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G.B. Piranesi, Il portico d'Ottavia

G.B. Piranesi, Il portico d’Ottavia

Sembra quasi di cattivo augurio. Quel trench allacciato stretto, il cappello calcato sugli occhi e un ciuffo di capelli che spunta da sotto con aria non molto pulita… È dimesso. Tendente al grigio, all’opaco. Non trasparente, no, questo non si potrebbe dirlo. Un po’ spento, forse. E liquido: si spalma sui muri più che camminare. Come un untore. E la gente lo scansa, la sensazione di disagio nel guardare un diverso, uno che non corrisponde e sta lì, in bella vista- spudorato!- a indicare ciò che non si vuole vedere. O ricordare. Rimandando un’immagine andata. Lontana da luci e ribalte. E invece lui è poco attraente. Eppure Vittorio interessa se lo si ascolta sul serio. Se lo si guarda dentro. Davvero. Ma se ne deve avere il coraggio. Perché è un nostalgico. E non sa lasciare andare il passato. Lui. Non può. Costringe a guardare. E Giuditta lo osserva mentre percorre le vie della sua memoria. Dei suoi gesti perenni: scivola, a testa bassa, ispeziona i muri del ghetto alla ricerca di qualche traccia che lo conforti, lo aiuti… ma perché? Se ne chiede il motivo- forse come tanti altri ma lei è decisa a scoprirlo. E a non passare oltre. Non più. È necessario. La piazza è tranquilla. Piazza delle Cinque Scole. Una volta cuore pulsante degli ebrei di Roma. Piccolo. Costipato. Costretto. Urlante nei suoi traffici inesausti. Nel lavoro. Nella dignità come nell’umiliazione. L’umiliazione di essere esclusi. Capri espiatori. E ora sereno luogo di passaggio. Di piccoli commerci e di attività culinarie. È mattina. Poche persone che girano per strada assaporando i raggi del sole ancora teneri, morbidi, che colpiscono le case in alto, là dove il cielo è di un azzurro privo di nubi e di dubbi. Formidabile. Questo dà coraggio a Giuditta che, prima di affrontare quell’uomo, decide di sedersi su una panchina, a pochi passi dal forno, a studiarne i movimenti. Curiosando senza farsi troppo vedere. Perché cammina così radente i muri, che cosa cerca? Li esamina. Ne annusa l’odore. Li assaggia, quasi. Non è mica matto, no. Ma fa cose un po’ strane, bizzarre. A un certo punto Vittorio si ferma e di spalle com’è, intuisce lo sguardo di Giuditta. Fa finta di niente mentre indietreggia cauto, quasi sia il suo camminare comune. Come un gambero. Non rialza la testa neanche per un attimo, va a colpo sicuro. Certo di dove mette i piedi e che non ci sia nessuno sul suo percorso. Giuditta è ferma. Bloccata. Lui è ormai al forno. A pochi metri di distanza. Ancora qualche secondo e la raggiungerà. Con quella sua andatura irreale. Un attimo… e Vittorio si siede proprio accanto a lei! Nessun tempo di reazione possibile. Intrappolata in una situazione che aveva cercato…!

Anche Giuditta è ebrea. Ma non se lo sente addosso. Quasi sia un abito dismesso che aspetti di essere buttato. Sono cose passate. Sì, ne ha ricevuto l’educazione… le abitudini, i rituali, le cerimonie… Ma lei poi ha dimenticato. E si scoccia quando qualcuno gliene parla. Il padre. La famiglia. La famiglia ferita dal suo abbandono. Dalla noncuranza. Figlia dell’oggi. I suoi pensieri sono rivolti al lavoro. Agli sforzi per eccellere. È una donna manager in una grande multinazionale: l’obiettivo è chiaro. Piccoli passi da compiere per arrivare al traguardo. Sicuri. Senza indietreggiare mai. Ma a Vittorio ha fatto caso. Eccome se ci ha fatto caso, inutile nasconderselo! Ogni volta che lo vede, sente una puntura allo stomaco e una amarezza che la lascia stordita. Anche se solo per un breve attimo. E lo guarda con un senso di nostalgia. Di compassione… Normalmente passa oltre… Perché è una donna che non ha tempo da perdere. Una guerriera che combatte. Che si fa valere. E guai a metterle i piedi in testa! Non lo permette a nessuno. Ma non è così facile disfarsi del fardello del passato. Come fosse un tappetino su cui pulirsi il fango dalle suole. Il passato è un percorso che continua. Sotterraneo. E lavora. Non voluto, forse. Ma un bel giorno ritorna. Eccolo! Un ospite che bussa alla porta. Quel viso familiare. In cui rispecchiarsi…«E questo ragno che indugia strisciando al chiaro di luna, e persino questo chiaro di luna e io e tu bisbiglianti a questa porta, di cose eterne bisbiglianti – non dobbiamo tutti esserci stati un’altra volta? – e ritornare a camminare in quell’altra via al di fuori, davanti a noi, in questa lunga orrida via – non dobbiamo ritornare in eterno?»

