Karma Hostel

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Sembra una mina vagante, Francesco De Luca, poeta, scrittore, traduttore. Dice di essere stato bandito dall’editoria italiana, che lo è stato il suo Karma Hostel, romanzo che per qualche mese ha pubblicato a puntate in internet, completamente gratis- come è gratis l’amore, dice. E un po’ forse gli piace quest’immagine del bandito, del fuorilegge, del vagabondo, ma un vagabondo del Dharma, come ripete più volte tra le righe del suo libro e che va a ripescare direttamente in uno dei romanzi simbolo di Jack Kerouac e della Beat Generation. Vagabondo anche perché ha percorso per dieci anni le strade della Cina, dalle regioni interne al mare, dalle megalopoli al paesino di pescatori dove ha dato vita a un ostello per surfisti, costruendolo con le sue mani e prendendo fiato solo nelle lunghe notti passate tra le stelle e l’oceano, le notti tropicali che portano sgomento, sgomento per la vita persa, per ogni attimo non assaporato: “Sere fatte di corpi seminudi, di corpi semivestiti e di luccichio di pelli, sudate e pronte ad afferrarsi, a strusciarsi l’un l’altra. Notti tropicali di liquidi corporei. Umidità corporea. Sangue e whisky, sudore e amore. Petto nudo, che non coprivo mai. Non coprendo mai il cuore”.

E poi l’urgenza di scrivere, scrivere per raccontare, scrivere per denunciare l’esilio a cui ci siamo condannati, lo spegnimento della mente, l’ottundimento dei sensi, l’impossibilità di pensarsi al di là della logica del guadagno e del vivere per lavorare, lavorare per consumare, consumare per non sentire. Ha cavalcato le onde, lui, se le è sentite scorrere nelle vene, ne ha fatto grido, estasi, meraviglia e, appunto, sgomento, non solo per il tempo perduto, ma anche per il dolore di vivere a cuore scoperto che è intuizione, volo, trapasso o la frattura di un diaframma, il taglio dell’occhio che dallo sbrego fa uscire la nuova visione, che è poi tutto un sentire, un sentire a volte insopportabile e che fa male. È indisciplinato, famelico, superattivo. E non si fa zittire. Sputa veleno dalle sue pagine facebook ma poi si ferma e dice: intendiamoci, io non sono nessuno ma vorrei essere ascoltato, vorrei che lo fossero i giovani che non si fermano davanti a niente, quelli che non hanno paura perché ne hanno avuta tanta e l’hanno affrontata, i giovani che non trovano posto in un paese lento che lascia poco spazio alla vitalità di chi vuole parlare, creare, riversare tutto fuori. A volte scompostamente, a volte con prepotenza, irruenza, ma sempre con entusiasmo: l’entusiasmo di un futuro possibile, quello che è stato cancellato ma in cui lui (loro, noi) credono ancora ed è un futuro che parla con una lingua azzoppata ma estatica, una lingua che ha il gusto della libertà e dell’irriverenza. Una lingua che si piega all’autofiction o al memoir, coerentemente con le linee di un mercato che ha comprato tutto, ha venduto tutto e ora non ha più niente da mettere all’asta, si prende l’esperienza e ne fa merce, l’ultimo stadio della reificazione. Ecco, di quel mercato Francesco De Luca fa in qualche modo parte ma lo rigetta perché non si mette in vendita, si regala. Segue le linee guida di un’esperienza creativa che risuona e richiama gli anni Sessanta, la sua ansia di libertà e liberazione.

“Non partire da un’idea preconcetta di che cosa dire dell’immagine, ma dal gioiello centrale d’interesse nel soggetto dell’immagine al momento di scrivere, e scrivi nuotando verso il largo nel mare della lingua fino alla liberazione e allo sfinimento estremi. Non avere ripensamenti sul lavoro fatto tranne che per ragioni poetiche o di Post Scriptum. Mai ripensarci per “migliorare” o mettere ordine nelle impressioni, poiché la scrittura migliore è sempre quella più personale e dolorosa, strappata, estorta alla calda culla protettiva della mente- attingi a te stesso il canto di te stesso, soffia!- Ora!- il tuo metodo è l’unico metodo- “buono”- o “cattivo”- sempre onesto (“comico”), spontaneo, interessante per la sua qualità di “confessione”, perché non “di mestiere”. Il mestiere è mestiere”, scrive Jack Kerouac in Fondamenti della prosa spontanea, capitolo del bel libretto che ebbi in dono a 19 anni quando leggevo instancabilmente i libri della Beat Generation. Il libro si intitola Scrivere Bop, Lezioni di scrittura creativa, della Piccola Biblioteca degli Oscar Mondadori. A questo si ispira Francesco De Luca, “alla liberazione e allo sfinimento estremi”, e sicuramente canta se stesso, si confessa, con lo strazio che comporta, con la rabbia che, però, potrebbe essere addomesticata, non per esigenze di mercato, ma per il lavoro che lo stesso Kerouac indica come “ragione poetica”; perché in alcuni punti di Karma Hostel, di poesia, ve ne potrebbe essere di più. E’ necessaria, come è necessario il dolore esistenziale che conduce alla scrittura, è necessaria a cavare fuori dalla pietra lo slancio imperioso della figura che si sbozza e si fa largo in un mondo trasversale, universale. Credendo in quest’opera, credo anche nella necessità della cura dovuta al libro, perché non sia solo l’urlo del singolo ma manifesto di tutti quelli che sentono l’inquietudine come ricerca, una ricerca che, a volte, finisce in nulla, come nel finale che non si può leggere senza sentire una stretta potente che fa piangere e che spinge a condividere quell’estasi che si rivela tormento. E caduta.

I primi 15 capitoli di Karma Hostel sono online all’indirizzo http://www.karmahostel.it/ Per il seguito del libro si può scrivere all’indirizzo mail dello scrittore che provvederà a inviare, sempre gratuitamente, il pdf del romanzo.