Io, Daniel Blake

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Smetterla di essere consumatori, utenti, clienti. Questo il grido che raccolgo e che mi descrive, la scelta che pesa, non più rimandabile. Per ciò che considero la mia misura, liberamente definita, e per chi ogni giorno decide di non soggiacere alle leggi che impongono un’unica via percorribile, quella del gran palcoscenico del mondo, dell’interconnessione che uniforma, appiattisce, diluendo differenze, istituendo, semmai, graduatorie informatiche e di gradimento.

Quando un uomo sceglie di amare una donna, anche se è matta e desidera solo solcare i mari verso mete sconosciute e sempre più lontane, quando la segue fino alla morte; quando un uomo dice: io l’amavo e senza di lei ora sono perso. Quando quello stesso uomo, ormai solo, non smette di credere a un sorriso e tende ancora la mano a chi è più indifeso di lui, quando capisce che un bambino ha solo bisogno di essere capito e ascoltato, di usare le mani per costruire qualcosa che abbia un senso; quando un uomo a cui nessuno dà più niente sente che deve chiedere scusa, scusa dal profondo, alla bambina che gli dice che lei ha accettato il suo aiuto e lui invece no; quando quell’uomo, alle sue parole, decide immediatamente di aprire la porta che lo rinchiudeva nel suo dolore e lo separava da quel contatto senza mediazioni, da quel bisogno di andare oltre se stesso per guardare alla vergogna di una giovane donna che decide di prostituirsi pur di comprare delle scarpe nuove alla sua bambina, una donna che non mangia pur di imbandire una cena per i figli e che a un certo punto non resiste davanti a un barattolo di conserva; quando quell’uomo dà e riceve aiuto, affetto, lotta per scrivere il suo nome sul muro dell’agenzia del lavoro che gli impedisce l’accesso al sussidio di malattia, quando si vende i mobili ma costruisce con le sue mani una libreria per quella giovane mamma che sogna di continuare i suoi studi, allora la sua storia è degna di essere guardata e ascoltata e anche se non c’è riscatto perché prima di essere ricevuto dalla commissione che deciderà del suo ricorso muore- perché a volte si muore prima di vincere-, quell’uomo lascia il segno della sua presenza, della sua singolarità, della sua identità e il regista che la raccoglie restituisce a chi guarda la poesia delle piccole cose, delle persone qualunque, delle vite che trascorrono senza grandi eventi, eppure esistono. In quel momento, la dignità di compiere scelte diverse torna in primo piano e chiede di non essere più relegata né sedata.