Vittorio è lì, accanto a lei. Ora. Ha fatto lui il primo passo. Storto. Ma è tutto così veloce… Che cosa vuole? Aspetta placido. Rassegnato al fatto di dover stare lì. Costretto. Da un destino assegnatogli e a cui debba piegare la testa. Sua funzione. Ad un tratto sospira. E l’incantesimo di sospensione si rompe per farsi concreta realtà. Come si chiama? chiede Giuditta. Ma lei lo sa già, è Vittorio, lo conoscono tutti anche se fanno finta di no! Non avvicinatelo, per carità!…

Un lieve sospiro di naso. Sconsolato per la domanda tanto sciocca. Un’occasione sprecata. Vittorio, dice con un filo di voce che assomiglia certo a un lamento. Buttato là di default. Chissà da quant’è che non parla con qualcuno… Bene Vittorio, lo sa che è un tipo curioso? La vedo spesso- sempre da solo, tra l’altro. E sempre qui intorno. Che cosa cerca? Che cos’hanno questi muri vecchi che la interessano tanto? Guardi, non so neanch’io perché glielo chiedo. Di solito non mi faccio gli affari altrui. Ma la sa una cosa? Secondo me lei stava solo aspettando l’occasione giusta per raccontare tutto. E forse stava aspettando proprio me. Tanto è vero che si è seduto qui. Subito. Non è strano? Beh, non è obbligato a rispondermi. Sono stata un po’ invadente. E magari l’ho disturbata. Mi scusi. Sarà meglio che me ne vada. Giuditta fa per alzarsi, imbarazzata dalla sua stessa audacia. Dalla sfacciataggine. Chiude gli occhi un momento. In un attimo di vergogna. E scuotendo la testa si alza per davvero. Decisa a smetterla con le stravaganze. Via! Immediatamente al lavoro! Vittorio gira appena la testa e muove la mano, lenta. Come scuotendosi da un torpore profondo. Ancestrale. Non dice nulla. Appoggia solo la mano su quella di Giuditta che è già presa dai suoi mille pensieri. Già altrove. Orrore!!! È un fastidio profondo che subito la invade. Un esercito straniero che entra- non richiesto-in un luogo inviolabile. Il suo corpo. I muscoli si tendono. Il respiro si fa difficoltoso. A tratti si blocca. L’apnea è alle porte. Stasi. Per difesa. Uno sconfinamento che siamo costretti a subire spesso in città. Violento proprio per la sua inevitabilità. Quotidianità. Forzata. Lei lo guarda fisso. Furiosa. Per quel contatto non voluto. E privo di cautela. Ma non trova i suoi occhi. Persi sotto il cappellaccio che lo rendono maschera vuota. Buia. Nessuna pupilla a illuminare intenzioni. Per un attimo ha paura. Non solo quell’astio sottile che si prova per la prossimità con uno sconosciuto. Eppure è lei che è andata a cercarlo… E lui ostinato. Nel suo starsene lì. Come pietra posata per terra. D’accordo, dice Giuditta, stiamo esagerando. Ora devo andare. Mi dispiace di averla disturbata. Lui abbassa la testa. Solo un tantino di più. Non fa nient’altro. Sconsolato. Più solo di prima. E lei capisce. In un secondo. Lo sente alla bocca dello stomaco. La scintilla si accende. È stata arrogante! Ma solo per paura. Non voleva ferirlo. Senta Vittorio, che ne direbbe di sederci davanti a una bella tazza di caffè? È una splendida giornata. Potremmo approfittarne per conoscerci meglio. Mi dica di sì. È la cosa giusta perché lui si riprende e le fa un sorriso. Con quella bocca sdentata. Che no, non è un gran bel vedere! Ma è comunque un sorriso. E la giornata prende una piega diversa. E allora lei gli chiede di fare una passeggiata prima di sedersi al caffè. Deve sgranchirsi le gambe e snebbiare i pensieri. Il contatto umano richiede grande coraggio. E lei lo sa bene perché ne ha da vendere. Sul lavoro. Ma stavolta è diverso: è qualcosa di più intimo e profondo. E va sostenuto. I due camminano fianco a fianco. Silenziosi. Timorosi di aprire discorsi. Nugoli di pensieri li stordiscono e si annuvolano nelle loro teste laboriose. Chi li incrocia per strada, così muti e intensi, ha un moto di sorpresa. Così bella lei. Affascinante, sicura di sé. Carismatica. E così macilento lui. Sporco e bruttino. Con quei profondi solchi sul viso che raccontano una vita. Fanno davvero una strana impressione insieme. Un contrasto acceso. Disarmonici, si direbbe…

