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frankensteinStrana estate questa che stiamo vivendo. Strana ma forse non al pari con quella del 1816, estate che vide due grandi scrittori romantici, lord Byron e P.B.Shelley e la moglie di lui, Mary, alle prese con un tempo davvero apocalittico che alimentava in loro foschi pensieri. Si erano incontrati, esuli per la pessima reputazione della loro condotta morale, sulle sponde del lago di Ginevra, all’hotel d’Angleterre, dove Byron con il suo medico personale, John Polidori, aveva deciso di prendere in affitto villa Diodati, già celebre per aver ispirato John Milton, l’autore di Paradiso Perduto, costruita sulla riva del lago fra il 1710 e il 1720.

Gli Shelley, insieme alla sorellastra di Mary, Claire Clairmont, alloggiavano, invece, nella vicina Maison Chappuis.

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Villa Diodati, Ginevra

Il 1816 rimase a lungo nella storia del folklore europeo, definito come “l’anno della miseria” o “l’anno senza estate”. Era successo che, nell’aprile dell’anno precedente, il vulcano Tambora, nell’isola di Sumbawa, in Indonesia, a tutt’oggi considerato il secondo vulcano al mondo per indice di esplosività, aveva eruttato con conseguenze disastrose che si sarebbero fatte sentire anche negli anni successivi. Infatti, il denso velo di polvere vulcanica che si era formato (altre eruzioni di altri vulcani erano avvenute negli anni precedenti), era riuscito a schermare una buona parte dei raggi solari dando luogo a un’estate freddissima che aveva funestato i raccolti, dando il via all’impoverimento di vaste aree del pianeta, a carestie e disordini sociali. Il clima piovoso, la poca luce, l’ambiente marcio d’acqua ispirarono il mood ideale per dare sfogo a fantasmi interiori e terrori apocalittici. Basti pensare a Darkness di Lord Byron per farsi un’idea dell’atmosfera plumbea che si respirava in Europa in quell’anno.

Darkness

BY LORD BYRON (GEORGE GORDON)

I had a dream, which was not all a dream.

The bright sun was extinguish’d, and the stars

Did wander darkling in the eternal space,

Rayless, and pathless, and the icy earth

Swung blind and blackening in the moonless air;

Morn came and went—and came, and brought no day,

And men forgot their passions in the dread

Of this their desolation; and all hearts

Were chill’d into a selfish prayer for light:

And they did live by watchfires—and the thrones,

The palaces of crowned kings—the huts,

The habitations of all things which dwell,

Were burnt for beacons; cities were consum’d,

And men were gather’d round their blazing homes

To look once more into each other’s face;

Happy were those who dwelt within the eye

Of the volcanos, and their mountain-torch:

A fearful hope was all the world contain’d;

Forests were set on fire—but hour by hour

They fell and faded—and the crackling trunks

Extinguish’d with a crash—and all was black.

The brows of men by the despairing light

Wore an unearthly aspect, as by fits

The flashes fell upon them; some lay down

And hid their eyes and wept; and some did rest

Their chins upon their clenched hands, and smil’d;

And others hurried to and fro, and fed

Their funeral piles with fuel, and look’d up

With mad disquietude on the dull sky,

The pall of a past world; and then again

With curses cast them down upon the dust,

And gnash’d their teeth and howl’d: the wild birds shriek’d

And, terrified, did flutter on the ground,

And flap their useless wings; the wildest brutes

Came tame and tremulous; and vipers crawl’d

And twin’d themselves among the multitude,

Hissing, but stingless—they were slain for food.

And War, which for a moment was no more,

Did glut himself again: a meal was bought

With blood, and each sate sullenly apart

Gorging himself in gloom: no love was left;

All earth was but one thought—and that was death

Immediate and inglorious; and the pang

Of famine fed upon all entrails—men

Died, and their bones were tombless as their flesh;

The meagre by the meagre were devour’d,

Even dogs assail’d their masters, all save one,

And he was faithful to a corse, and kept

The birds and beasts and famish’d men at bay,

Till hunger clung them, or the dropping dead

Lur’d their lank jaws; himself sought out no food,

But with a piteous and perpetual moan,

And a quick desolate cry, licking the hand

Which answer’d not with a caress—he died.

The crowd was famish’d by degrees; but two 800px-Darkness

Of an enormous city did survive,

And they were enemies: they met beside

The dying embers of an altar-place

Where had been heap’d a mass of holy things

   For an unholy usage; they rak’d up,

And shivering scrap’d with their cold skeleton hands

The feeble ashes, and their feeble breath

Blew for a little life, and made a flame

Which was a mockery; then they lifted up

Their eyes as it grew lighter, and beheld

Each other’s aspects—saw, and shriek’d, and died—

Even of their mutual hideousness they died,

Unknowing who he was upon whose brow

Famine had written Fiend. The world was void,

The populous and the powerful was a lump,

Seasonless, herbless, treeless, manless, lifeless—

A lump of death—a chaos of hard clay.

