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et al. Narrativa
13,75 x 19,8 cm
pp. 104 € 12
ISBN 978-88-6463-125-7

Nessuno è obbligato a riuscire nelle cose che fa.

E’ questo il punto. Riuscire a dare un senso all’esistenza al di là del risultato. Ma oggi è difficile anche solo da pensare perché oggi se non produci effetti, sei zero. Oggi se non hai qualcosa da raccontare, non vali. Eppure la vita non è questo, la vita è fatta di attimi insignificanti che danno la misura di qualcosa di grandioso. E compiuto. Anche nella sua apparente irrilevanza. E quindi vale non solo per chi ce la fa ma per tutti. Per gli esseri umani, senza distinzione. La vita è quell’istante di consapevolezza nuda in cui ti rendi conti che nulla ha senso se non ciò che costruisci tra te e l’altro, e soprattutto ciò che comprendi esserci tra te e l’altro. Anche il nulla. Perché l’oggettività dov’è, esiste?

Pensò, Lea, che entrare negli occhi delle persone era come forzare la porta di una casa. Si ricordava che da giovane, traversando città ancora sconosciute, fissava i passanti in faccia e li guardava negli occhi. A volte abbassavano il collo furiosi, a volte si giravano e le dicevano: cosa c’è? L’intimità comincia lì, e Lea cercava l’intimità, come l’unico modo possibile di entrare in contatto con gli esseri umani, il cerchio magico che ti preserva dalla loro rabbia e noncuranza

Lea ha creato un piccolo laboratorio di scarpe fatte a mano, rigorosamente non di pelle. Ma dopo l’incontro con Adele, ragazza sarda che le porta un paio di stivaletti di agnello, morbidissimi e perfetti, il suo mondo va in crisi. Lea si vota allora ai cappelli.

Grazie ai suoi cappelli apparteneva al mondo dei fabbricanti di oggetti e di questo andava fiera, perché che sarebbe la vita senza oggetti? Ci condannerebbe ad amarci e odiarci senza intermediari, come i selvaggi, i mistici e i malati.

Quel che conta, però, è quello che si cela dietro alle attività più normali e ripetitive, dietro ai gesti compiuti per riuscire a sopportare l’esistere, la quotidianità. E per strappare il velo dell’illusione ci vuole coraggio. Quel coraggio che Lea non crede di avere perché la sua storia inizia quando la tristezza le è diventata insopportabile. Fuori nevica e la neve “scende a dare alle cose una finta leggerezza” perché il suo passo, invece, è pesante e impaurito. Solo. Estraneo alle cose del mondo. Neanche un incidente che sbalza un ragazzo da un motorino può servire a farle sentire il senso dell’appartenere. E gli occhi della sorella, malata, assente, ritiratasi nelle profondità più lontane della sua mente, le confermano questo precipitare.

Anna la guardava con un viso da cui ogni sorriso era cancellato. Sulla fronte, fra le sopracciglia, era tornato il piccolo fossato nero, non parlava e nei suoi occhi si era insediata una tristezza, così consapevole, così profonda, che a Lea tolse il respiro. Provò un poco a dire qualcosa, ma la parola le morì in gola. Anna la guardava negli occhi e la tristezza era infinita. A Lea non sembrò che il suo sguardo si fermasse ai margini dello sguardo della sorella, ma che sprofondassero insieme in un pozzo senza fondo, in un’indicibilità senza rimedio, un oceano dei morti e dei vivi in cui potevano precipitare insieme, senza toccarsi, senza capirsi, insieme.

Perciò Lea sente il bisogno di intimità ma lascia che siano gli altri a toccarsi (lo chiede a Adele e al nipote, ad esempio), lascia che siano gli altri a unirsi, e lo fa nel tentativo di riuscire a vedere nel loro riflesso qualcosa che non sia quel precipitare crudele, lo fa per conservare l’illusione che il comunicare è ancora possibile e guardarsi negli occhi per capirci qualcosa è realmente d’aiuto. L’intimità comincia proprio lì dove la convenzione si rompe e lo sguardo è libero di dire e di mostrarsi.

Però tutto questo è solo un attimo. Un soffio.

Una nube passò sul sole e il paesaggio trascolorò. Dovrei avere il coraggio di rinunciare all’illusione? Pensò. Ma perché? […] “In fondo, disse, il solo coraggio che mi serve è quello di essere allegra e io mi sento allegra stamattina.