Mentre sono assorti nelle loro meditazioni, la strada si riempie di una gran massa di gente. Spuntata quasi all’improvviso. Curiosi. Tutti pronti, dietro alle porte, a saltare fuori di balzo. Intenti alle loro faccende, a prima vista. Ma no, interessati a loro, piuttosto… Giuditta guarda stupita tra la folla. E in mezzo a tutti quei visi, riconosce quello di Anselmo. Un collega. Arrivista! Trama sempre qualcosa e aspetta un suo passo falso per farle le scarpe. Sa di piacergli ma il profitto è più importante. Forse per tutti e due. L’ambizione. E proprio ora sono in guerra aperta per l’affare Felderbaum. Giuditta non sa che mosse fare. Incerta su quelle del nemico. Anche per questo, stamattina è passata al ghetto. Per fare un giro e riflettere. Vedere se le venisse qualche idea. In un luogo diverso. Diverso dal solito. Ma per lei familiare. Ora lui è lì che la guarda. Che attende nell’ombra. Fastidioso! Non c’è niente da vedere… Vestito di tutto punto. Come al solito… Quella cravatta rossa, che squarcia il petto! Come ferita aperta su un cuore strappato. Il vestito blu stirato di fresco. E quel sorrisino di scherno stampato sul viso! Di plastica e d’odio… Lei lo fulmina con gli occhi ma lui non si spaventa. No. Rimane lì a fissarla con quel ghigno irritante. Giudicante. Ché, non si può neanche parlare con una persona? Basta. Giuditta si stacca da Vittorio per andare ad affrontarlo ma, in quel breve attimo intercorso tra il pensiero e l’azione, Anselmo è scomparso lasciando dietro di sé una scia di malessere che punge la pelle. E pizzica forte. Allora anche il sole si oscura. E un vento gelido le soffia sul cuore. Ma è un secondo. Vittorio non chiede. Il bar è davanti a loro e il tempo è splendido. Profumato. Primaverile. Lui però continua ad avere un cattivo odore. Un odore di stantio. Che sparge attorno come misura di sé. Non facilita le cose ma non importa, ora sono alla meta e si siedono. Giuditta ritorna in sé. Impegnata com’era a percorrere l’interno dei suoi pensieri. Senza far caso al contorno. E ora si guarda in giro stralunata. Sì, perché camminando per le stradine strette, si sono inoltrati in una zona mal tenuta, vecchia. L’altra faccia della medaglia. Non più il ghetto rimesso a nuovo. Pulito. Lindo. Meta turistica e di svago. Dove si rincorrono le insegne dei ristoranti e i camerieri ti chiamano per strada e ti invitano a entrare. Dove la tradizione è fatta commercio. Non quello. Ma quello ferito e colpito dalla storia. Che non ha dimenticato. In questo ghetto, i calcinacci la fanno da padroni e tutto ha un’aria di estrema povertà. Cenci appesi al sole che trasudano grigiume. Stracciaroli che trascinano i loro carretti per strada. Ed è come se tutto diventasse in bianco e nero. Giuditta non sa capacitarsene. Sente una sensazione di straniamento. Si gira verso il vecchio e… Vittorio, gli dice, mi gira la testa. Ma dove siamo? Mi aiuti. E lui allora parla. Va tutto bene, stringi la mia mano. E dammi del tu. Che cosa volevi sapere da me? Lei è confusa. Una lieve nausea. Intanto, dalla locanda a cui sono approdati, esce un oste che chiede la comanda. Un oste panciuto. Vestito di povere cose. Ma dignitoso. Una parannanza consunta bordeaux che spicca sul resto. Per la rotonda abbondanza di quel che c’è sotto. Dopo una breve consulta, ordinano un caffè per ciascuno. Vittorio prende anche del latte. A parte. Freddo. Un bel bicchiere, eh! E quando l’oste si allontana, tira fuori un involtino fatto con un fazzoletto ingiallito dal tempo e ne estrae dei biscotti. Semplici. I ginetti. Li ha sicuramente acquistati da Boccione, al Portico d’Ottavia, Giuditta li conosce. Sono buoni. Perfetti con il latte. Vittorio gliene offre uno e lei accetta. Commossa alla vista di quel bendiddio che fa bella mostra di sé in tanto sfacelo. Se ne stanno ancora un po’ zitti. Gustando la colazione. In un tempo di sosta tranquilla che serve a ritemprare le forze. E poi, con quel lieve sapore di limone che perdura in bocca, Giuditta racconta di sé. Poche cose che servono a dipingere un quadro. Un po’ spoglio. Fatto di linee nette. Definite. Senza sfumato. È questo che manca. Vittorio capisce. Ma ora è il suo turno. E Giuditta lo incalza. Ha bisogno di vedere. Di comprendere. O forse ha solo bisogno di vivere? Perché indaghi quei muri? Che cosa cerchi?