The rivers, lakes and ocean all stood still,

And nothing stirr’d within their silent depths;

Ships sailorless lay rotting on the sea,

And their masts fell down piecemeal: as they dropp’d

They slept on the abyss without a surge—

The waves were dead; the tides were in their grave,

The moon, their mistress, had expir’d before;

The winds were wither’d in the stagnant air,

And the clouds perish’d; Darkness had no need

Of aid from them—She was the Universe.

 

I tre amici, complice il tempo e il cielo sconvolto da tuoni e fulmini, si incontrarono la sera del 16 giugno per leggere alcune novelle gotiche contenute nell’antologia Phantasmagoriana, una riduzione dall’originale Das Gespensterbuch di Friedrich August Schulze, Friedrich Laun (lo stesso Schulze) e Johann August Apel del 1811. Quella sera Byron lanciò la sua sfida: scrivere, nel più breve tempo possibile, la storia più terrificante che si riuscisse a immaginare. Da lì prese le mosse Frankestein di Mary Shelley.

Dunque, la storia, in estrema sintesi, è questa: Victor Frankenstein, dopo un’adolescenza serena e la morte improvvisa della madre, lascia Ginevra e inizia gli studi a Ingolstad, dove, in capo a due anni, riesce a realizzare il suo sogno e dar vita a una creatura che, vistala, ribattezzerà semplicemente “mostro”. Un mostro che lo perseguiterà fino alla fine dei suoi giorni. La trama è conosciuta.

