltiplicava la propria colpa e il proprio castigo“. E dunque “a che gli giovava pregare se sapeva che il suo spirito bramava la propria distruzione?” A questo punto, è solo l’immagine della Vergine ad avvicinarlo al pentimento, è solo la sua visione che offre compassione, non condanna, che lo chiama al perdono e alla tenerezza verso se stesso. Un perdono che, però, non arriva perché in lui vi è un’unica volontà, quella del castigo, che è “un inferno freddo, bestiale, fetido, un inferno di lascivi demoni caprini“, il suo inferno personale in cui dà spazio al dolore per la sua anima perduta e abbandonata dalla benedizione divina.

Il coltello del predicatore aveva frugato in profondità nella sua coscienza posta a nudo, ed egli sentiva ora che l’anima sua suppurava nel peccato. Sì, il predicatore aveva ragione. Era venuta la volta di Dio.

E viene anche la volta della devozione e della disciplina rigorosa, della ricerca, della richiesta caparbia fatta a Dio: come posso espiare? Come posso ritornare alla grazia? Non è la domanda giusta perché la ghianda preme per uscire, per manifestarsi e trovare voce e chiede di non essere inibita. Non più. Vuole spazio, libertà, agio di respiro, gioco. E anche furore e chiasso e tempesta. Ma vita. Libera.

In quel momento, come mai in passato, il proprio nome gli parve profetico…Ora , sentendo pronunciare il nome del favoloso artefice, gli parve di udire lo scroscio di oscure ondate e di vedere una forma alata alzarsi a colo sulle onde e lenta salire nell’aria. Era forse…una profezia dello scopo per raggiungere il quale egli era venuto al mondo e che aveva seguito attraverso le brume della fanciullezza e dell’adolescenza, il simbolo dell’artista che torna a foggiare con l’inerte materia della terra, nella propria officina, un nuovo essere sublime, intangibile e imperituro?

Una volta manifestata, la ghianda macina strada, corre, si inerpica sulle vette dell’estetica e formula teorie, mostra scenari, si dichiara. Il poeta è nato. E le parole scivolano fuori, fluide e poi s’incespicano e cadono, si riprendono e… l’ispirazione è così: incostante, capricciosa e lunatica. Ma fertile e necessaria.

Il fumo saliva dal mondo intero, dagli oceani vaporosi, gli incensi delle sue lodi. Il mondo era come un dondolante, oscillante turibolo, una sfera d’incenso, una palla elissoidale. Il ritmo morì di colpo; il grido del suo cuore si spezzò. Le labbra di lui presero a mormorare più e più volte i primi versi; poi continuarono incespicando su mezzi versi, balbettanti e deluse; poi si fermarono. Il grido del cuore era spezzato.