Non chiedere! Guarda, Giuditta!

È il 16 ottobre. Lo si vede dal calendario che sta lì attaccato alla parete spoglia. Molti sono scappati. Altri hanno paura. Glielo si legge in faccia. L’indeterminazione lascia tutti attoniti. La stasi della speranza. Anche se è troppo mostruoso il destino che si profila all’orizzonte per crederci davvero. Una nuvolaglia nera. Come alcune delle loro camicie. È presto. Fuori è ancora buio. Ma sono già tutti svegli. Durante la notte hanno sparato sulle case. Che cosa sta succedendo? Una sensazione di allarme. Sotterranea. Viene da molto lontano. Ecco. Zitti zitti! Ora si sente bussare alla porta. Non fiatare! Un bussare prepotente. Un ordine di aprire. Di sgombrare. Voci che si rincorrono. Da altre case. Meccaniche. Violenze di timbri che non ammettono replica. Fuori! È finita. Lo sanno tutti. Anche se sperano in qualcosa di meno terribile. Sperano nell’umanità! E allora bisogna raccogliere tutto. Cibo per 8 giorni. Non ce n’è… gioielli, vestiti… come portarli?! Ognuno qualcosa. La gente fa mucchi di sé. Dove può. Come può. Tutti in azione. Lasciare casa… Abbandonare quelle poche certezze. Il calore di un rifugio. Nonostante la guerra. Incamminarsi. Percorrere in fila le vie del ghetto. Con tutti i propri averi. Quelli saranno. Non altri, oramai. Ma per andare dove poi? Giuditta è spaventata. Una morsa d’acciaio che le stringe la gola. E una maschera d’orrore le si para davanti. Comincia a sudare. Smettila Vittorio, non voglio più sapere! Piove. Piove. Non smette di piovere! Tutto si annacqua in una calca di fiato. Scalpiccio sui sanpietrini che risuonano di terrore rappreso nei volti. Tedeschi e italiani uniti per compiere un massacro. Un massacro! Divise che grondano sangue. Come potete? Camminare stretti. In questa fratellanza pietosa. Stretti. Alle proprie cose. Gli uni agli altri. Stretti. Per bisogno. Per conforto. Eppure irrimediabilmente altri. Estranei. Nell’impossibilità di capire dov’è l’uomo. Se in un abbraccio o in uno squarcio. In questo calcio che taglia le gambe di Vittorio. In quel suo stupore che gli si stampa negli occhi. Dov’è la bambina, Vittorio? È qui. Apre il cappotto e mostra quel fagottello roseo. Piccino. Che dorme. Dammela. Non può venire con noi. Giuditta gliela strappa dalle braccia. E si fa trasparente. Striscia come un’ombra. Scorre come un fiume nella fossa antica. Tra le colonne smozzicate e i resti di un’altra Roma. E corre via. A salvarla. E lì, nascosta a guardare, c’è una donna. È vestita d’ombra in quella mezza tenebra che la ricopre. Persa nell’androne di un palazzo. La prenda, la prego. Mi dica il suo nome. Lo scriva qui. Sul foglietto. Mi aiuti! Non c’è tempo di fiatare. Di spiegare. Altri non torneranno. Solo un secondo per scrivere quel nome. E uno sguardo di infinita compassione. Lungo come il tempo dell’essere umano. Giuditta le lascia quella povera cosa abbandonata e, fulminea, le scippa il foglio dalle mani. E via, a ritroso. Per portare quello stralcio di carta al compagno. Quel vecchio che ora non ha più rughe. Solo paure. Nell’ansia di un ritorno. Nel dolore di un distacco. Rieccola lì accanto a lui. Staffetta coraggiosa… E nel pugno della mano gli chiude un pezzo di carta. È al sicuro. Qui c’è il nome della donna a cui l’ho data. È un bisbiglio. Un soldato si avvicina. Torvo. Minaccioso. In questa pioggia che non smette di slavare tutto. Anche i colori di un tedesco. Biondastro. Palliduccio. Scolpito in una smorfia di durezza. Pietra su pietra. Giuditta alza gli occhi, e… Anselmo! Uguale al suo collega. Quell’arrivista schifoso. E viscido. È lui, quell’essere mostruoso. Che bisogna combattere. Combattere