Frankenstein è un moderno Prometeo, Prometheus_Adam_Louvre_MR1745_edit_atomacome recita il titolo completo, e infatti Victor, davanti al capitano Walton, ammette: “Desideravo ardentemente allargare il mio sapere”. Ecco la sua colpa: aspirare a qualcosa di più e farsi artefice di nuova vita. Shelley attinge a entrambe le versioni del mito prometeico, sia quella tratta dalle Metamorfosi di Ovidio in cui l’eroe è plasticator, cioè colui che plasma l’uomo dalla creta, sia quella di Prometeo pyrphoros che, cioè, porta il fuoco agli uomini contravvenendo al divieto di Zeus che lo punisce incatenandolo ad una roccia e facendogli divorare, di giorno, il fegato da un’aquila. (L’eco di Prometeo continua anche in altre opere; ad esempio, in Mathilda dove Shelley riprende un’altra figura a lei cara: Adamo) Ma qualche pagina dopo, Victor aggiunge: “Imparate da me- se non dai miei consigli, dal mio esempio- quanto pericoloso sia l’acquisto della scienza, quanto più felice sia chi crede mondo la sua città, di chi aspira ad elevarsi più di quanto la sua natura consenta”. Quante suggestioni dietro a questo desiderio di potenza… un paradiso perduto, un’innocenza dispersa perché il sogno svanisce, brucia in fretta (non a caso Paradiso perduto di Milton sarà uno dei libri che il mostro troverà sulla sua strada di conoscenza): “Avevo desiderato il successo con un ardore che trascendeva ogni moderazione; ma ora che vi ero giunto, la bellezza del sogno svaniva, e il mio cuore era pieno di un orrore e di un disgusto indicibili”. E’ solo attraverso la conoscenza che si giunge all’esperienza del limite. Un’esperienza indispensabile per l’essere umano. Eppure quel sogno diventa un incubo e la creatura, un mostro che non dà requie nonostante, di lei, il suo creatore non sappia pressoché nulla. Dal suo primo vagito è già inquietante, qualcuno a cui non si possa e non si debba concedere neanche il beneficio del dubbio, “con i suoi occhi acquosi, i quali apparivano quasi dello stesso colore delle orbite, di un pallore terreo, in cui erano collocati”. Eppure la creatura, durante i suoi primi mesi di vita, è semplicemente un uomo che viene al mondo senza nulla sapere di ciò che lo circonda. Un figlio senza padre, emarginato e solo (come Mary Shelley, d’altronde, doveva sentirsi dopo il ripudio del padre). “I miei occhi si abituarono alla luce e furono presto in grado di distinguere gli oggetti dalla loro forma: imparai a fare differenza fra un insetto e un’erba, e per gradi, fra un’erba e un’altra erba. Notai che il passero poteva emettere solo poche note aspre, mentre quelle del merlo e della tortora erano dolci e soavi”. Insomma, il piccolo mostro altro non è che un neonato abbandonato a se stesso che scopre il mondo e cerca di farlo suo. È con commozione che penso a quanto il suo corpo deforme nasconda in realtà un’anima innocente, incolpevole ma già colpita dalla crudeltà umana, quella facoltà che giudica e non comprende, quella facoltà che isola ed esclude senza appello. Per reazione, quindi, la creatura diventa malvagia e inizia a perseguitare il suo creatore. “Pure tu, mio creatore, detesti e disprezzi me, tua creatura, a cui sei legato da vincoli che solo l’annientamento di uno di noi due può sciogliere. Il tuo proposito è di uccidermi. Come osi giocare a questo modo con la vita?” È una domanda forte, giusta, disperata, che l’uomo urla direttamente in faccia al suo creatore: perché questo dolore, perché l’insensatezza di questo gioco crudele? Per divertimento? La creatura chiede giustizia ma anche clemenza e affetto: “Avrei dovuto essere il tuo Adamo, e sono invece l’angelo caduto che tu hai allontanato dalla gioia senza colpa alcuna da parte sua”. Un creatore che gioca alla vita, e che, una volta ispiratala, se ne disinteressa e addirittura la ripudia e se ne ritrae con orrore desiderando riconsegnarla all’oscurità della morte. Un’immagine agghiacciante, questa sì. Certo le dimensioni del “demone” non sono quelle dell’antieroe, troppo impacciato e spesso tenero ma, al di là delle molte ingenuità della sua costruzione, è un personaggio che colpisce proprio per il suo essere spiazzante, e poco catalogabile. Dunque, questo Adamo cacciato prima del tempo chiede semplicemente una compagna. La colpa è già stata commessa, anzi la caduta è già avvenuta ma senza colpa, e la donna, richiesta dall’uomo, può essere pensata senza macchia. Un ribaltamento notevole. Anche la creatura deplora la conoscenza che “si abbarbica alla mente come un lichene alla roccia”, e desidera tornare a un impossibile stadio di purezza, condizione raggiungibile solo con la morte, dice. E dunque, reietto e totalmente solo, si chiede chi sia, cosa che può scoprire solo tra le pagine dei grandi capolavori (Il paradiso perduto, le Vite di Plutarco e I dolori del giovane Werther) e nel diario del suo creatore! Nuova immagine forte, di denuncia. Al pari di quella in cui il mostro dice a Victor: “Tu sei il mio creatore, ma io sono il tuo padrone: obbedisci!” Sembra quasi che, in questo universo sconvolto, l’unico modo per suscitare la vita sia la violenza e soprattutto la vendetta. “Avevo deciso in cuor mio di perseguitare il mio distruttore fino alla morte, e ciò valeva a placare la mia angoscia ed a riconciliarmi alla vita”, dice Victor. E alla fine, infatti, la spirale di violenza si smorza solo con la scomparsa di entrambi perché vivo l’uno, infinito è il potere dell’altro. Il loro peccato è stato l’orgoglio: “un orgoglio sterminato mi spingeva avanti, mentre il mio cuore era avvelenato dal rimorso”, sono le parole della creatura davanti al cadavere di Victor. Come aveva già detto una volta, la sete di conoscenza si può placare solo con la morte. E la morte finalmente giunge per ambedue.

C’è chi scorge nei tratti di Victor Frankenstein quelli di Shelley (il suo creare, l’accostarsi alla natura come a qualcosa di sublime, il suo navigare sul lago per trovare pace, il laudano…) ma poco importa perché quello che conta è ciò che Mary Shelley ha fatto di questi tratti e il rapporto straordinario che è riuscita a creare tra i due protagonisti.

Ho visto il film di Kenneth Branagh (1994) e, ovviamente, ne sono stata delusa. Mary Shelley's Frankenstein (1994)Ogni film è un tradimento ma questo, se ha aggiunto in spettacolarità, molto toglie in problematicità perché, nonostante la performance di De Niro, il mostro sembra piuttosto un sempliciotto che, colpito nella sua parte più tenera, reagisce istintivamente commettendo violenza. Il personaggio è troppo sfrondato da dubbi per risultare credibile e interessante quanto lo è nel libro. Anche Victor, e soprattutto la sua Elizabeth, sono solo appena sbozzati. Unico momento di commozione e di bravura quando Branagh sta per cedere al desiderio, al bisogno, di confidarsi con Elizabeth. Per il resto, meglio- come spesso succede- leggere l’originale.

Gli altri compagni di sfida, di quell’estate 1816, non portarono a termine il loro compito ma Polidori tratteggiò quello che doveva poi rivelarsi un altro grande personaggio del genere horror: il Vampiro che ispirò poi, alcuni anni più tardi, l’opera di Bram Stoker. Chissà che questa strana estate non sia foriera di nuovi capolavori dell’immaginario collettivo… i nuovi mostri stanno arrivando.