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Roncoroni

Incontrare l’autore di un libro è sempre un’esperienza strana e commuovente. Così è successo con Federico Roncoroni, visto a Parolario, a Como, ospite della sezione curata da Gian Paolo Serino e Satisfiction. Una personalità esuberante, quella del prof. Roncoroni, che quel pomeriggio non si dava pace, sempre in movimento, in mezzo alla gente, a salutare amici: forse perché voleva solo impedire domande, quasi volesse nascondere qualcosa, o proteggere quello che aveva già troppo svelato tra le pagine del suo romanzo. Una fragilità e una riservatezza opportunamente mascherate che facevano capolino, timide, dietro all’uomo che dava spettacolo. Un uomo talentuoso e tenero.3Dnn+9_2C_med_9788804633426-un-giorno-altrove_original

È un libro forte, Un giorno, altrove, senza mezze misure. Racconta di un rapporto epistolare (via posta elettronica) tra Filippo Linati e Isa, che torna a dare notizie di sé dopo sette anni, un tempo infinito in cui Filippo ha dovuto combattere un linfoma aggressivo che l’ha quasi ucciso e che è riuscito a sconfiggere solo per poterla rivedere. È stato all’inferno, anzi è sceso nell’antro di Trofonio, è dunque un “senza sorriso”, “uno degli eletti cui Trofonio, divinità tremenda e potentissima, consentiva di scendere nel suo antro, nelle profondità della Terra” e che poi “era condannato alla più tremenda delle solitudini: vivere solo con se stesso”. Così, Filippo è riuscito a fare ritorno, dopo cure che sembrano torture, con un unico pensiero fisso: rivedere la sua Isa. “L’unica gioia che desideravo era quella che mi veniva dall’averti accanto, dal vederti, perché quello che eri e quello che significavi per me mi inebriavano e mi davano un senso di pace senza farmi mai dimenticare quello che avevo: te lo leggevo negli occhi, quello che avevo”. Una malattia che li ha costretti a separarsi, forse per l’arrivo dell’ex moglie di lui o forse perché la malattia interrompe sempre qualcosa. E infatti Isa non si farà mai più vedere neanche dopo la sua guarigione. “Mi sono servito di te per guarire, e una volta guarito non ti ho trovata ad aspettarmi”, dice Filippo. E dopo sette anni, Isa è di nuovo presente ma sfugge, è quasi impossibile trovarla se non nella sottrazione o nei ricordi, nella memoria di un uomo che di lei ha conservato tutto. E allora Filippo racconta, richiama alla mente (“Ah, Isa, com’era bello vivere anche di queste cose. Fornicare sì, certo, ma pure parlare, scambiarci percorsi di lettura e idee, sorprenderci l‘un l’altro con le nostre scoperte.”), si piega ai piccoli ricatti di Isa pur di continuare ad alimentare la speranza di riabbracciarla: “Una camera per te c’è, puoi stare tranquilla, Isa d’Ora: la mia. E nel caso tu, da quella Isa la Stronza che sembri essere diventata, ne volessi una tutta per te, come Virginia la Folle, c’è anche quella”. È arrabbiato. Lo è ancora e ne ha diritto. Incredulo di aver passato tutto senza di lei. La rivuole. E ancora, le racconta, richiesto, gli anni di lontananza, quello che è successo, e soprattutto i suoi pensieri, i dubbi, il suo modo di credere a un Dio che è una maniera di tessere un dialogo con se stesso, prima di tutto- “se potessi credere che Dio è in grado di fare qualcosa per me, lo tempesterei di richieste, di lamentele e anche di promesse. Invece non chiedo nulla, eccetto l’eterno riposo per i miei morti. Pregare senza chiedere è bello, perché così, alla fine, prego solo per trovare pace e riposo nei miei pensieri”-; non le nasconde neanche il suo rapporto con le donne, e la malattia. La malattia… viene la nausea a leggere quell’inferno. Ci si pongono tante domande, quelle inerenti alla vita e alla morte, al diritto dell’uomo sull’uomo, al tempo in ci si deve fermare, alzare le mani e avere rispetto. Mi salgono le lacrime a pensare a quel corpo privato della sua volontà, privato del suo diritto di essere inerte. Eppure per ognuno c’è una risposta diversa. Filippo ce la fa. Filippo voleva vivere al di là di tutto ed è passato attraverso tutto anche se le cicatrici rimangono sempre lì, ben visibili, a monito: “Sto come uno che si è scottato con l’acqua bollente e adesso ha paura anche dell’acqua fresca”.Se, dapprima, i suoi toni sono sarcastici, pungenti- “Come sto dunque secondo te, Isa? Sto come sto e ho capito che sono cazzi miei. Sto come sto e me la faccio andare bene”- nel corso dei mesi diventano via via più dolci, si sciolgono quasi in un abbraccio, in un amore tenero e appassionato per la donna che non ha mai smesso di amare e che ora ricopre di attenzioni, di cure, di un amore solerte e mai domo. E tutto il suo rancore si stempera in un unico desiderio: Isa. È un percorso di liberazione, quello di Filippo, di metabolizzazione. Ha paura: “Perché ci scriviamo tutti i giorni? Roland Barthes- i suoi Frammenti di un discorso amoroso li tenevi sul comodino- direbbe che tanto impegno o meglio tanto affaccendamento mira a scongiurare l’assenza, il vuoto e, in ultima analisi, la morte. Insomma, da che ci siamo ritrovati, ci scriviamo, secondo lui, per paura di ritrovarci ancora l’uno senza l’altra, come ci è già successo: per esorcizzare una solitudine che gli altri rapporti che viviamo o che possiamo instaurare non servono a tenere lontano”. E infatti se le sue parole all’inizio sono dure e taglienti, alla fine diventano pacate, consapevoli; vi si scorge l’accettazione di quel che è successo, fa quasi la pace con quel dolore derivante dall’insensatezza della malattia e della perdita. “Ricordare è il modo migliore per riconciliarsi con i ricordi e dimenticarli. Torna da me. La tua casa è qui”.

La meraviglia di questo percorso sta nel fatto di riuscire a vivere un amore, un dolore, una mancanza, una vita- tutto- attraverso la lente delle lettere- le lettere inviate e la letteratura. L’amalgama di vita e arte- echi e citazioni- è talmente riuscito che si scopre con infinito piacere come una lettura sia diventata parte di un vissuto. E allora grazie a Petrarca, Catullo, Foscolo, Abelardo ed Eloisa, e tantissimi altri, si scrive un romanzo d’amore, un pezzo d’esistenza originale- unico e universale- anche perché “le cose, i fatti, succedono, ma non è sufficiente: perché siano successi davvero, per esistere, devono anche essere raccontati da qualcuno. Se nessuno li racconta, è come se non fossero mai accaduti”. Roncoroni dà vita ai suoi scrittori, alle immagini, ai fantasmi- i personaggi: quasi mi vergogno a chiamarli così- anche attraverso la sua storia e li rende vivi perché ne parla e ne vive lui stesso.

Ho letto il libro tutto d’un fiato ma arrivata alle ultime pagine ho cominciato a diluire la lettura, a tergiversare. Non avevo voglia di scoprire cosa sarebbe stato di quell’amore, di quel mistero… e credo che tale continui, comunque, a rimanere.

Un libro da frequentare.

http://www.satisfiction.me/un-giorno-altrove/