senza distrazioni. Giuditta conosce il nemico e sa come giocare le sue carte, ora. C’è in ballo la sua salvezza. Quella di Vittorio. E quella di tutti questi poveri disgraziati. È un corpo a corpo. Astuto. Sleale. Dove non si risparmiano colpi. Anselmo! Ma il soldatino fa cenno di non capire. Tutto ritto nella sua uniforme di cemento. Come la mascella. Dura. Giuditta spicca in quella marmaglia grigia. Nel suo tailleur perfettamente tagliato. La borsa… ecco, sì! Ha un bel po’ di soldi nella borsa. Li tira fuori. In mezzo a tutti quegli occhi che lampeggiano. Il soldatino li vede. Capisce subito. Comincia a blaterare qualcosa. E la prende per il braccio. Che cosa sta dicendo? Nessuno capisce. Ma in un attimo è fuori dal gruppo. Non fa più parte di loro. Troppo diversa! E Vittorio che con quegli occhi nebbiosi la guarda sperduto… Con quel foglietto in mano che gli si scioglie nella pioggia… Giuditta si divincola dalla stretta e corre da lui. Gli prende il foglio. Lo nasconderò nella fessura di un muro… sarà al sicuro. Nessuno di noi due sa quel nome così non potranno tirarcelo fuori. E ritorna pronta dal nemico. Lucida. Non c’è bisogno di tirare! Si è messo delle strane idee in testa, il tedeschino! Dove la porta? Si stacca veloce dagli altri. E la fa infilare in un furgone. Le intima a gesti di non muoversi. E di stare zitta. Se ne va. Torna da bravo al suo lavoro. Come se ne facesse uno qualsiasi! Quanto ci sarà da aspettare? Appena è sicura che Anselmo non la possa vedere, sgattaiola fuori alla ricerca di un nascondiglio protetto per il suo tesoro. Queste case ormai sono tutte un buco. La guerra distrugge ogni cosa. Anche senza bombardare. Quell’apertura è perfetta. Ci infila la mano e lascia la carta. La affida al destino. E rientra nel furgone. Più leggera d’una vita. Eccolo che torna… appena in tempo! Ha fatto presto…! Ha un’espressione di depravazione sul viso. Scura. Che gli trasforma i tratti. Che gli annerisce i capelli. Nero, il colore del sopruso ancestrale. Che ritorna. Con altro nome. Piccolo essere malefico! Tutto arricciato. Sale. Accende il motore. In giro per una Roma aperta. Arrancare su quelle strade di sanpietrini. Dove ogni metro è una conquista. Sballottata e assordata dal suo coraggio. Eppure piena di paura. Poche centinaia di metri e il soldato si ferma nuovamente. Le dice di scendere e le fa salire qualche rampa di scale. Tutte scalcinate. Poi apre una porta e la spinge dentro. Nella sua tana di animaletto selvatico. Con il solito ghigno sul volto si distende sul letto. Tracannando birra a non finire. Le fa un sacco di gesti per farla avvicinare, biascicando e storpiando qualche parola d’italiano. Si rialza un attimo e le va dietro mordendole il collo. Lei si irrigidisce ma capisce anche che deve aspettare. È a un passo dalla vittoria. Più buia è la notte, più l’alba è vicina. Sinuosa, lo stuzzica, si toglie la giacca… ma vuole sapere dove porteranno i suoi amici prima di concedersi. Sennò non se ne fa niente! Lui non lo sa, è evidente e allora lei gli balla davanti. Novella Salomè. Gli stappa un’altra bottiglia. Giù a tracannare! Finché non è ubriaco. Già a quell’ora. E dopo pochi minuti ronfa e russa come un porco. Un porco nello strame. Lei vede subito il coltello. Giuditta. Fedele al suo destino.

Uno spruzzo di sangue le impregna il cuscino mentre lei tiene la testa- non più ricciuta né nera- dell’uomo. Del barbaro demonio. Invasore.

E quel cuscino ora è il suo. Affogata nel sudore che le incolla i capelli. Pulito. Non rosso. Giuditta spalanca gli occhi di colpo.

È sveglia, ora. E sa.

Giuditta

Artemisia Gentileschi, Giuditta e Oloferne.