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Tutto parte da una cella (del 41 bis) e da un suono, una voce (rappresentata dal latrare lontano di un cane) che non si rassegna e parla. Parla come non ha fatto neanche in tribunale, per difendersi e ha preso l’ergastolo ostativo. Parla perché il tormento, il logorìo interiore non hanno confini e non possono essere rinchiusi dietro le sbarre, vogliono raccontarsi. Parla perché magari si potesse arrestarlo e confinarlo, quello strazio ma no, in questa storia, sono solo i corpi a soffrire la privazione della libertà e la coscienza, invece, ha l’agio di muoversi, fluida, e attraversare le grandi stagioni della vita di un uomo. Un uomo che è entrato in carcere a 27 anni e ne sono passati 22. I ricordi, allora, si distendono, il pensiero ne fa materia prediletta, li rende vivi e solo alla fine sceglie i filtri da mettere sull’obiettivo che scatterà la foto d’insieme. E’ una vita al limite quella di cui ci racconta Giuseppe Grassonelli. La sua. Una vita vissuta al massimo. Una vita in bilico.
E’ solo un ragazzo, un delinquentello, Giuseppe quando assiste alla strage di parte della sua famiglia per mano (armata) della mafia. Lui vi scampa per miracolo. Un miracolo che paga caro perché trasforma completamente il suo orizzonte.  Deve avere salva la vita, deve fuggire, riparare in Germania e organizzare la sua vendetta. E la vendetta è la ragione che lo tiene in vita. Si trasforma in Antonio Brasso, il suo pseudonimo. Ma per non essere superficiali, per seguire il filo del suo percorso che vuol restituire umanità all’uomo, è necessario sapere quanto, in una storia, sia importante il contesto, quanto la formi e la informi.

E’ una figura negativa quella di Antonio? No, è un personaggio affascinante proprio perché descrive, senza pudore, quello che avviene dentro di lui. Non si nasconde dietro la maschera del pentimento (un pentimento falso e di comodo), facendo parlare i fatti a ritroso; li fa avvenire ora e li lascia dispiegarsi liberamente, mettendo anche in luce, facendo affiorare il suo sentimento riguardo a quelli. Se ne sente il dolore, la paura, il senso di potenza e di impotenza, e anche il piacere. Antonio ci trascina nella sua vita tratteggiando vividamente le donne, affascinanti, spregiudicate, delicate e forti che ha incontrato e che formano l’ossatura di quel piacere di vivere, di sentire, e che, però, sono sempre rimaste ombre a intermittenza, stelle che brillano forti proprio nel momento della loro fine. Il sesso, e l’amore, che Antonio fa con loro è prepotente, disperato. Mostra i denti e succhia linfa vitale. Linfa di morte, più probabilmente.
E poi la riflessione. Onesta. No, l’ipocrisia non sembra avere spazio nella mente di Grassonelli. Parla e si mostra. Abituato a vivere la paura, sua compagna fedele, non ha paura della paura. Chiede solo comprensione per l’uomo. Per quel che rimane e per quello che diventa. Oggi.  Perché l’uomo può e deve elevarsi ma se così non fa, o non può, ha diritto di non essere demonizzato perché altrimenti diventa un soldato di quel male che è la parte oscura di ognuno di noi, ma che, appunto, è solo una parte, non il tutto. E se c’è ancora speranza in Giuseppe, è speranza nuda, priva di orpelli intellettuali, non certo speranza di oblio. Come dice Primo Levi in “Se questo è un uomo”:
“Quando abbiamo visto i primi fiocchi di neve, abbiamo pensato che, se l’anno scorso a quest’epoca ci avessero detto che avremmo visto ancora un inverno nel Lager, saremmo andati a toccare il reticolato elettrico; e che anche adesso ci andremmo, SE FOSSIMO LOGICI, se non fosse per questo INSENSATO PAZZO RESIDUO DI SPERANZA INCONFESSABILE…”.

Il libro è stato scritto a quattro mani con Carmelo Sardo, vicecaporedattore cronache del Tg5, che ne ha raccolto la testimonianza e che è stato quasi un agente segreto di Grassonelli quando questi lo seguiva nei servizi che realizzava per Teleacras e sul quotidiano “L’ora”, per sapere se le sue azioni di guerra fossero andate a buon fine e su cosa puntassero le indagini. Grassonelli ha voluto proprio il suo informatore per raccontarsi. “E per confidarmi e affidarmi la sua vera storia”, scrive Sardo,”quella che non aveva mai rivelato a nessuno, neppure agli avvocati che dovevano difenderlo, Giuseppe Grassonelli ha aspettato che due decenni di dura e cruda prigione lo trasformassero nell’uomo che è diventato”. Alla fine del libro si trova anche una postfazione di Giuseppe Ferraro, professore di Filosofia di Grassonelli, dell’Orientale di Napoli: “Ci si confessa”, dice,”per instaurare un legame di relazione con colui al quale si parla, ponendosi al grado di verità che ogni legame reclama per essere vero. Penso anche che non ci si confessa con tutti, ma solo con coloro di cui si vuole l’amicizia, il legame più importante. Adesso so bene che la confessione è inesigibile, Si dà spontaneamente, spinti dall’esigenza di stare a un ordine di relazione, per stabilire un legame. Diversamente, la confessione non può essere obbligata né estorta. La confessione viene quando si avverte l’esigenza di far parte di un ordine di legami”.

Il libro è vincitore del premio Sciascia Racalmare 2014.

Consigliato da Satisfiction e Gian Paolo Serino!

http://video.repubblica.it/cronaca/malerba-il-libro-e-il-docu-film-su-un-tranquillo-killer-siciliano/168928/167407?ref=fbpr